Pagina:Monsignor Celestino Cavedoni.djvu/30

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tempo i dotti in ogni ragione i studi, il filologo ed il filosofo, lo storico e il giureconsulto, il poeta e l’artista. Gli uni come Bunsen e Lepsius, Müller e Goerres scrutano le forme del suo linguaggio antichissimo, per risolvere gli ardui quesiti dell’etnografia, o rintracciare le prime orme stampate dall’umanità sopra la terra. Gli altri studiosi del pubblico Diritto e delle legislazioni, come il Sigonio, Pastoret e Dupin, volgono le loro considerazioni al meraviglioso assetto di una democrazia teocratica della quale non trovasi somiglianza presso verun altro popolo. Infine i Poeti e gli artisti, dall’Allighieri e dal Buonarotti fino al Manzoni, trovano nel sacro volume una viva sorgente d’ineffabili ispirazioni. Se non che, per ciò che riguarda la trattazione scientifica dei principj dogmatici, un dissidio irreconciliabile disgrega i seguaci del Cristianesimo dai settatori della filosofia positiva, moderna e antica ad un tempo, alla quale è primo canone l’ignoranza delle cause che trascendono le leggi dei fenomeni sensibili. Oltre di che, la moltiplicità delle religiose credenze moltiplica le barriere di separazione. — Voi sapete, o Signori, che l’idea religiosa, onde tutto si sentiva compreso il Cavedoni, era quella stessa dell’Allighieri allorquando nel mezzo del cammino della sua vita, commosso dagl’inni che la Cristianità faceva echeggiare sulle rive del Tebro, imprendeva il mistico pellegrinaggio, e commentando l’epopea del suo duca e maestro, spiegava la causa onde il padre di Silvio fu padre ed autore del latino impero. Questa idea, con tutta la virtù del suo prestigio, gli scaldava l’ingegno e gli governava la penna. Così il Cavedoni tutto compreso dal pensiero della divina consecrazione che gli brillava sulla fronte, imitava i figliuoli di Giacobbe