Pagina:Il fu Mattia Pascal.djvu/27

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Ricordo a San Rocchino, un giorno, ci fece ripetere alla collina dirimpetto non so più quante volte questa sua Eco:

        In cuor di donna quanto dura amore?
                                            ― (Ore).
        Ed ella non mi amò quant’io l’amai?
                                            ― (Mai).
        Or chi sei tu che sì ti lagni meco?
                                            ― (Eco).

E ci dava a sciogliere tutti gli Enimmi in ottava rima di Giulio Cesare Croce, e quelli in sonetti del Moneti e gli altri, pure in sonetti, d’un altro scioperatissimo che aveva avuto il coraggio di nascondersi sotto il nome di Caton l’Uticense. Li aveva trascritti con inchiostro tabaccoso in un vecchio cartolare dalle pagine ingiallite.

― Udite, udite quest’altro dello Stigliani. Bello! Che sarà? Udite:

        A un tempo stesso io mi son una, e due,
        E fo due ciò ch’era uno primamente.
        Una mi adopra con le cinque sue
        Contra infiniti, che in capo ha la gente.
        Tutta son bocca dalla cinta in sue,
        E più mordo sdentata che con dente.
        Ho due bellichi a contrapposti siti,
        Gli occhi ho ne’ piedi, e spesso a gli occhi i diti.

Mi pare di vederlo ancora, nell’atto di recitare, spirante delizia da tutto il volto, con gli occhi semichiusi, facendo con le dita il chiocciolino.

Mia madre era convinta che al bisogno nostro potesse bastare ciò che Pinzone c’insegnava, e credeva fors’anche, nel sentirci recitare gli