Pagina:Macbeth.djvu/17

Da Wikisource.
14 MACBETH.


L’arte e la possa. Macdovaldo, iniquo
Spirto ben degno d’impugnar la spada
Del tradimento, i Cherni e i Galluglassi
Guidò dall’occidente a’ nostri danni.
Come torrente per dirotte pioggie
Impetuoso, quella furia irruppe
Nelle nostre colonne, e le scompose.
La pugna era perduta, allor che giunse
Il tuo supremo condottier Macbetto.
Col brando il valoroso un varco s’apre
Attraverso la mischia, afferra il braccio
Del traditore, nè da lui si spicca
Anzi che dal cocuzzo in sino al mento
Diviso egli non l’abbia, e nella spada
Fitto, veggenti noi, l’infame capo.
re.
O mio prode cugino! o glorïoso
Mio cavalier!
cavaliere.
Ma come uscir miriamo
Dalla plaga medesma, onde i suoi raggi
Ne manda il sole, i nembi e le tempeste,
Dal sen della vittoria un gran periglio
Ne sopravvenne. Ascolta, o Sire! In fuga
Vôlti appena i nemici, e noi sull’orme
De’ fuggitivi, Sveno, il re norvegio,
Ne assalì, ne arrestò con ben armati
Freschi guerrieri, e ne volea di mano
La vittoria strappar.