Pagina:Opere (Chiabrera).djvu/23

Da Wikisource.


10 poesie


VI

PER LO MEDESIMO DUCA DI SAVOJA
DIFENSOItK DELLA VI\©VEHZA.

Quando il mel de’ lor concenti
Presso Di ree i gran Poeti
Dior por oro lusinghieri
Disser sol, come possenti
Furo i Greci infra gli Atleti,

O veloci in su i destrieri.

Non cur' io sì basso vanto,

Che se Dedalo ni' impenna
Di cader non ho temenza;

Carlo, i fulmini tuoi canto
Jnfra 1’ Alpi di Gehenna,
li sull’ onde di Du ronza.

Sq d’Italia ogni antro oscuro
Per ornar tuoi regj affanni
Stancherà più d' una incude,
Dall’ ohblio non sei sicuro }
Perocché di vincer gli anui
Vii martet non ha virtudo.

Ma la falce empia mortale,

Che immortai valor disdegna,

Sa schernir mio nobil verso>

Che se ai piè gli metto l’ale,
Come Clio dolce in' insegna,

Vola ognor per 1' Universo.

0'Amedeo P inclita gloria
Là di Rodi in su IP areno
Venia scura al Mondo ornai ;

Ma rifulse sua memoria,

Quando at fonte d’Ippocrenc
Dolcemente io la lavai.

Del qual Re per certo panni
Per cammin di lunga ciato
Che non sei Pcrede in vano;
Cosi forte hai cinto l’armi
Contro all’alme scellerate
Per la Fé del Vaticano,

Ciascun' alma vincitrice
Di mio stil non degnerei,

Sol nc' turbini funesti
Quella spada appai- felice,

Per cui s’ ergono trofei
Cari al guardo de' Celesti,

Quinci a Je sacro mia lira,

Ricca oguor d'eterei suoni,

Onde è Clio nuova maestra;

Or tu dunque infiamma Pira,
L’ira, ch’arma di gran tuoni
L’invincibile tua destra.

VII

I>E1\ L' ALTEZZA SEHEKI8BIMA

Di FERDINANDO II

GRANDUCA DI TOSCANA
Lodasi la suà benignità.

Avea più volte udito
Di Olimene la prole,

Che fu suo padre il Sole;

Oudo tutto invaghito
Di vagheggiare il Genitor sovrano,

Volse le piante all1 immortai sua Reggia,
Onde splendor fiammeggia,

) Che sostener non può lo sguardo umano ,
Quindi, perché Fetonte
Renda contento il suo desire audace,

Senza che il troppo lume i dì gli oscuri
Tolse dall’aurea fronte
il diadema di rai Febo sagace,

> Quasi per lui non più risplender curi,

E sicuro fissò Pavido figlio

Nel temprato splendor P infermo ciglio.

Or Febo a me consenti,

CIP io prenda i lampi is tessi.,

Che hai deposti, e con essi
Rischiari altrui le menti;

E mostri a' Grandi, che del fasto altero
Denno i lampi depor, che ogni occhio abborre,
E più benigni accorre
Chi servo nacque al lui sovrano Impero:

E 'n tal guisa temprata

Tener la maestà del regio aspetto,

Che non offenda con soverchio lume ;

Poiché stende e dilata

Sovra d’ogni soggetto

il dominio, che ha Puom, sì bel costume..

Mentre non pur sulle corporee salme,

Ma gli dà nuovo scettro anco sull’ alme.

Ah neghi Pavia i! suono
$AI1' esecrabil voce,

Che superbia feroce
Chiama a regnar sul trono ;

Quasi rassembri maestà cadente
Quella, clic non sosticn Parco del ciglio,

E non chiama a consiglio,

In qualunque opra sua fasto insolente
Stoltezza! ha d’uopo solo
Mendicar dall’orgoglio onore c stima,

Chi senza lui di vilipendio è degno.

Ma taccia il folle stuolo,

Clic cotanto lo stima,

Che de7 Regnanti il fa primo sostegno;

E perchè muto resti a forza, in prova
Di mostrargli Fernando, o Clio, mi giova.

Mira conPei s’affida

Sulla propria grandezza,

Nè mai vana alterezza,

Entro al suo cor s’annida,

Ve' come alFabil regna, c con qual’arte

I lampi, ond’ei risplende, in sè nasconde,

E l’invidia confonde,

Che si sente cangiar natura in parte .
Mentre per lui si vede,

Senza P usato fiele, oggi compagna
Dell’altrui morto c delPaltrui fortuna;

Che d' essa ei fatto crede,

Perchè grande rimagna

Con dolce sol senza amarezza alcuna:

lo, che di ciò son testimon fedele,

Nel mar delle sue lodi apro le vele.

Ma nel mover dal lito
Ecco vento clic spira,

E ben tosto ritira
Dal corso il legno ardito,

5 E bella Clio, che a’ mici pcnsier dà legge.