Pagina:Odissea (Pindemonte).djvu/21

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6 odissea


Che non s’invia nell’isola d’Ogige
120L’ambasciator Mercurio, il qual veloce
Rechi alla Ninfa dalle belle trecce,
Com’è fermo voler de’ Sempiterni,
Che Ulisse al fine il natio suol rivegga?
Scesa in Itaca intanto, animo e forza
125Nel figlio io spirerò, perch’ei, chiamati
Gli Achei criniti a parlamento, imbrigli
Que’ proci baldi, che nel suo palagio
L’intero gregge sgozzangli, e l’armento
Dai piedi torti e dalle torte corna.
130Ciò fatto, a Pilo io manderollo e a Sparta,
Acciocchè sappia del suo caro padre,
Se udirne gli avvenisse in qualche parte,
Ed anch’ei fama, vïaggiando, acquisti.
     Detto così, sotto l’eterne piante
135Si strinse i bei talar, d’oro, immortali,
Che lei sul mar, lei su l’immensa terra,
Col soffio trasportavano del vento.
Poi la grande afferrò lancia pesante,
Forte, massiccia, di appuntato rame
140Guernita in cima, onde le intere doma
Falangi degli eroi, con cui si sdegna,
E a cui sentir fa di qual padre è nata.
Dagli alti gioghi del beato Olimpo