Pagina:Le vespe.djvu/3
Da Wikisource.
| Questa pagina è stata trascritta e formattata, ma deve essere riletta. |
| d'aristofane. | 143 |
- So.
- che egli è?
- Sa.
- Cessa, cessa, non dir più. questo insogno sente dì di cordouan marzo.
- So.
- Poi la sordida balena hauendo la bilancia, mi statuì la bouina grassa.
- Sa.
- O infelice, ei uuole separare, e far partire il nostro popolo.
- So.
- Poi mi pareva Teoro in terra sederli apresso, hauendo il capo di coruo: poi Alcibiade balbutiendo mi disse, vedi che Teoro ha la testa di coruo.
- Sa.
- Giusamente Alcibiade hà balbutito.
- So.
- Non è estraneo, che Teoro sia fatto coruo?
- Sa.
- Non, ma non è cosa ottima.
- So.
- In che guisa?
- Sa.
- In che guisa? egli era huomo poi di subito è diuenuto coruo, dunque egli è cosa manifesta da intendere, che eleuatosi da noi n’andarà i corui.
- So.
- Poi non lo condurrò io dandoli doi oboli, narrante sì manifesti insogni.
- Sa.
- Hor adesso dirò una parola à gli spettatori, che niente da noi aspettino: ne il rito è robato da Megara, ne hauemo nuoci da la sporta, ne il feruo ne ha da gettar à gli spettatori, ne per Hercole Euripide è ingannato ne la cena, ne anche bertegiato. ne se Cleone è stà splendido di roba, anchora lo irritaremo. ma dirò un senso, non troppo buono à uoi, ma la comedia oneratiua è più sauia, e dotta. è il padrone di sopra che dorme, egli il grande huomo,