Pagina:L'Utopia e La città del Sole.djvu/15

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prefazione. xv


fili della sua coscienza o della sua vita a mano dell’avido confessore. Tommaso Moro fu grande non perchè si avvolse pei dumeti delle controversie e pratiche religiose, supplizio assai vicino a quello di Regolo, ma perchè ebbe, oltre il sapere, la fede del diritto, del progresso umano, e restò invitto a quelle transazioni di coscienza, onde i moderni farisei sgarano gli antichi casisti.

Curioso è che i cattolici lo vollero d’origine italiano. Il P. Domenico Regi, che nel 1681 ne stampò in Bologna una vita, scritta secondo il gusto di quella età, assevera tanto più volentieri aver preso questa fatica in quanto che “afferma, egli dice, personaggio di eminente grado e di rara erudizione, aver certezza ne’ suoi copiosi scritti, che soggetto degno di Casa Moro, già per suoi affari da Venezia solcò a Londra e presavi consorte vi propagò la sua nobil famiglia; quindi in Venezia si ha il nostro Moro per origine sua patrizio e nepote del duce Cristoforo Moro, che nell’anno 1464, con armata poderosa condottosi ad Ancona, insieme col pontefice Pio II si accinse a debellare la superbia ottomana, quando vi fosse concorso il divino volere, e forse di qua siegue che in Inghilterra non si reputò molto antica la famiglia Moro.” Di questo lavoro curioso e rappresentativo de’ tempi caviamo alcuni tratti della leggenda del Moro e prima de’ prognostici di sua futura grandezza.

Riposando la madre di esso gli sembrò di rimirare nel suo anello sposalizio, due figli, ch’era per generare, il primo assai oscuro, e fu un aborto, e l’altro a guisa di stella, che spiccandosi dall’alto, se ben minuta sembrava, avvicinandosi poscia così vasta, e risplendente appariva, che non solo la casa nativa, e la patria, ma gran parte dell’universo illustrava. Oltre di ciò consegnato alla nutrice il bambino, mentre sopra d’un destriero in una prossima villa si conduceva, al passar d’un torrente,