Pagina:Lettere autografe Colombo.djvu/74

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54 cristoforo


Io vi recherò qui intero colle sue proprie parole il giudizio ch’ei faceva della difficoltà di un poema su Colombo; nelle quali vedrete prova di perspicacia notabile, degna di colui che con Traiano Boccalini e con Campanella inaugurava in Italia la letteratura politica, e che prima di Cartesio, prima di Perrault, esprimeva sì vivo il senso della superiorità dei moderni sugli antichi. Colombo, dic’egli, fu piuttosto gran prudente che gran guerriero; e insistere su una guerra dove gli avversari erano disarmati e vili è fare una Batracomiomachia, e dare al Colombo un grosso esercito è contro alla storia e contro l’arte. Ed anche negli amori è da usar parsimonia perchè le selvaggie erano brune ed ignude. . . . . però io mi ristringerei come fece Omero nell’Odissea a fortune di mare, a contrasti e macchine di demonii, e incontri di mostri, e incanti di maghi, a impeti di genti selvaggie, a discordie e ribellioni de’ suoi; e negli amori anderei molto cauto per non uscire dal vero; e fìngerei piuttosto le Indiane innamorate dei nostri che i nostri di loro, come nella storia si legge d’Anacaona».

Lorenzo Costa, l’ultimo cantore di Colombo, sembra aver pesate a lungo tutte queste difficoltà, e le altre ancora che s’accrebbero coi tempi più freddi e più austeri. Però scelse a celebrare il massimo fatto dell’eroe, la scoperta; ristrinse l’azione al primo viaggio, e pose studio alla verità mantenendo nei termini della storia la severa figura del Colombo. Magnifica è la protasi e quasi di poema divino; la creazione, tutto il dogma cattolico, la caduta, la dispersione dei Noetici; poi la redenzione e la carità che ricongiunge le stirpi fraterne, e Colombo apostolo di Cristo al nuovo mondo. Queste grandi idee, che sembrano pensate dall’Alighieri e che sono conformi allo spirito stesso di Colombo, non hanno poi in seguito un degno