Pagina:Il fu Mattia Pascal.djvu/30

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il podere della Stìa, col molino. Mia madre s’aspettava ch’egli un giorno venisse a dire ch’era seccata la sorgiva.

Noi fummo, è vero, scioperati, e spendevamo senza misura; ma è anche vero che un ladro più ladro di Batta Malagna non nascerà mai più su la faccia della terra. È il meno che io possa dirgli, in considerazione della parentela che fui costretto a contrarre con lui.

Egli ebbe l’arte di non farci mancare mai nulla, finchè visse mia madre. Ma quell’agiatezza, quella libertà fino al capriccio, di cui ci lasciava godere, serviva a nascondere l’abisso che poi, morta mia madre, ingojò me solo; giacchè mio fratello ebbe la ventura di contrarre a tempo un matrimonio vantaggioso.

Il mio matrimonio, invece...


― Bisognerà pure che ne parli, eh, don Eligio, del mio matrimonio?

Arrampicato là, su la sua scala da lampionajo, don Eligio Pellegrinotto mi risponde:

― E come no? Sicuro. Pulitamente...

― Ma che pulitamente! Voi sapete bene che...

Don Eligio ride, e tutta la chiesetta sconsacrata con lui. Poi mi consiglia:

― S’io fossi in voi, signor Pascal, vorrei prima leggermi qualche novella del Boccaccio o del Bandello. Per il tono, per il tono...

Ce l’ha col tono, don Eligio. Auff! Io butto giù come vien viene.

Coraggio, dunque; avanti!