Pagina:Le rane.djvu/58
Da Wikisource.
| Questa pagina è stata trascritta, formattata e riletta. |
| LE RANE |
- Euripide
- O poveretto. tu me crucij gia che son morto.
- Dionisio
- Che sa, se à vivere è morire, e riffiatare è cenare e dormire sotto à la pelle?
- Plutone
- Venite dentro. ò Dionisio.
- Dionisio
- Perche?
- Plutone
- Acio ch’io vi riceva ne lo hospitio, nanti che vi partite.
- Dionisio
- Ben dici per Giove, e non mi doglio di questo.
- Coro
- E cosa beata l’huomo che hà la prudenza diligentemente ripensata: appresso il molto imparare. costui parendo saper bene, un’altra volta ritorna à casa in gran bene à li citadini, in bene di se medesimo ritorna à li parenti e amici, per essere sapiente. è cosa grata non presso à Socrate parlare, gettar via la musica, e dimettere le cose grandissime de l’arte Tragica. Poi è cosa di pazzo far veloce il studio ne li parlari austeri e futtili di zancie.
- Plutone
- Hor su alegrati hormai ò Eschilo che n’anderai, ma conserva la citade nostra con buone sententie e openioni, e ammaestra gli ignoranti, che sono assai. e porta questo à Cleofonte, et à i sumministratori Mirmeco e Nicomaco, e questo ad Archenomo: e digli che presto venghino à me, e non tardino, e se non veneranno presto per Apolline li batterò, e ligarò con adimante di Leucolofo e à terra prestamente li manderò
- Eschilo
- Farò ogni cosa: e tu darai la sede mia à Sofocle