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d'aristofane. 207


è montato la colera. Udirete, ch’egli ha detto tra se: in che modo anderò io per la diritta via da Giove? poi facendo certe scalette con queste vuole andar a’l cielo ascendendo, fin che giu cascando se sgrima il capo. hieri dopo queste cose disceso, non sò dove ha introdotto un’alto e grande Cantaro, il quale vuole che io gli tenda. e palpandolo come se fusse un cavallino: ò pegasetta (ei dice) penna generosa, in che modo mi farai volar per la buona via Giove? Ma voglio vedere che inchinatosi lo facia. ò misero me. venite, venite quà vicini. il mio patrone s’estolle a l’alta, à l’aere, à cavallo su’l Cantaro.

Tri.
Cheto, cheto asino mio, non mi andare troppo superbamente. subito ne la fortezza tua ti confidarai, nanci che vega e dissolva i nervi de i membri con l’impeto de le ale, et di gratia non mi inspirar mal nissuno, ma se questo vuoi fare, resta piu presto in casa.
Ser.
O messer patron.
Tri.
Taci, taci.
Ser.
Doue vuoi tu remigare cosi à l’alta?
Tri.
Per tutti i Greci, voglio far un’altr’astutia nuova.
Ser.
Che voli tu? huomo vano sei tu savio?
Tri.
Laudar bisogna e non malamente, niente grugnire, ma ululare, dì à questi huomini che tacijno, e che sopra edifichino mandre e vie con nuovi quadrelli,