Pagina:Sotto il velame.djvu/36

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pur con questi, Dante non è detto (per ciò, almeno, che si riferisce alla selva e allo smarrimento) reo, sì ingannato. Ricordiamo:[1]

Ben ti dovevi, per lo primo strale
delle cose fallaci, levar suso
di retro a me che non era piu tale.

Non ti dovean gravar le penne in giuso
ad aspettar più colpi, o pargoletta
o altra vanità con sì breve uso.


Beatrice non era più cosa fallace; dunque era stata. Di lei era stato breve uso; dunque anche ella era stata una vanità. Dunque tra le cose fallaci, tra le vanità, tra le false imagini di bene, tra le presenti cose piene di falso piacere, ella poneva pur sè; sè viva; e pargoletta è da lei detto in memoria forse di quando ella apparve a Dante nella sua giovanissima età. Ella dice: una pargoletta come me, una vanità qual era io. Pure quella pargoletta conduceva Dante in dritta parte volto; e le altre no, non lo condussero; come si vide. Bene: ma qual grande peccato era di Dante, se nelle altre egli credeva vedere il bene che in quella pargoletta bella e nuova, il cui viso si era nascosto e i cui occhi giovinetti non lucevano più? Non dice egli che per dieci anni fu assetato di lei? Ferito dallo strale delle cose fallaci, correva quà e là, dove vedeva balenare uno specchio d’acqua, senza trovarlo mai, sì che la sete e’ non la potè disbramare che quando di nuovo ella gli apparve sul santo monte.[2]

  1. Purg. XXXI 55 e segg.
  2. Purg. XXXII 2.