Pagina:Odissea (Pindemonte).djvu/45

Da Wikisource.
30 odissea


Trepidan tanto, che la figlia ei doti,
E a consorte la dia cui più vuol bene?70
L’intero dì nel mio palagio in vece
Banchettan lautamente, e il fior del gregge
Struggendo, e dell’armento, e le ricolme
Della miglior vendemmia urne vôtando,
Vivon di me: nè v’ha un secondo Ulisse,75
Che sgombrar d’infra noi vaglia tal peste.
Io da tanto non son, nè uguale all’opra
In me si trova esperïenza, e forza.
Oh così le avess’io, com’io le bramo!
Poscia che il lor peccar varca ogni segno,80
E, che più m’ange, con infamia io pero.
Deh s’accenda in voi pur nobil dispetto:
Temete il biasmo delle genti intorno,
Degl’immortali Dei, non forse cada
Delle colpe de’ Proci in voi la pena,85
L’ira temete. Per l’Olimpio Giove,
Per Temi, che i consigli assembra, e scioglie,
Costoro, amici, d’aïzzarmi contro
Restate, e me lasciate a quello in preda
Cordoglio sol, che il genitor mi reca.90
Se non che forse Ulisse alcuni offese
De’ prodi Achivi, ed or s’intende i torti
Vendicarne sul figlio. E ben, voi stessi