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— Io l’ho fatto a fin di bene e per la felicità di mio marito! Iddio mi vede il cuore!.., e sono sicura che mi perdonerà.—
E detto così, si sentì subito più consolata.
Venti giorni dopo io capitai in casa Tanaglia.
Mentre si stava lì faeendo l’ora per andare a tavola (a Borgunto pranzano tutti a mezzogiorno), il mio buon amico Bruto mi ripeteva, senza avvedersene, per la quindicesima volta, che lui di gingilli cavallereschi non voleva saperne e che aveva sempre pregato Dio, perchè in mezzo a tante miserie umane, gli avesse almeno risparmiata l’umiliazione di vedersi fatto cavaliere.
Quand’ecco che la serva di casa entrò nella stanza e gli presentò un plico sigillato.
Appena aperto il plico, il viso di Bruto s’illuminò di un sorriso subitaneo e norvoso, e dalla sua bocca scoppiò un finalmente!... che parve proprio una pistolettata.
Ma poi rammentandosi che non era solo, si ricompose in un attimo; e pigliando l’atteggiamento accademico del Gladiatore morente, mugolò con voce cupa e tentennando il capo:
— Questa poi non me l’ero meritata!
— Che cosa t’è accaduto? — gli domandai.
— Mi hanno fatto cavaliere!
— Ci vuol pazienza, caro mio! È una disgrazia che può toccare a tutti. Non siamo sicuri neanche a letto.
— Che cosa mi consigli? debbo rimandarlo questo gingillo?