Pagina:Una sfida al Polo.djvu/44

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38 capitolo iii.


due partners invece, quantunque abituati a vedere degli uomini fracassarsi reciprocamente i corpi e le teste a gran colpi di pugno, erano pallidissimi.

Ad una chiamata del yankee un servo negro che reggeva un doppio candelabro d’argento, era accorso.

— All’ultimo piano, ― disse il canadese.

Attraversarono la sala, entrarono nell’ascensore ed in un momento si trovarono in alto.

Il negro accese le lampade elettriche e fece percorrere, ai quattro uomini, tutte le trenta stanze, introducendoli per ultimo in una vasta sala, lunga una quindicina di metri e larga non meno di dieci, il cui pavimento era coperto da un gigantesco tappeto. Non vi era che un solo mobile: un pianoforte.

— Qui? — chiese sottovoce l’americano al canadese.

— Sì, — rispose questi.

— Puoi andartene, — disse il primo al negro. — Sopratutto che nessuno ci disturbi anche se succede un po’ di fracasso.

Gli spiriti qualche volta si divertono a fare un po’ di chiasso. —

Il negro sgranò i suoi grandi occhi di porcellana e scappò via come se avesse il diavolo alle spalle, chiudendo dietro di sè le porte.

— Le armi? — chiese brevemente il canadese quando furono soli.

Il partner che teneva il pacco ruppe le corde e mostrò due magnifici bowie-knife, lunghi un buon piede e larghi due pollici, affilati come rasoi ed assai acuminati.

La luce proiettata dalle lampade elettriche raggruppate in mezzo alla sala, riflettendosi sul lucidissimo acciaio, proiettò negli occhi dei quattro uomini un lampo impressionante, tale da farli rabbrividire.