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Che ogni rione di Roma avrebbe un granaio pubblico.

Che se un romano fosse ucciso in servizio della patria, i suoi eredi ne avrebbero 100 lire se era un fante, e 100 fiorini se era cavaliere.

Che le città e fortezze avrebbero soldati tolti dal seno del popolo romano.

Che ogni accusatore che non poteva giustificare la sua accusa andava soggetto alla pena cui sarebbe stata condannata la sua vittima.

Che non si distruggerebbero (come in tutti i Comuni allora avveniva) le case dei condannati, ma andrebbero al Comune.

Il Cola ebbe da quel parlamento popolare signoria piena della città; si assunse a compagno innocuo il Vicario del Papa, si intitolò Tribuno e fece veramente miracoli; restituì la pace dove era il caos; potè vedere chinati a’ suoi piedi i superbi baroni, perfino il ribelle e potente prefetto di Vico. Esercitò una giustizia severa con tutti, coi più potenti come coi popolani. Degli Orsini, dei Savelli, dei Gaetani, furono da lui, perchè violatori della legge, fatti appiccare, e, quello che è più, anche dei preti, come il monaco di Sant’Anastasio, imputato di parecchi assassinii.

Col così detto Tribunale di pace riamicò 1800 cittadini, prima nemici mortali. Abolì, o meglio, tentò abolire l’usanza servile del titolo del Don, che pure serpeggia tutt’ora fra noi nel sud; proibì il gioco dei dadi, il concubinato, gli inganni sui commestibili, con che si guadagnava più il favore della plebe. Creò, infine, una vera milizia cittadina, una vera guardia nazionale!