Pagina:I pericoli della Fede.djvu/7

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sia più detestabile; se la perfidia dell’empietà furibonda, ovvero l’impudenza della sfrontata menzogna.

Il bene spirituale per cui, sottratti noi alla potestà delle tenebre, siam trasportati nella luce di Dio e, giustificati colla grazia, siam fatti eredi del Cristo nella speranza della vita eterna, questo bene delle anime derivante dalla santità della religione cattolica è certamente di tal pregio e valore che, a petto di esso, tutta la gloria e felicità di questo mondo deve essere riguardata come puro nulla: «Quid enim prodest homini si mundum universum lucretur, animae vero suae detrimentum patiatur? aut quam dabit homo commutationem pro anima sua? (1)» Ma tanto è lungi che la professione della vera fede abbia cagionato alla gente italica i danni temporali di cui si parla, che anzi alla sola religione cattolica essa va debitrice, se nello sfasciarsi del romano impero ella non fu ravvolta nella rovina che toccò ai popoli dell’Assiria, della Caldea, della Media, della Persia, della Macedonia. In fatti, nessun uomo leggermente istruito ignora che non solo la santissima religione del Cristo ha liberato l’Italia dalle tenebre di tanti e sì gravi errori che tutta la coprivano, ma di più frammezzo alle rovine dell’antico impero, e le invasioni de’ barbari devastanti tutta Europa l’ha innalzata in gloria e grandezza sopra tutte le nazioni del mondo, per forma che par singolar beneficio di Dio, possedendo l’Italia nel suo seno la sacra cattedra di Pietro, ottenne per la divina religione un impero troppo più solido ed esteso, che non l’antica sua terrestre denominazione. Questo peculiarissimo privilegio di possedere la sedia apostolica, e del metter che fece conseguentemente la religione cattolica più forti e profonde radici tra i popoli d’Italia, fu per lei la sorgente di altri insigni ed innumerevoli beneficii. Imperocchè la santissima religione del Cristo, maestra della vera sapienza, protettrice e vindice dell’umanità, madre feconda di tutte virtù, spense nell’animo degl’Italiani quella sete funesta di gloria, che avea trascinati i loro maggiori a fare perpetuamente la guerra, a tener i popoli stranieri nell’oppressione, a ridurre, secondo il diritto di guerra allor vigente, un’immensa quantità d’uomini alla più dura schiavitù, e