Pagina:I cavalieri.djvu/6
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| D’ARISTOFANE | 93 |
- De.
- Hor su portamene assai de’l puro.
- Ni.
- Piglia un poco il gusto et gustalo con la buona ventura. tira tira giu quello de la sorte di Pramnia.
- De.
- O buon compagno, così è la tua dispositione, non la mia.
- Ni.
- Dì, ti prego che cosa gliè.
- De.
- Roba le indivinationi de’l Paflagone velocemente e portale fuora de là, mentre che egli dorme.
- Ni.
- Ma queste cose sono de la sorte? i temo che non diventi de la infelice sorte.
- De.
- Hor via, io à me istesso condurò un vase, per spruzarmi l’animo, e per dire qualche cosa ch’habia de’l buono.
- Ni.
- Quanto forte pettegia e runchegia il Paflagone. però non sa che gli hò tolto il sacro vaticinio, de’l quale molto haveva custodia.
- De.
- O valente huomo, portalo che io ’l lega. tu poi metti da bevere, facendo qualche cosa. porta ch’io vega che cosa vi è dentro. ò oracoli. dami tu la tazza tosto.
- Ni.
- Ecco, che dice l’oracolo?
- De.
- Mettine un’altra.
- Ni.
- Ne gli oracoli è, mettine un’altra?
- De.
- O Bacide.
- Ni.
- Che cosa è?
- De.
- Dami presto la tazza.
- Ni.
- Bacide spesso adoperava la tazza.
- De.
- O sciagurato Paflagone, queste cose tu servavi
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