Pagina:Monsignor Celestino Cavedoni.djvu/50

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riosi esempi dati con altri scienzati dal primo e dal terzo Napoleone. Poichè giova serbar memoria d’ogni più lieve particolarità spettante alla vita degli uomini insigni, come diceva il nostro Muratori scrivendo al Zeno, torna opportuno rammentare per filo e per segno come procedettero le cose. Nessun decreto noto al pubblico stabilì a favor suo una deroga alla legge comune. Ei sopravisse di pochi mesi alla promulgazione od applicazione della legge, e non fu invitato a prestare giuramento, ma soggiacque alla penosa ansietà dell’incerto suo destino; non ebbe parole atte a rassicurarlo, e quelli che conoscevano la delicatezza di sua coscienza, ed erano ben molti, si sentivano turbati da dolorose apprensioni. La spada di Damocle gli stava sospesa sul capo, ed egli stesso lo diceva. Un forestiero recatosi un giorno a visitarlo nella Biblioteca, gli manifestò il compiacimento che ne provava, veggendolo tuttora al suo posto. Al quale soggiunse: «sì, io mi trovo ancora quì, ma da un momento all’altro ne posso essere balzato; perchè se mi venisse chiesto il giuramento crederei di non doverlo prestare. Chi avrebbe mai detto che negli ultimi giorni della mia vita potrei essere ridotto ad invocare l’assistenza de’ miei parenti?» Perciò convien dirlo, il Governo usò riguardi al Cavedoni, ma la prova indubitata se ne ebbe solo quando fu colpito dalla morte; in seguito s’intese poi a dire che il Prefetto avesse avuto l’ingiunzione di non pretendere da lui il giuramento.

La Deputazione di Storia Patria residente nella nostra città, nel giorno 15 Dicembre 1865, deliberò di fare scolpire in marmo il Busto del Cavedoni, affidandone la commissione all’illustre statuario Giuseppe Obici Professore a Roma, ed invitando i cittadini a contribuire colle loro offerte. Il lavoro venne eseguito, ed ora nella sala maggiore della nostra Biblioteca si veggono le sembianze del sommo archeologo fra quelle del Muratori e del Tiraboschi.