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del chiabrera 17


Certo senza guerricr dir si può vana
Ogni eccellenza umana.

O del Mondo Kcina

Italia, genitrice alma d’Eroi!

Io co! cor pronto, io colla monte inchiaa
Alto sospiro alla pietà divina:

Ella co' rai de’ benigni occhi suoi
Sereni i giorni tuoi.

Non pianto, non dolore

Strai per te tenda insidioso audace;
Feconda il grembo d’immortal valore,
Cerere bionda ogni tur» messe indore;

Nè per te basta ma» pena fugace
La bella amala Pace.

Ma se dall’ampie lombe
Poggia por Palio Ciel viperea Pali,

E gonfia Aletto mai tartaree trombo,

Onde il Ciel <!' armi e di furor rimbombe,
Sorgano spirti a vendicar tuoi mali,

A! Pitigliano eguali.

Così voce superba

I\011 farà risonar barbaro Marie,

Se non sembiante alP aspra etade acerba,
Che Pardir spense di Germania in erba;

E ftir le fere sanguinosa ogni arte
Sulle sue membra sparte.

Cinta allor di funesti

Diluvj d'arme Austria a pugnar sen corse
E dentro a' nembi di battaglia infesti
Chiuse in metalli i fulmini celesti
Non tanti in Fiegra, ove più orribil sorse,
Giove mai ne contorse.

Ma, se a' ferri tonanti
Scossersi d’Adria le campagne ondose,

Anco suU’Istro un rimbombar di pianti
Vece a i nostri sentir tuoni sembianti;
Quante, o quante vecchiezze orbe dogliose,
Quante vedove spose?

Certo, s’ è sferza e sprone

Gloria paterna alle virtù divine,

Ei per PI (alia, onde fu sol Campione,
Forte nelParmi in sì crudel tenzone,

Dei» rimenibrossi, ben Parti Latine,

L le coroue Orsine.

XIX

A D. MARIA PRINCIPESSA MEDICI,

ORA HBINA DI FRANCIA
Che per l1 Estate non parta da Firenze.

Febo s1 infiamma, e rimenando il giorno
Via più la terra incende;

Forse inasprirsi dal Leone apprende;

Con cui girando il Cielo or fa soggiorno;
E vola fama intorno
Che per te la parlila ornai s' appresta;

Che vaga di bèll’erbe, e di belP onde,

Vai dove si diffonde
Domestica ombra di reai foresta.

Va gloriosa; c vago aprii de’fiori
Al prato si rinnovi,

E dove il piè riposi, e dove il movi,

CillÀBUfcHA. TESTI EC.

Sian per servizio tuo grazie cd amori;

Ma se le Muse onori,

Sicché lor voci d’ascoltar non sdegni,

Teco avrai di pensar grave cagione,

Perchè in selva s' espone
Ammirabil bellezza a’ rischi indegni.

Non giovò, eh’ a fuggir mettesse penne
Per la foresta oscura,

Che dall' ingiuria altrui sol fu sicura
Dafne allor eh'in fuggir pianta divenne,

E poiché non ritenne

Il piè fugace, che Pumi! lusinga

Ella sprezzò dclPamator selvaggio,

Per cessar grave oltraggio,

In canna fral si trasformò Siringa.

Le rose, onde sua guancia era vermiglia,

Pelle coperse irsuta,

E per lungo ma ri ir fera venuta,

Orsa si fé' la Lieaonia, figlia ;

Or quinci esempio piglia,

Ì Reina, e questi detti in cor ti serra;

Vampa d'estivo ardor si non t’annoi,

Che ’l Sol degli occhi tuoi
Qualche Re, qualche Eroe sospiri in terra.
Se quest’alma Città per lei s' adorna,

Non le tór tua presenza;

Priva del tuo splendor, saria Fiorenza
A mirar come un Ciel, che non s’aggiorna;
AlP ardor che ritorna,

Picciolo spazio è conceduto; ornai
Sento Febo piegarsi a mia preghiera

1E dall’ alta sua sfera,

Almen per te verran giocondi i rai.

Donna, non ammirar, non sia schernito,

Ma trovi il mio dir fede,

Che, da che volsi verso Anfriso il piede,

Ha Febo il mio pregar mai sempre udito;
Allor eh’ io mossi ardito
A forte celebrar gli affanni e P armi
E P Italia illustrar d’ immollai fama,

Egli appagò mia brama,

Nè di sua grazia scompagnò miei carmi.
Quinci valsi a fermar cerchio lucente
Sul crin de i gran guerrieri;

E fra cotanti appariranno altieri

Quei, ch’ai fianco li stan tanto sovente:

Arse poscia mia mente

Desio di celebrar tua gran beltate,

Segno a mortale arcier troppo sublime,

E pure impetrai rime

Per lei non vili alla futura etate.

Di qui sicuro, che mio dir non gisse
Infra Paure negletto,

Febo pregai, eh’ al suo gentil cospetto,
Mentitegli è col Leon, non apparisse;

E sorridendo ci disse :

Guarda se drittamente i preghi hai sparsi,
Fedel mio, che procuri? o che desiri ?

Vuoi tu, clrio sol non miri
Beltà, che sola al Mondo è da mirarsi?
Ch’io non m’aitisi nelP amabil volto,

Ogni tuo studio è vano.

Duoimi (piando nel mar da lei lontano
Per la legge fatai mio carro è volto.

Ben tuoi desiri accolto,

Per modo tal, eh’ io temprerò mio lume,

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