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D’ARISTOFANE 230


Venere: e nissuno iscacia da la sua casa l’occhio tuo, ausiliatore de corpi che si moueno. Tu sola splendi ne le secrete camere de le gambe, illuminando il pullulante pelo, e giaci piena sotto le lacche de’l portico de’l frutto, e de’l Baccanale vino. e insieme queste cose facendo, non dici poi niente à quelli, per i quali si facciono tali consigli, i quali sono parsi à i Sciri miei amici. Ma non ui è alcuna di quelle che doueuano venire, nondimeno il concilio è prolungato à la mattina. E meglio che andiamo à sedersi à le banche, le quali Sfiromaco ne disse, se ue n’aricordate. bisogna che le meretrici, e le donne da bene stijno ascose. che dunque poi? hanno le cusite barbe, che si dice hauere? ueramente è stà difficil cosa, che se robassero queste ueste uirili. Hor uegio una lume à uenire, e mi tirarò indietro, à ciò che qualche huomo non s’abbatta uenire.

Al.d.
E hora d’andare, che’l precone uenendo noi, un’altra volta di nuovo ha suonato.
Prass.
Io uigilo tutta la notte aspettandoui, horsu dimandarò questa uicina, pur un pochetto battendo à la porta, che suo marito non senta.
Don.
Ho udito calciandomi, la fricatione de i tuoi diti, come che non dormessi. Quest’huomo ò dilettissima tu è da Salamina con il quale io stò, egli mi ha commosta tutta la notte per il letto, tanto che se non adesso, mai ho potuto hauer la ue-