Pagina:Il mio Carso.djvu/52

Da Wikisource.

— 44 —




Poi corsi al mare.

Nel mare mi lavai il viso e le mani. Bevvi l’acqua salsa del nostro Adriatico. Lontano, nel tramonto, le alpi italiane eran rosse e oro come dolomiti. Sui trabaccoli romagnoli calavano le allegre bandiere tricolori, e il focolaietto di bordo fumava per la polenta. Mare nostro. Respirai libero e felice come dopo un’intensa preghiera.

Ma m’accorsi, dopo, che la gente mi guardava. I miei scarponi bullettati erano polverosi e i miei atti curiosi. Non avevo il viso di quella gente perfetta che camminava su e giù per le rive senza andare in nessun posto. Era gente che guardava ed era guardata. I giovanotti avevano larghi soprabiti a campana, con di dietro un taglio lungo, come le giubbe dei servitori, e bastoni grossi e lievi che volevano sembrare rami appena scorzati. Le signorine erano accompagnate dal babbo o dalla mamma, e avevano stivalini lustri come i dorsi delle blatte. Erano stivalini assai più puliti e limpidi che i loro occhi. Anch’esse mi guardavano, con contegno; ma s’io le guardavo, voltavan gli occhi. Non sanno sostenere uno sguardo d’uomo.

Ora in questo via vai i giovanotti schivavano le signorine con accortezza in modo da sfregarle un poco, ma non tanto che alcuno potesse dire un bada a te. In generale tutti sorridevano e si levavano a ogni cinque passi il cappello inchinandosi leggermente di schiena. Io li guardavo meravigliato, e mi cacciavo tra loro, stordito dal trepestio e bisbiglio di quell’andar senza ragione.

Andai lentamente per la città, trasportato dal loro lento fluire. Difficile è camminare tra gente inoperosa. Quello che precede si ferma d’un tratto; un’altra esce di