Pagina:Sotto il velame.djvu/41

Da Wikisource.


Alcun tempo il sostenni col mio volto;
mostrando gli occhi giovinetti a lui,
meco il menava in dritta parte il volto.


Si smarrì. E la dolce scorta pur rimaneva. Ella afferma ancora:[1]

Nè impetrare spirazion mi valse,
con le quali e in sogno ed altrimenti
lo rivocai.


Or tutta quella paura, in cui è implicita tanta viltà, è sempre per quello smarrirsi, non per altro.

Ma selva è quasi morte! Sì; e ciò vuol dire che Dante era come morto là in quell'oscurità. Essere morto o essere nella morte è la stessa cosa, come vivere ed essere in vita tornano lo stesso. Ebbene? Anche il vilissimo, di cui sopra, tanto quello che dalla via del buono anticessore si parte, quanto l'altro, a cui è simile, che tortisce per li pruni e per le ruine, Dante dice che veramente morto dire si può. E, perchè non restiamo abbagliati da quelle parole che ivi si leggono e che porterebbero, a prima vista, che il malvagio soltanto si può dir morto, e tralasciando che malvagio ivi ha il significato non di dato al male, ma, presso a poco, di vile; ecco la ragione che Dante assegna di tal sentenza: "Vivere nell'uomo è ragione usare.Dunque se vivere è l'essere dell'uomo, e cosi da quello uso partire è partire da essere, e così è essere morto". Dunque morto si può dire, nel fiero stile di Dante, chi si parte dall'uso della ragione, pur senza darsi a tutto

  1. Purg. XXX 133 seg.