|
LUngi dal Tempio, ove fa Dio dimora,
Sirene incantatrici, lusinghiere,
E lungi pur dalle contrade ancora,
4Ch’ivi passeggia fra celesti schiere.
Voi l’alme a ruinar intente, ognora
Mille, e mille tendete insidie nere.
Guai a chi incauto voi ne segue, e onora,
8Nuove di cieco Averno atre Megere!
Treman gli Abissi al scintillar d’un guardo
Del possente Signor, e copron pure
11Le faccie loro i Serafin coll’ali.
E voi tentate senza alcun riguardo
A tanta Maestà, Femmine impure,
14Di farvi idolatrar stolte, e mortali?
FU sempremai dono del ciel beltade,
Nè vi ha chi negar questo o deggia, o possa;
Ma fugge nel fuggire dell’etade
4Fresca, e dagli anni tosto vien rimossa.
Non così a donna d’intelletto accade,
Ch’onta non teme d’alcun tempo, o scossa;
E allorchè morte il fragil corpo invade,
8Ed esso, e fama non chiude una fossa.
Femmina dunque spiritosa, e saggia
A mio parer dee preferirsi a quella,
11Che di bellezza il pregio in sè sol tiene.
Pur mia definizione non oltraggia
Graziosa beltà, quando rubella
14A lui non sia, d’onde ogni ben ne viene.
|