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lo stendardo dei carabinieri 31


Lo ripetiamo, Giulio Carcano in questi suoi versi, allude, non solamente ai caduti sul campo colle armi in pugno; ma volge il pensiero, altresì, ai fucilati in massa nelle piazze, o fra le quattro mura di una fortezza, quando il sole d’Italia non aveva ancora mandato inorriditi i suoi raggi sulle forche di Belfiore.


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Inaugurare, dunque, lo stendardo di quei bravi che formavano, e formano, la scorta della sacra persona del Re; di quell’arma che aveva, ed ha, la precedenza su tutte le altre armi; lo stendardo di quegli eroi del dovere e del sacrificio i quali, in campo aperto, versavano impavidi il sangue; e, fra le insidie delle piazze, o fra le orgie del brigantaggio lasciarono — come a Misilmeri — brandelli delle loro carni fra le unghie e i denti di belve feroci in forma umana; inaugurare lo stendardo di quella squadra leggendaria che a Pastrengo, nel 1848, caricava vittoriosa; e sui campi di Novara, innalzava una barricata di corpi umani per difendere il corpo del proprio Re; inaugurare, dico, tale stendardo, non v’ha soldato, nè cittadino italiano, che di tale onore non andrebbe orgoglioso.

Storici, pittori, poeti, artisti insigni, celebrarono in più forme la carica dei duecento carabinieri di Pastrengo, e quella compiuta dalla stessa arma sugli insanguinati campi di Novara il 23 marzo 1849. Fra’ poeti, primissimo, dedicava loro un canto meraviglioso il conte Costantino Nigra, già ambasciatore del Re a Vienna, antico e prezioso segretario di Camillo Cavour, amico dello sventurato Napoleone III.

Il Nigra, illustre figlio di quella terra che diede i natali a Pietro Micca — nido d’eroi e della libertà d’Italia, — il Nigra, nell’ultima delle vittorie delle armi Sarde, a Rivoli, precedendo il proprio plotone, ebbe forato il braccio da una palla boema. Egli, soldato, poeta, diplomatico, nell’anno 1861 —