Pagina:Una sfida al Polo.djvu/37

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un duello all’americana 31


— Non dico di no.

— Affascinante.

— Se tale non fosse, già da lungo tempo ve l’avrei abbandonata. Disgraziatamente mi ha bruciato il cuore e sento ormai che non potrei rassegnarmi a vivere senza di lei.

— Allora si carica una buona rivoltella e si va a dimenticarla all’altro mondo.

— Il consiglio mi pare buono, però vorrei che prima foste voi a metterlo in esecuzione.

— Ah no, signor mio, — disse l’americano, con vivacità. — Provate prima voi.

— Per ora no, quantunque io abbia la certezza che quella donna non possa far felice nessun uomo.

— Allora si lascia andare.

— No.

— È un puntiglio allora il vostro.

— Non lo so, ma mi pare che questo non sia il luogo per occuparci dei nostri affari, mister Torpon.

— Avete ragione, signor di Montcalm. Io mi ero proposto di offrirvi una cena e di mangiarcela assieme ai nostri partners. Accettate?

— Con tutto il piacere e tanto più che stamane non ho fatto che una leggierissima colazione per mantenermi più agile.

— Per darmene di più, — disse l’americano, ridendo. — Venite, signori. —

Entrarono nell’albergo, passando dinanzi ad una mezza dozzina di camerieri negri, vestiti correttamente di nero e con dei collettoni candidissimi che li tenevano come impiccati, ed entrarono in una magnifica e spaziosissima sala, illuminata sfarzosamente da un centinaio di lampade elettriche, prendendo posto dinanzi ad una tavola isolata, situata verso un angolo.