Pagina:Gli amori pastorali di Dafni e Cloe.djvu/7

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tutt’altro che gentile; ma alla quale, chi voglia leggere i greci, dee adattarsi, accogliendo le interpretazioni platoniche, per non sentirne stomaco.

Tra gli strepiti e i fulgori napoleonici una macchia d’inchiostro in un codice laurenziano, già dei Monaci della Badia di Firenze, mise a rumore la Francia e l’Italia. Paolo Luigi Courier, che come il nostro Foscolo accoppiava gli studj della greca erudizione e della guerra, scoperse in quel codice il frammento desiderato di Longo, e vi versò poi su, diceano gl’italiani, un inchiostro indelebile per essere il primo e l’ultimo a leggerlo. Il Del Furia, che aveva avuto lungamente per mano quel libro, ed alluciatovi soltanto alcune favolette antiche imprecò forse al francese quella morte che egli incontrò poi nei suoi campi, per ire borboniche, clericali od uxorie. Se non che il francese crivellò di facezie il Del Furia, che si dovè contentare di alcune varianti che il famoso pâté d’encre, impallidendo talor di pietà, gli concesse.

Per la versione del ritrovato frammento di Longo, noi con tutti i recenti editori prescegliemmo quella del Ciampi, sebbene l’Arcadia di Roma, al concorso tenutosi per opera del Courier assegnasse la corona ad Alessandro Verri, all’enfatico autore delle Notti romane, come più vicina allo stile del Caro. L’Arcadia non aveva l’oro, ma aveva l’orecchie di Mida.

Il supplimento del Caro, dice il Ciampi, non presenta nè quel sentimento, nè quella relazione col tutto, che nel supplimento originale ravvi-