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Capitolo II.


Sulla riviera del Lupo.


Gl’indiani, una cinquantina in tutti, giungevano in quel momento a galoppo serrato, schiamazzando e sparando, tanto per fare spreco di munizioni, come è sempre stata loro abitudine.

Si direbbe che l’odore della polvere ed il crepitìo dei winchesters li ubriachino, poichè non fanno mai risparmio nè di voce, nè di munizioni.

Guidava la tropilla una donna, cavalcante un mustano nero e lucido come il pelame d’un gatto, avvolta in un immenso mantello bianco, che rivaleggiava per il candore colla neve che il suo cavallo sfondava coi robustissimi zoccoli.

Giunti sulla riva del fiume, troppo erta per discenderla in sella, anche per degli indios, quantunque siano dei meravigliosi cavalieri, tali da gareggiare sovente vittoriosamente coi cow-boys del Far-West e coi gauchos della pampa argentina, ed anche da dare dei punti agli arabi della Mauritania, scesero dai loro mustani con un volteggio, chè essi non si servono di staffe.

Un grido acuto, imperioso, tagliente come la lama d’una spada, echeggiò nell’aria:

— Sono nel fiume! Datemi la seconda capigliatura dell’indian-agent, ed io sarò la donna più felice di tutti gli Stati dell’Unione.

Porto sul mio scudo la sua vera, ma vorrei pur l’altra, perchè sono certa che se l’è fatta fabbricare coi capelli di mia madre, la grande Yalla.

In caccia! —

Un altissimo urlo di guerra rispose alle fiere parole della sakem scotennatrice.

Dieci uomini s’incaricarono dei cavalli; gli altri che parevano insensibili al freddo come gli esquimesi, presero i loro winchesters e le loro scuri da combattimento e si avventurarono arditamente sulla ripida scarpata della riviera, guidati da un vecchio indiano tutto rugoso ma robu-