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D’ARISTOFANE. 96


De.
Tu che fugi? non resti ò gentil’huomo Allantopole? non lasciare andare le cose. huomini cavalieri venite. hora è il tempo. ò Simone, ò Panetio, non seguite a’l destro corno? huomini sono apresso. ma spingi e ritorna un’altra volta. polvere che si vede d’essi come se fossino attacati. ma spingi, e seguita, e fà la version d’esso.
Coro de cavallieri
Batti, batti lo sciagurato, e che disturba l’essercito de cavalli, e banchiero, e valle, e caribdi di rapina, e scelerato, e scelerato, il dirò pur spesso. e pur costui era di mala sorte spesso di di. ma battilo, e perseguitalo, e disturbalo, e mescola, e habilo in fastidio, e giacendo chiamane anchor noi. guarda poi che’l non ti fuga, perche sà le vie, che Eucrate ha fugito di lungo de le paglie.
Cle.
O vecchi de’l sol parenti da buon mercato, ch’io nutrisco chiamando, e nel giusto, e ne l’ingiusto aiutatemi, che son battuto da huomini congiurati.
Co.
Nella giustitia sì, che divori il sortire piu presto cose publice, et dai la colpa à i rei calcandoli, ponendo à mente qual de loro è crudele, ò pazzo, ò non pazzo. e se conosci alcuno, e con alcuno d’essi che stia indarno, e con la bocca aperta, menandolo dal Cheroneso, incolpandolo, ineseandolo, poi volgendoli la spalla quello divori. e quardi bene quale è poltrone d’i citadini, ricco, et non povero, e che ha tremore da le cose.

Cle.