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| D’ARISTOFANE. | 86 |
- Euripide
- Non inanzi che tu odi un’altra stanza di canti fatta da le legi citharedici.
- Eschilo
- Hor compi. non gli mettere fatica.
- Euripide
- A che modo la potentia dithrona de gli Achivi, gioventù de Greci Flattothrattoflattothrat. egli manda l’infelice sfinge cane provisore Flattothrattoflattothrat. l’uccello furibondo con l’hasta, e la mano ammazzatrice Flattothrattoflattothrat. dando di tagliare à cani violenti, che vanno per aere Flattothrattoflattothrat. coinchinato in Aiace Flattothrattoflattothrat.
- Dionisio
- Che flattothrat è questo? è da Maratone? e d’onde hai colletto i canti di Himoniostrofo?
- Eschilo
- Ma io ho tralato essi da ’l buono in buono, à ciò che io non paresse Frinico, strepando il prato de le sacrate Muse. costui porta da tutte le puttanelle oblique di Melita e barbari canti, lamentationi, e balli. forsi anchora si mostrerà. porti alcun quà la lira, pure che bisogna lira à costui? dov’è? à i coppi ella suona. hor ò Musa di Euripide, à la quale questi versi sono atti.
- Dionisio
- Questa musa non se imbratta, nò?
- Eschilo
- O Alcioni, i quali sempre et molto cantate apresso le fluenti aque de ’l mare, bagnandovi ne le humide aspersioni le penne, irrugiadatevi il petto (e che volgete le istese tele ò domestice, e cantonieri arangi, ei ei, ei ei, ei ei, con le gambe, e rivolgete la risonante navicella de ’l testore) dove