Pagina:Il mio Carso.djvu/53

Da Wikisource.

— 45 —


bottega con la testa rivolta a ringraziare il commesso che le ha sganciato dalla maniglia la manica a sbuffi; il terzo vuol camminare dietro a una signorina: tanto che io, stufo di schivare, misi le mani in tasca e camminai a linea retta facendo crocchiare le bullette sul lastrico. Stracciai una sottana e mi lasciaron camminare facendomi largo.

Ma anche così, non si è liberi camminando in città. Ogni vostro passo in città è controllato da spie che fanno finta di non vedere. I portinai dai portoni aperti adocchian, di sotto, chi entra; i caffeioli passano lunghe ore mirando le gambe della gente; la signora tiene stretta la borsetta badando a destra e a sinistra se alcuno le si avvicini. Nessuno si fida di nessuno, benchè tutti salutano tutti.

E benchè io sia coperto molto bene dalla mia mantella, questi occhi, questo controllo nascosto mi opprimono. I fanali s’accendono rossi sfolgoranti; le grandi case rettangolari incombono. Se mi sdraiassi sul selciato? Io sono stanco.

Mi volto bruscamente. Lassù è il monte Kâl. Perchè scesi?

Bene: ora sei qui. E qui devi vivere. Mi abbranco il petto con le mani per sentire se il mio corpo è, e resiste. E dunque avanti. Io voglio entrare nella taverna più lurida di Cità vecia.

Fumo e puzza. Soffoco. Ma accendo anch’io la pipa, fumo nel fumo, e sputo. ― Camarier! mezo quarto de petess. ― Anche l’acquavita io posso bere, se altri la bevono, e questo bicchiere è pulito, se altri possono accostarci le labbra e trincare. Sull’orlo di questo bicchiere ci