Pagina:Monsignor Celestino Cavedoni.djvu/26

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bella impresa: e il vero editore Braun, a contrassegno d’ammirazione e d’animo cortese, ne faceva apparire editore quegli che ne era stato soltanto l’illustratore.

Però io non debbo dissimularvi, o Signori, che fra i giudici Francesi uno ne sorse, il François Lenormant|Lenormant, il quale sebbene con grandi encomii celebrasse i meriti del Cavedoni, tuttavia inserì nel Rapporto della Commissione alcune sua censure contro quest’opera. Se non che le medesime non trovarono un eco presso i dotti; anzi servirono solamente a far sorgere un caldissimo difensore, fra coloro stessi che facevano parte della Commissione esaminatrice. Appena aveva il nostro Numismatico dato di piglio alla penna per apparecchiarsi alla difesa, e già il sommo Archeologo Francese Raoul Rochette erasi accinto a ribattere con tutta lena le ingiuste osservazioni del proprio collega: e con un linguaggio caldo d’ammirazione pel Numismatico Modenese, ne analizzava minutamente e commendava le dottrine, in una serie di articoli importantissimi stampati nel Giornale dei Dotti.[1] E invero non si poteva trovare giudice e difensore autorevole più di lui, che per lunghi anni studiò le Medaglie della Magna Grecia, ed impiegò buona parte della sua vita a formarsene una collezione.

Fra le osservazioni del Censore Francese quella campeggia per l’importante controversia a cui si riferisce, che il Cavedoni non abbia impugnato l’esorbitante antichità attribuita ai prischi monumenti dell’arte Italica dagli Archeologi Romani. Il Lenormant, riguardandolo come timido amico del vero, lo disse avverso alle questioni storiche per non turbare le illusioni di coloro che di buon grado farebbero dell’Italia una scuola, alla quale la Grecia sarebbesi educata.


  1. [p. 43Journal des Savants, Ann. 1852 e 1854.