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D’ARISTOFANE 172


Eu.
Non n’è dunque discommodo, che havendo bisogno vegniamo à i corvi, & ben apparecchiati, poi non poter trovar la via? per cio che noi ò huomini che sete quì a ragionare siamo infermi d’una infermità contraria a’l saca. costui che non è citadino, costretto, et noi honorati d’una tribu, d’una liga, & d’una generatione, citadini con citadini, niuno scacciandone, voliamo da la patria con tutti doi i piedi. non havendo però in odio quella cità medesima, perche’lla non sia grande & aventurata, & à tutti commune da pagare i debiti & travaglij. queste cigale adunque un mese ò doi su i fighi cantano. & gli Atheniesi sempre ne i giudicij cantano per tutta la sua vita. per questo faciamo questo viagio havemo il canestro, & l’olla, et i mirti, & andiamo smattiando, & cerchiamo un luogo di riposo, dove s’affermaremo & persisteremo. & l’essercito nostro e apresso di Tereo, et havremo di bisogno udire Epope da quello, se pur conosce si fatta cità, ove si vola.
Pi.
Costui.
Eu.
Che cosa gli è.
Pi.
La cornachia che cosa mi dice gia un pezzo, quì sopra?
Eu.
Et questo cornachione di sopra apre la bocca, come se mi volesse mostrar qualche cosa. et non è possibile che questi non siano ucelli. & tosto lo sapremo, se facciamo strepito. ma conoscitu che è

y   iiij   quello