Pagina:La tempesta (Shakespeare-Maffei).djvu/20

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atto primo. - sc.ii. 251


Veniagli alimentando. Inganno enorme
Quanto la sicurtà che in lui riposi!
Poi che del mio poter, de’ miei dominj,
De’ miei tributi mi spogliò, si rese
Simile all’uom che, detta e poi ridetta
La menzogna medesma, alfin trasforma
In peccatrice la memoria, e vera
Crede la propria favola egli stesso.
Lungamente così nel mio ducale
Scanno seggendo, si credette alfine
Non già l’usurpator, ma il vero duca.
Questo esercizio del poter sovrano
E de’ miei privilegi assai n’accrebbe
L’albagia. ― M’odi, o figlia?

                       miranda.
                                      A sordi orecchi
Dar potresti l’udito

                       prospero.
                                       A tor di mezzo
Gl’inciampi che temea dall’uomo istesso,
Di cui perfidamente esercitava
La mal fidata autorità, propose
Farsi pieno signor del mio ducato;
E dovean quattro mura, ove sepolti
Stavano i miei volumi, essermi un regno
Vasto a bastanza, com’io più non fossi
Del reggimento temporal capace.
Patti col re di Napoli egli strinse
Per febbre ardente di poter; prestargli
E tributi ed omaggi a lui promise,