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VITA

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ciascuna di loro passò sette parosismi: in questo fortunato, ma non già nell’avere, perchè nato ricco anzi che no, disperdendosi la roba per molte disavventure, egli visse, non già bisognoso, ma nè tampoco abbondantissimo. Ebbe un fratello ed una sorella legittimamente nati, i quali morirono innanzi lui, ed il fratello non mai si maritò. Questo è quanto si possa raccontare di Gabriello, come di comunale cittadino, e poco monta il saperlo. Di lui, come di scrittore, forse altri averà vaghezza d’in- tendere alcuna cosa, ed io lealmente dirò in questa maniera.

Gabriello da principio, che giovinetto vivea in Roma, abitava in una casa giunta a quella di Paolo Manuzio, e per tal vicinanza assai spesso si ritrovava alla presenza di lui, ed udivalo ragionare. Poi crescendo, e trattando nello studio pubblico, udiva leggere Marc’Antonio Mureto, ed ebbe seco famigliarità. Avvenne poi che Sperone Speroni fece stanza in Roma, e seco domesticamente ebbe a trattare molti anni; e da questi uomini chiarissimi raccoglieva ammaestramenti. Partito poi di Roma, e dimorando nell’ozio della patria, diedesi a leggere libri di poesia per sollazzo, e passo passo si condusse a volere intendere ciò ch'ella si fosse, e studiarvi attorno con at- tenzione. Parve a lui di comprendere, che gli scrittori greci meglio l’avessero trattata; si abbandonò tutto su loro, e di Pindaro si maravigliò, e prese ardimento di comporre alcuna cosa a sua somiglianza, e quei componimenti mandò a Firenze ad amico. Di colà fugli scritto, che alcuni lodavano fortemente quelle scritture; egli ne prese conforto, e non discostandosi da’ Greci scrisse alcune canzoni, per quanto sosteneva la lingua volgare, e per quanto a lui bastava l’ingegno, veramente non grande, alla sembianza di Anacreonte e di Ssffo, e di Pindaro e di Simonide. Provossi anche di rappresentare Archiloco, ma non soddisfece a sè medesimo. In sì fatto esercizio parvegli di conoscere, che i poeti volgari erano poco arditi e troppo paventosi di errare, e di qui la poesia loro si faceva vedere come minuta; onde prese risoluzione, quanto ai versi, di adoperare tutti quelli i quali dai poeti nobili o vili furono adoperati. Di più avventurossi alle rime, e ne usò di quelle le quali finiscono in lettera da' grammatici detta consonante, imitando Dante, il quale rimò Feton, Orizzon in vece di dire Fetonte, Orizzonte. Similmente compose canzoni con strofe e con epodo alla usanza de’ Greci, nelle quali egli lasciò alcuni versi senza rima, stimando gravissimo peso il rimare. Si diede ancora a far vedere se i personaggi della tragedia tolti da' poemi volgari e noti, più si acconciassero al popolo, che i tolti dalle scritture antiche; e mise Angelica esposta all'orca in Ebuda, quasi a fronte di Andromeda; ed ancora alcune egloghe, giudicando le composte in volgare italiano troppo alte e troppo gen- tili di facoltà; e ciò fece non con intendimento di mettere insieme tragedie ed egloghe, ma per dar a giudicare i suoi pensamenti. Similmente ne’ poemi narrativi, vedendo che era questione intorno alla favola ed intorno al verseggiare, egli si travagliò di dare esempio a giudicare. Intorno alla favola, stimavasi non possibile spiegare una azione, e che un sol uomo la conducesse a fine verisimilmente; ed egli si travagliò di mostrare che ciò fare non era impossibile. Quanto al verseggiare, vedendo egli che poeti eccellenti erano stati ed erano in contrasto, e che i maestri di poetica non s’accordavano, egli adoperò l’ottava rima, ed anche versi rimali senz’alcun obbligo. Stese anche versi affatto senza rima; provossi in oltre di far domestiche alcune bellezze dei Greci poco usate in volgare italiano, cioè di due parole farne una come Oricrinita Fenice, o riccaddobbata Aurora; parimente provò a scompigliar le parole, come: Se di bella ch’in Pindo alberga Musa; e ciò fatto, essendo già vecchio, radunò alcune canzoni in due volumi, e componimenti in varie materie in due altri, raunò similmente un volume di poemetti narrativi, e sì fatte poesie egli scelse, come desi-