Pagina:Sotto il velame.djvu/141

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D’ogni malizia...
ingiuria è il fine, ed ogni fin cotale
o con forza o con frode altrui contrista.

(Dante piange e s’attrista e grida per la lupa, non per la lonza).

Ma perchè frode è dell’uom proprio male
più spiace a Dio.

Malizia è di tutte e due le fiere: del leone e della lupa; e di tutte e due le disposizioni: della violenza e della frode; ma la frode ha un male in più, come malvagia e ria è la lupa.


III.


Dante, nel ragionamento intorno all’ordine dei peccati nell’ inferno[1], ha due autori avanti al pensiero: Cicerone, per la divisione della malizia in violenza e frode, Aristotele per la triplice disposizione che il ciel non vuole. Egli le fonde insieme, facendo un po’ forza, a dir vero, alla dottrina d’Aristotele; e pareggia la matta bestialità dell’Etica alla malizia, anzi ingiustizia, con forza (vis) del de Officiis. Ora questo è il luogo di Cicerone, che Dante poteva leggere ancora nel Tesoro di Brunetto e nel Moralium dogma[2]: "Poichè in due modi, cioè o con violenza (vi) o con frode, si commette ingiuria, la frode par

  1. Inf. XI 16 segg.
  2. De off. I 13, 41. Nel Moralium dogma: La truculenza si divide in violenza (vim) e frode: la frode par quasi di volpe (vulpeculae) etc. Il Moralium dogrma è nell’ed. italiana del Brunetto Latini del Sundby.