Pagina:Sotto il velame.djvu/38

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chiama non valente, cioè vile? Rispondo: Perchè non valente, cioè vile, sarebbe da chiamare colui, che non avendo alcuna scorta, non fosse ben camminato; ma perocche questi l’ebbe, lo suo errore e ’l suo difetto non può salire; e però è da dire non vile ma vilissimo.[1]Vile e viltà in tutto questo trattato del Convivio è opposto di nobile (che Dante deriva da non vile) e di nobiltà; e nobiltà o gentilezza o bontà è la perfezione umana la quale consiste nell’usar che faccia l’anima "li suoi atti nelli loro tempi e etadi, siccome all’ultimo suo frutto sono ordinati".[2]Ora fortezza o magnanimità[3] è virtù di giovinezza; e il giovane che non l’abbia è non nobile, cioè vile. E Dante ci mostra nel poema, una volta tra le altre, il nobile in faccia al vile.[4]

Se io ho ben la tua parola intesa,
rispose del magnanimo quell’ombra,
l’anima tua è da viltate offesa.

II magnanimo è Virgilio, l’altro ingombrato da viltà, come cavallo ombroso, è Dante. Direste voi che Dante sia pauroso per quel rifiuto che tenta fare? Si tratta d’un’impresa quale solo al più nobile degli eroi e al più privilegiato dei santi riuscì. Dante dubita che la sua virtù non sia assai possente: la sua virtù è stanca. Eppure il magnanimo continuando dice:


di questa tema a ciò che tu ti solve;


e conclude:

  1. Conv. IV 7.
  2. Conv. IV passim, e 24.
  3. Conv. IV 26.
  4. Inf. II 43 segg.