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Sonetto XXXII
../Sonetto XXXI ../Sonetto XXXIII IncludiIntestazione 31 agosto 2009 75% Poesie
<dc:title>Rime di Vittoria Colonna, marchesana di Pescara; colla vita della medesima scritta da Giambattista Rota, accademico eccitato.</dc:title> <dc:creator opt:role="aut">Vittoria Colonna</dc:creator> <dc:date>1760</dc:date> <dc:subject></dc:subject> <dc:rights>CC BY-SA 3.0</dc:rights> <dc:rights>GFDL</dc:rights> <dc:relation></dc:relation> <dc:identifier>//it.wikisource.org/w/index.php?title=Rime_(Vittoria_Colonna)/Sonetto_XXXII&oldid=841079</dc:identifier> <dc:revisiondatestamp>20110419211443</dc:revisiondatestamp> //it.wikisource.org/w/index.php?title=Rime_(Vittoria_Colonna)/Sonetto_XXXII&oldid=841079 20110419211443
Rime di Vittoria Colonna, marchesana di Pescara; colla vita della medesima scritta da Giambattista Rota, accademico eccitato. - Sonetto XXXII Vittoria Colonna
1760 1490 1547
SONETTO XXXII
A Che sempre chiamar la sorda Morte?
E far pietoso il ciel col pianger mio,
Se vincer meco stessa il gran desio
Sarà un por fine al duol per vie più corte?
A che girne all’ altrui sì chiuse porte?
Se ’n me con aprirne una al proprio oblio,
E chiuder l’ altra al mio voler, poss’ io
Spregiar l’ avversa stella, e l’ empia sorte?
Quante difese, quante vie discopre
L’ anima, per uscir del carcer cieco,
Di sì grave dolor tentate in vano.
Riman solo a provar, se vive meco
Tanta ragion, ch’ io volga questo insano
Desir fuor di speranza a miglior opre.