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36 EMILIO SALGARI


messicano, a lama spadiforme, che aveva poco prima preso fra le armi sospese ai pali, mormorando:

— Ecco la via aperta agli Sioux. —

Poi, spiccato un salto da pantera, si era slanciata fuori, gridando:

— Dove devo montare?

— Dietro di me, — disse l’indian-agent, prendendola per un braccio e sollevandola come una piuma.

Una scarica in quel momento rimbombò verso la gola.

— Via, amici!... — gridò John. — Addio, colonnello!... Tenete testa a quei vermi!... —

Poi, senza attendere altro, i tre cavalieri, per paura di vedersi assaliti nelle gole sottostanti, lanciarono a corsa sfrenata i loro mustani, mentre le scariche si seguivano alle scariche, implacabili, tremende, rumoreggiando sinistramente fra le alte rocce che cadevano quasi a piombo intorno all’accampamento americano.

Urla terribili s’alzavano di tratto in tratto: gli Sioux, prima di forzare la gola, lanciavano il loro intraducibile urlo di guerra, che sembra composto da una serie di latrati furiosi.

Dinanzi ai fuggiaschi s’apriva un canon, ossia una gola assai ripida, fiancheggiata da enormi gruppi di cedri, di pini, di ortensie, in mezzo ai quali si udivano scrosciare migliaia e migliaia di torrenti invisibili.

L’indian-agent, che conosceva a menadito tutti i territorî del centro dell’Unione, che aveva percorsi per tanti anni servendo come intermediario fra le pelli-rosse ed i trafficanti delle praterie, si era slanciato nel burrone, gridando ai compagni:

— Sorreggete i cavalli!... Lasciate che gli altri si battano.

Avremo più tardi anche noi la nostra parte. D’altronde la gola non è facile a prendersi.

Piccina, tienti stretta, se non vuoi spaccarti il cranio!... Là, così, al galoppo amici!... —

John Maxim montava un cavallo di statura quasi gigantesca, un bellissimo pezzato, dagli occhi ardenti e da criniera lunghissima, adatto a portare un uomo che pesava non meno d’un quintale.

L’intelligente animale, abituato alle guerriglie indiane, comprendendo che il suo padrone correva forse qualche pericolo, si era gettato nel canon con piena sicurezza, tenendo alta la testa e puntando fortemente le robustissime zampe.

I due mustani di Harry e di Giorgio, l’uno tutto nero che sembrava un velluto e l’altro invece tutto grigio colla criniera invece candidissima, entrambi di razza spagnuola, l’avevano seguito senza esitare, nitrendo giocondamente.

Avevano percorsi tre o quattrocento passi, saltando le rocce che coprivano il fondo del canon, quando fra i colpi di fucile che non cessavano di rimbombare, i tre volontari della frontiera udirono, con loro non poco stupore, delle voci chiamare insistentemente: