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14 Storia della Letteratura Italiana.


XIII.

Eccellenza delle Pitture Etrusche.

Se alcuna delle Etrusche pitture ci fosse rimasta, noi potremmo cogli occhi nostri medesimi giudicare della loro bellezza. Ma se anche delle Greche e delle Romane abbiam fatta tal perdita, che assai piccola idea ne avremmo, se la scoperta delle rovine di Ercolano non ce ne avesse poste moltissime sotto degli occhi, qual maraviglia è, che delle Etrusche tanto più antiche non ci rimanga vestigio[1]? Quale però ne fosse il valore e il pregio, si può bastantemente raccogliere dall’allegato passo di Plinio, che di eccellentissima forma le dice, e ne aggiugne in pruova l’infame uso, che voleva farne Ponzio Legato, egli dice, del Principe Cajo, cioè, come pare che debba intendersi, di Cajo Caligola, ovvero, come legge il P. Arduino, lo stesso Principe Cajo, se esse non fossero state dipinte sul muro. E certo il sol conservarsi intatte e vive per tanti secoli, quanti ne erano corsi dal tempo, qualunque fosse, anteriore a Roma fino all’età di Plinio, che vivea nel nono secolo dopo la fondazione di essa, è una chiarissima pruova della loro eccellenza[2].


  1. Ho asserito, che non ci rimane vestigio alcuno delle Pitture Etrusche; e tale pure è il sentimento del Conte di Caylus da me citato più sotto. Forse le figure, che si veggono su’ vasi Etruschi, si vorranno da alcuni considerare come opere di pittura; il che, quando sia, gioverà a confermare l’eccellenza degli Etruschi in tal arte, poichè è certo, che molte se ne incontrano di vago ed elegante lavoro; e se non vogliansi dire pitture, serviranno almeno a provarci la finezza degli Etruschi medesimi nel disegno. Altri forse potranno additare altre pitture, che diconsi opere degli Etruschi; e quando si possa provare, che tali siano veramente, saranno una nuova pruova della nostra opinione, che gli Etruschi in tutti i lavori dell’arte fossero valorosi Maestri. V. la Nota seguente.
  2. L’Ab. Passeri ha osservato, che alcuni Vasi Etruschi hanno diversità di colori, e fra essi ancora un bellissimo porporino lavorato a fuoco (Picturæ Etrusc. in Vasc. T. I p. LXV), il che può pruovare, che essi sapevano ancora impastare, e maneggiare i colori. Un’altra pruova ne posson somministrare le grotte, che tuttor veggonsi presso Corneto, ove era già l’antica Città Etrusca detta Tarquinium. Servivano esse a’ sepolcri, e vi si osservan tuttora le pitture, onde essi gli ornavano. Niuno aveane finora parlato con esattezza, e il primo a darcene una diligente descrizione è stato il Winckelmann nella nuova edizione della sua Opera (T. I p. 192); e nelle note aggiunte all’edizion Romana si dice, che sene avrà presto una accurata notizia con tavole in rame dal Sig. Byres Inglese. Mentre si sta aspettando quest’Opera, in cui sarebbe desiderabile, che alla rigorosa esattezza del disegno si aggiugnesse l’espression de’ colori, io mi compiaccio di poter qui recare la descrizione, che, dopo aver diligentemente esaminata una di quelle grotte, me ne ha trasmessa con sua lettera da Corneto de’ 20 di Maggio del 1786 il Sig. Card.