Pagina:L'Utopia e La città del Sole.djvu/14

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xiv prefazione.


dio nel por la testa sul ceppo. Com’egli apparecchiò i suoi all’ultima sventura, con isgomenti, direm così graduali, e repentini avvisi di rovina imminente, facendo in mezzo ai desinare picchiar alle porte e dire che la giustizia il voleva, così rerto apparecchiò sè stesso meditando e facendosi famigliare la morte. V’ha un tempo in cui dall’un lato imperversa la ferità del sangue; e dall’altro sorge un coraggio indomito e faceto contro l'atrocità de’ carnefici, che finirebbero a smettere, non per sazietà nè per istanchezza, ma per non essere più burlati. — In questa parte di costanza, di coraggio, di lepore il Moro è un esempio immortale, e non v’ha supplizio, che più del suo, renda odioso Enrico VIII, tiranno sì odioso per quel misto di crudeltà e lussuria, ch’è il colmo della perversione umana.

Gli ultra-cattolici non riuscirono a guastarci Tommaso Moro: è tutto dire. I nuovi farisei prendono tutti i gran personaggi della storia, e se nei tempi di fede, furon ferventi cattolici, te gli stemperano nelle loro amplificazioni e declamazioni per farne onore alla Chiesa. Quello, per atto d’esempio, che in Colombo fu genio, siffattamente conscio e invasato di divinità, che ne spandeva fuori l’ardore, fiammante quasi come l’estasi di santa Teresa, si converte per loro in una stupida ossequenza di monaco. Così il cordone di S. Francesco, che forse cinse Dante ne’ suoi ultimi giorni, equivarrebbe alla disciplina del primo contadino che porti cocolla. Quello che in Tommaso Moro fu sentimento di rettitudine indomato, di fede sincera, si volge da loro alle fastidiosaggini del pinzochero odierno, che lascia i