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modTesto in evidenza
Guicciardini M Francesco La Historia dItalia.jpg
La Storia d'Italia è un'opera storica del letterato e pensatore fiorentino Francesco Guicciardini. Scritta tra il 1537 e il 1540, l'opera consta di venti libri e narra gli avvenimenti accaduti tra il 1492 (anno della morte di Lorenzo il Magnifico) e il 1537 (anno della morte di Papa Clemente VII). Essa fu pubblicata per la prima volta nel 1561 a Firenze.

La Storia d'Italia nasce dalla necessità di Guicciardini di verificare tramite l'esperienza della realtà storica le riflessioni condotte nei suoi Ricordi, in cui tra gli altri argomenti tratta dell'impossibilità di cogliere nella storia leggi e modelli assoluti che permettano di prevedere l'andamento degli eventi, ponendosi in contrasto con il pensiero umanista e con il Machiavelli.


modImmagine in evidenza

 
Ecco apparir lo smisurato mostro
     mezzo ascoso ne l'onda e mezzo sorto.
     Come sospinto suol da borea o d'ostro
     venir lungo navilio a pigliar porto,
     così ne viene al cibo che l'è mostro
     la bestia orrenda; e l'intervallo è corto.
     La donna è mezza morta di paura;
     né per conforto altrui si rassicura.


Ruggiero soccorre Angelica di Jean Auguste Dominique Ingres, (1819)


    
Tenea Ruggier la lancia non in resta,
     ma sopra mano, e percoteva l'orca.
     Altro non so che s'assimigli a questa,
     ch'una gran massa che s'aggiri e torca;
     né forma ha d'animal, se non la testa,
     c'ha gli occhi e i denti fuor, come di porca.
     Ruggier in fronte la ferìa tra gli occhi;
     ma par che un ferro o un duro sasso tocchi.



Orlando Furioso, Canto X, Ottava 99-100

mod Chi ben comincia...

Ci sono libri che iniziano così:


1869 Frederic Leighton - Electra at the Tomb of Agamemnon.jpg

 

Elettra

Notte! funesta, atroce, orribil notte,
presente ognora al mio pensiero! ogni anno,
oggi ha due lustri, ritornar ti veggio
vestita d'atre tenebre di sangue;
eppur quel sangue, ch'espiar ti debbe,
finor non scorre. - Oh rimembranza! Oh vista!
Agamennón, misero padre! in queste
soglie svenato io ti vedea; svenato;
e per qual mano! - O notte, almen mi scorgi
non vista, al sacro avello. Ah! pur ch'Egisto,
pria che raggiorni, a disturbar non venga
il mio pianto, che al cenere paterno
misera reco in annual tributo!
Tributo, il sol ch'io dar per or ti possa,
di pianto, o padre, e di non morta speme
di possibil vendetta. Ah! sí: tel giuro:
se in Argo io vivo, entro tua reggia, al fianco
d'iniqua madre, e d'un Egisto io schiava,
null'altro fammi ancor soffrir tal vita,
che la speranza di vendetta. È lungi,
ma vivo, Oreste. Io ti salvai, fratello;
a te mi serbo; infin che sorga il giorno,
che tu, non pianto, ma sangue nemico
scorrer farai sulla paterna tomba.



come prosegue?


modTesti a fronte

I primi sofisti sconvolsero la vita culturale e politica di Atene con una capacità dialettica in grado di rendere credibili costruzioni filosofiche in contrasto con le più radicate certezze della civiltà greca. Essi non tennero nascosto il segreto della loro abilità: la parte centrale dell'Encomio di Elena di Gorgia, caso esemplare di difesa vincente di imputato indifendibile, è a sua volta un elogio del lógos, al contempo "parola", "ragionamento" e "discorso".

Εἰ δὲ λόγος ὁ πείσας καὶ τὴν ψυχὴν ἀπατήσας, οὐδὲ πρὸς τοῦτο χαλεπὸν ἀπολογήσασθαι καὶ τὴν αἰτίαν ἀπολύσασθαι ὧδε. λόγος δυνάστης μέγας ἐστίν, ὃς σμικροτάτῳ σώματι καὶ ἀφανεστάτῳ θειότατα ἔργα ἀποτελεῖ· δύναται γὰρ καὶ φόβον παῦσαι καὶ λύπην ἀφελεῖν καὶ χαρὰν ἐνεργάσασθαι καὶ ἔλεον ἐπαυξῆσαι. ταῦτα δὲ ὡς οὕτως ἔχει δείξω·

Che se poi da tale eloquenza fu persuasa, che la sua mente ne restasse ingannata, non è pur difficile intorno a questo difenderla, e liberarla dall'accuse, che a lei si fanno. Ella è l'eloquenza un gran Principe, che in un picciolissimo, e assai vil corpo divinissime imprese fa eseguire. Ed ha tal forza di sottrarre alcun dalla tema, d'alleggerirgli il dolore, di cagionargli allegrezza, e d'accrescergli compassione. Il fatto adunque fu tale, quale io vi mostrerò.

Δεῖ δὲ καὶ δόξῃ δεῖξαι τοῖς ἀκούουσι· τὴν ποίησιν ἅπασαν καὶ νομίζω καὶ ὀνομάζω λόγον ἔχοντα μέτρον· ἧς τοὺς ἀκούοντας εἰσῆλθε καὶ φρίκη περίφοβος καὶ ἔλεος πολύδακρυς καὶ πόθος φιλοπενθής, ἐπ' ἀλλοτρίων τε πραγμάτων καὶ σωμάτων εὐτυχίαις καὶ δυσπραγίαις ἴδιόν τι πάθημα διὰ τῶν λόγων ἔπαθεν ἡ ψυχή. φέρε δὴ πρὸς ἄλλον ἀπ' ἄλλου μεταστῶ λόγον.

Ma fa d'uopo con ornamento agli Uditori narrar le cose. La Poesìa tutta io la giudico, e la chiamo un'Orazione fatta con metro, colla quale negli Uditori fa nascere ed un orrore cinto di tema, e una misericordia piena di lagrime, e amica delle doglianze. Nell'opere altrui, e nella fortuna, e disavventura degli altrui corpi le proprie passioni sente l'anima per mezzo di tai discorsi. Or dunque da uno ad un altro ragionamento passando,

Αἱ γὰρ ἔνθεοι διὰ λόγων ἐπῳδαὶ ἐπαγωγοὶ ἡδονῆς, ἀπαγωγοὶ λύπης γίνονται· συγγινομένη γὰρ τῇ δόξῃ τῆς ψυχῆς ἡ δύναμις τῆς ἐπῳδῆς ἔθελξε καὶ ἔπεισε καὶ μετέστησεν αὐτὴν γοητείᾷ. γοητείας δὲ καὶ μαγείας δισσαὶ τέχναι εὕρηνται, αἵ εἰσι ψυχῆς ἁμαρτήματα καὶ δόξης ἀπατήματα.

dico, che tai diletti nascono dall'eloquenza, che avendo in sè quanche cosa del divino, quando son d'allegrezza, e quando di rammarico apportatori. Ed all'oppenione dell'anima una certa portentosa forza è per natura attaccata, che molce, e persuade, e con incantesimo anche trasforma. Difficili però l'arti dell'incantesimo, e della magia si trovano, le quali non sono, che peccati dell'anima, ed inganni dell'oppenione.

Ὅσοι δὲ ὅσους περὶ ὅσων καὶ ἔπεισαν καὶ πείθουσι δὲ ψευδῆ λόγον πλάσαντες. εἰ μὲν γὰρ πάντες περὶ πάντων εἶχον τῶν τε παροιχομένων μνήμην τῶν τε παρόντων ἔννοιαν τῶν τε μελλόντων πρόνοιαν, οὐκ ἂν ὁμοίως ὅμοιος ἦν ὁ λόγος ὴπάτα. νῦν δὲ οὔτε μνησθῆναι τὸ παροιχόμενον οὔτε σκέψασθαι τὸ παρὸν οὔτε μαντεύσασθαι τὸ μέλλον εὐπόρως ἔχει· ὥστε περὶ τῶν πλείστων οἱ πλεῖστοι τὴν δόξαν σύμβουλον τῇ ψυχῇ παρέχονται. ἡ δὲ δόξα σφαλερὰ καὶ ἀβέβαιος οὖσα σφαλεραῖς καὶ ἀβεβαίοις εὐτυχίαις περιβάλλει τοὺς αὐτῇ χρωμένους.

τίς οὖν αἰτία κωλύει καὶ τὴν Ἑλένην νομίσαι ἐλθεῖν ὁμοίως ἄκουσαν οὖσαν ὥσπερ εἰ βιατήρων βίᾳ ἡρπάσθη; ἡ γὰρ τῆς πειθοῦς ἕξις, καίτοι εἰ ἀνάγκης εἶδος ἔχει μὲν οὔ, τὴν δὲ δύναμιν τὴν αὐτὴν ἔχει.

Ma quanti intorno a varie cose l'altrui intelletto convinto hanno, e tuttavia convincono, col tessere ne' lo discorsi bugie! Poiché, se tutti di tutte le cose passate avessero memoria, e intorno alle presenti, e alle future accorgimento; non in diversa maniera, essendovi ragion eguale, che se cose fussero al dì d'oggi avvenute, potrebbero facilmente rimembrar le passate, le presenti comprendere, e indovinare il futuro; siccome fan molti, che intorno a molte cose somministrano all'anima un'opinione, e non ferma, coloro, che s'appoggiano ad essa, rimangono circondati da un'incostante, e non secura fortuna.
Or dunque qual ragion proibisce, ch'Elena similmente, allorchè giovane era, quasi per violenza rapita fosse? Tanta è l'arte del persudere, che tira d'accorso un animo non altramente disposto.

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