Sul bilancio delle consumazioni colle produzioni

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Sul bilancio delle consumazioni colle produzioni
Traduzione di Francesco Lampato (1824)
1824


[p. 236]Alle riflessioni di riputato anonimo scrittore Italiano sull’articolo del sig. De Sismondi[1], facciamo succedere quelle fatte sull’articolo medesimo dal sig. G. B.* [p. 237]Say, autore del Trattato di Economia pubblica, di cui si sono fatte varie edizioni, e crediamo di fare cosa gradevole ai nostri leggitori nel metterli a portata di fare un confronto che in un solo tempo dimostra: la diversità delle opinioni di uomini celebri sopra una materia che interessa tutti gli Stati, l’estensione delle loro dottrine, e la prova incontrastabile che molto resta ancora per fissare le idee sopra dati positivi.

Incominciano i riflessi del sig. Say:

«Fu inserito nel penultimo numero della Rivista enciclopedica (maggio 1824) un articolo del sig. De Sismondi sulla bilancia delle consumazioni colle produzioni, nel quale il pregievole autore rimette in campo i timori già altra volta esternati, che i progressi delle arti potessero moltiplicare i prodotti fino al punto di renderne impossibile lo smercio completo; dal che risulterebbe la rovina d’una quantità di produttori, principalmente nelle classi lavoratrici.

Questa dottrina è in opposizione con quella che il sig. Ricardo ed io tendemmo a stabilire nelle nostre opere, nelle quali è detto, che i prodotti gli uni cogli altri fra loro si comprano, e che la moltiplicazione loro non produce altro effetto che quello di moltiplicare i godimenti dell’uomo e la popolazione degli stati[2]. Io rispondo generalmente con qualche ripugnanza alla critiche, giacchè, mi sembra che la verità debba da se medesima difendersi, e che, se da se medesima difendendosi più lenti sono i suoi progressi, [p. 238]sono altrettanto più sicuri. Ciò non ostante sì meritata è la celebrità del nome del sig. de Sismondi, cotanto sono le intenzioni sue commendevoli, che sarebbe mancare ai riguardi che gli sono dovuti, il lasciare senza risposta un articolo suscettibilissimo, a parer mio, d’essere combattuto, e relativo ad una materia cui egli da a buon diritto tanta importanza. Ricardo più non esiste. I filantropi di tutti i paesi che attualmente costituiscono una sola nazione per lungo tempo il piangeranno. Questo sentimento e l’amicizia che a lui particolarmente mi legava, m’impongono il dovere di difenderlo contro un attacco che ci è comune, ma lo farò senza dimenticare l’amicizia che mi unisce anche al suo illustre avversario, cui il pubblico era debitore di molte opere portanti tutte l’impronto di una utilità generale, e particolarmente di una storia dei Francesi, in cui i fatti sono attinti alla loro sorgente, ed in cui alla loro giusta proporzione ridotti vengono que’ personaggi storici, che i nostri vecchj libri non ci dipingono che con colori di convenzione.

Entro in materia. Considerando le società umane da un punto molto elevato, noi le vediamo come formicolaj, gl’individui dei quali si agitano in ogni senso per procacciarsi gli oggetti de’ loro bisogni e dei loro desiderj. Più moto eglino si danno, più estendono la sfera delle loro ricerche, e meglio provvisti si trovano delle cose che loro sono necessarie o soltanto piacevoli. Fin qui è facile concepirsi, che essere vi può qualche inconveniente a porre dei limiti alla loro industria, ma che non ve n’ha a portarla il più lontano possibile; poichè non si vede [p. 239]che cosa possa esservi di dannoso nel possedere troppe cose necessarie e piacevoli: e se la questione rimanesse così semplice, il sig. De Sismondi non cercherebbe quali misure ei potesse consigliare al governo per impedire alle persone di produrre, ed il signor Malthus non ammirerebbe la saviezza della provvidenza, la quale permise che si nominassero dei benefiziati oziosi, incaricati soltanto del dolce impiego di godere e di consumare, senza far nulla, i frutti, con fatiche e stenti creati da’ loro simili. Ma quello che a prima vista sembra giustificare le viste di questi rispettabili pubblicisti, si è la maniera nella quale fra gli uomini le produzioni si operano. Mentre ogni formicolaio ne’ nostri boschi lavora ad un solo magazzino per l’interesse della repubblica, ogni persona ne’ nostri formicolaj umani non lavora chè ad una sola sorte di cose utili, ch’essa chiama i suoi prodotti, e che si procura mediante il cambio tutte le altre cose delle quali essa ha bisogno; perchè vendere quello che si produce per comprare ciò che si vuol consumare, vuol dire cambiare le cose che si fanno contro quelle delle quali si ha bisogno.

Ciò posto è facile a concepirsi, che si può produrre di una cosa in particolare, una quantità superiore ai bisogni; poichè se in una società composta di dieci mila famiglie di produttori, cinque mila si occupassero a fabbricare vasi di majolica, e cinque mila a fabbricare calzature, questa società avrebbe senza dubbio troppi vasi di majolica e troppe calzature, e molte altre cose non meno giovevoli al suo ben essere le mancherebbero. Ma nello stesso tempo, chiaro appare, che l’inconveniente nascerebbe, non già dal produrre [p. 240]troppo, ma dal non produrre quello che precisamente conviene.

Che se opporre si volesse che ogni umana società, mediante l’intelligenza dell’uomo e mediante il partito che sa trarre dagli agenti che la natura e le arti gli somministrano, può produrre di tutte le cose proprie a contentare i suoi bisogni ed a moltiplicare i suoi godimenti, una quantità superiore a quella che la società medesima può consumare; domanderei allora io, come accada che non conosciamo alcuna nazione, la quale sia compiutamente approvvigionata, poichè anche presso quelle che passano per floride, i sette ottavi della popolazione mancano di una quantità di prodotti considerati come necessarj, non dirò in una famiglia agiata, ma ben anche in una famiglia modesta? Io abito ora un villaggio situato in uno de’ più ricchi cantoni della Francia: eppure sopra venti case, ne trovo diciannove, nelle quali io non vedo entrando, che un nutrimento grossolano, e nulla di quello che serve a rendere compiuto il ben essere della famiglia, niuna di quelle cose che gl’Inglesi chiamano comfortables, non sufficiente numero di letti per un comodo riposo di tutti gl’individui della famiglia, non abbastanza mobili per sedere agiatamente a mensa, non abbastanza biancheria, non abbastanza sapone pe’ necessarj bucati, ec.

Una casa è da se stessa un prodotto. Se l’abitazione non produce che la metà dell’alloggio occorrente, a tutti gl’individui della famiglia, se le camere sono troppo basse, le finestre troppo piccole, cattive i serramenti; eglino non avranno, in questo genere, che la metà del prodotto che il loro ben essere esigerebbe, e sono affatto mancanti di quei [p. 241]godimenti, de’quali le infime famiglie cittadinesche godono sotto gli stessi loro occhi: essi non hanno tende nè a’ letti, nè alle finestre, non hanno tappezzerie per coprire i muri, nè vernici sulle loro porte, nè orologi, nè infine molti altri oggetti, che nel loro stato d’incivilimento eglino neppure desiderano, e che pure contribuirebbero a rendere più dolce la loro situazione se la consumazione ne fosse loro permessa.

Non mancano dunque consumatori ad una nazione, ma i mezzi di comprare. Il sig. De Sismondi crede che questi mezzi saranno più estesi, quando i prodotti saranno più rari e per conseguenza più cari, e quando la loro produzione procurerà ai lavoranti una mercede più ampia. Il sig. Malthus crede che ciò accaderà quando vi sarà un numero maggiore di ricchi oziosi. Ricardo, e (i nostri avversarj nol negano) la maggior parte di quelli che hanno studiata l’economia delle nazioni, sono di parere, all’incontro, che se la produzione è più attiva, i processi speditivi più moltiplicati, in una parola più abbondanti i prodotti; le nazioni saranno meglio provvedute e più generalmente provvedute. Questa è la proposizione che attacca il sig. De Sismondi e che vuolsi giustificare.

In punto di fatto io potrei dire che i paesi nei quali i processi speditivi sono più conosciuti ed i prodotti più moltiplicati, come le provincie le più industriose dell’Inghilterra, degli Stati-Uniti, del Belgio, della Germania e della Francia, sono anche i paesi i più ricchi, o per meglio dire, i meno miserabili; ma questa semplice osservazione non basta. Eglino potrebbero andar debitori di questo vantaggio ad altre felici circostanze. Non sono essi ricchi, sebbene carichi d’inceppamenti [p. 242]ed imposizioni senza che possa dirsi essere le imposizioni ciò che forma la prosperità loro? D’uopo è provare anche che l’effetto osservato è in connessione colla causa che gli si assegnò, che ne dipende, che n’è la conseguenza. Questo è ciò che si chiede ai maestri della scienza. Ora eglino possono rispondere, che in questo caso la scienza spiega ciò che la semplice osservazione fa travedere.

Qualunque perfezionamento consiste in una diminuzione di spese di produzione per ottenere gli stessi prodotti: o quello che vuol dire esattamente lo stesso, in una aumentazione di prodotti colle medesime spese. Si analizzino le diverse produzioni e si arriverà sempre a questo risultato. Consistendo essenzialmente il prodotto nella utilità che risulta dal suo uso, l’aumentazione del prodotto sta tanto nell’aumento della sua qualità e della sua bellezza, che nell’aumento della sua quantità. Un buon pajo di calze che duri il doppio d’un pajo cattivo, o che per la sua bellezza faccia il doppio figura, è un prodotto doppio paragonato all’altro. Per semplificare, consideriamo, e possiamo farlo, tutti i progressi dell’industria, come tante diminuzioni di spesa; e questo sarà il modo il più favorevole per il sig. De Sismondi di presentare la questione.

Ora, se io trovo la maniera di far sortire più lavoro fatto dalla giornata di un’operaio, il che accade quando io perfeziono i miei istromenti, più frutti in un anno dal mio terreno, come accade quando io lo pongo tutto a coltura, più mercanzie dalle mie officine, come ne otterrò sostituendo a braccia per far movere le ruote una macchina a vapore, io avrò allora i miei prodotti con minore spesa, e la concorrenza mi obbligherà [p. 243]a venderli meno cari. Se l’industria ha fatto un progresso, il sig. De Sismondi pensa non poter ciò nascere che a spese della classe operante, ma se, passato il momento della transizione ella guadagna lo stesso; se l’esperienza viene anch’essa a confermare quest’asserzione, e se il raziocinio ci spiega il fatto, che potrà mai rispondere il sig. De Sismondi? È fatto costante che le arti le quali fanno guadagnare un maggior numero di salarj, sono quelle in cui i perfezionamenti furono portati più avanti. Si citò per esempio la filatura del cotone; dachè questa si fa col mezzo di grandi macchine e di motori ciechi, vi si occupa un numero maggiore di operaj, ed a pari gradi gli operaj vi sono meglio pagati. Si citò pure l’arte di moltiplicare le copie d’un libro, perchè la stamperia e le arti che ne dipendono occupano molto più persone che prima di questa invenzione le copie manoscritte non ne occupassero.

Da che nasce questo effetto? Egli è che il basso prezzo favorisce la vendita. Si possono comprare dieci aune di stoffa in vece di una che si poteva comprare prima, e dieci volumi in vece di un solo manoscritto. Ed in qual modo i produttori hanno eglino i medesimi mezzi di comprare, sebbene i loro prodotti sieno ribassati di prezzo? Egli è perchè il ribasso de’ prezzi è venuto non dall’essersi pagato un minor numero di salarj, ma dall’essersi ottenuto, grazie ai progressi delle scienze e delle arti, più prodotti pagando i medesimi salarj.

I progressi delle arti sono molto diversi, secondo le località e le industrie. Vi sono dei casi nei quali è un gran progresso una economia del due o tre per [p. 244]cento nelle spese: ma altri ve ne sono, nei quali la generazione presente vide delle economie della metà e persino dei tre quarti[3]. Gli effetti che si sono [p. 245]osservati sono stati in proporzione di questi progressi; ed in quelli sui quali si ottennero delle economie considerevoli, le quantità dei prodotti che i produttori potevano consumare eccedettero spesso di molto, non solo in quantità ma anche in valore, i prodotti che consumavano prima; poichè nello stesso tempo che ogni operajo è stato pagato per lo meno tanto bene quanto lo era per il passato, il numero degli operaj è divenuto in totale più considerabile, ed ai profitti della classe lavorante si sono potuti aggiungere quelli che capitali maggiori, e terreni meglio coltivati procacciano ai loro possessori.

S’intende benissimo, che in considerazioni così generali, così compendiate, le anomalie sono necessariamente trascurate: bisogna bilanciare le perdite accidentali con profitti generali superiori, e tener conto dei risultati permanenti, piuttosto che degli attriti i quali sono inseparabili dalle transizioni.

Egli è appunto in questa guisa che l’industria manufatturiera e commerciale del globo sono alcuni anni, e l’industria agricola in questo momento, sebbene dovessere combattere delle circostanze difficili; in totale, la sorte della umanità, andò costantemente migliorando coi progressi delle arti. La Francia avea 16 milioni di abitanti al tempo di Luigi XIV. Non solo ne

[p. 246]ha ora quasi il doppio, ma io credo di essere moderatissimo calcolando soltanto doppia (preso il forte col debole) la consumazione che fa ogni abitante; ciò posto, la Francia consumerebbe quattro volte quello che consumava in quell’epoca, che pure è sì vicina a noi, nè vedo impossibile che fra un secolo, una popolazione doppia della presente consumi quattro volte più di prodotti di quello che la popolazione presente consuma. Vero è, che, fino ad ora, i prodotti che più facilmente si moltiplicarono, furono quelli che anche più facilmente si smerciarono, e vedemmo testè perchè la loro moltiplicazione medesima potè essere la causa della domanda che ne fu fatta. Se venissero esauditi i voti del sig. De Sismondi, si dovrebbe, all’incontro, temere che l’altezza dei loro prezzi, a parer suo tanto desiderabile, non portasse un colpo fatale alla domanda che se ne potesse fare. Sono ben lontano, come ognuno vedrà, dal credere con lui, che i dotti, mediante l’accelerazione che con uno zelo imprudente danno all’adozione d’ogni scoperta, colpiscano ora una classe, ora l’altra, e facciano soffrire alla società intiera le angoscie continue dei cangiamenti, in luogo dei vantaggi che portano miglioramenti.

Ma, finalmente, dirà il sig. De Sismondi, v’ha un limite alla facoltà di produrre, e se i prodotti che servono alla abitazione, al vestito, all’istruzione ed al divertimento dell’uomo, possono indefinitivamente moltiplicarsi, e cambiarsi gli uni cogli altri; quelli che lo nutriscono, e che sono i più indispensabili, hanno un limite nella estensione del territorio; o per lo meno, a misura che forza è farli venire da più lontano, bisognerà pagarli sempre più a caro prezzo, ed in allora arrivano [p. 247]le cose ad un punto, che le rendite le quali si possono guadagnare producendo, sono insufficienti per mettere un prezzo più alto alle derrate alimentarie, ed un nuovo aumento di popolazione si rende impossibile. Siamo d’accordo; ma siccome la natura delle cose pone essa medesima gradatamente un termine a questo accrescimento di produzione e di popolazione che è un bene; perchè accelerare questo momento? perchè voler privare le nazioni del vantaggio di tutto lo sviluppamento, di cui l’intelligenza dell’uomo ed i possibili progressi delle arti le concedono di godere?

Il signor De Sismondi asserisce, che se gli uomini istrutti si misero insieme a Ricardo sotto i miei stendardi, gli uomini dedicati agli affari si misero sotto i suoi e quelli del sig. Malthus (pag. 194). Fortunatamente nè eglino, nè noi non abbiamo stendardi, giacchè in vece di guerreggiare, noi tendiamo a moltiplicare ed a nutrire l’umana famiglia. Ma quand’anco vero fosse il fatto, esso non proverebbe da qual parte si trovi la verità, più di quello che il numero dei combattenti provi da qual parte si trovi il diritto. Serse col suo milione di soldati aveva torto; e Leonida co’ suoi 300 Spartani aveva ragione. Ogni fabbricante, qual produttore, è più interessato a secondare quello che fa rincarare il suo prodotto che quello il quale cerca di farlo ribassare di prezzo; ma il pubblicista, ma l’uomo di Stato, dev’essere del partito dei consumatori, perchè i consumatori sono la nazione, e la nazione tanto più è ricca quanto a migliore prezzo essa acquista gli oggetti de’ suoi bisogni.

«Figuriamoci, dice il sig. De Sismondi (pag. 211) che scoperte tali da risparmiare un terzo della mano [p. 248]d’opera, sieno successivamente introdotte in tutte le manifatture, le quali producono tutte le parti del vestiario, degli utensili, della mobilia del povero. Sarà sempre il capo manufatturiere quello che ne ritrarrà profitto.... Ei produrrà con un po’ meno di gente. Ogni scoperta fa dipendere il mantenimento d’una parte della manifattura del povero, dalla creazione di una manifattura di lusso, ec. ec. (pag. 211.)» Ma si può rispondergli: se i progressi dell’industria, anche la più comune, senza diminuire i profitti dei produttori permetton loro di comprarre più prodotti, questa circostanza è favorevole principalmente ai produttori indigenti, mentre le consumazioni di questi sono più particolarmente limitate dal prezzo degli oggetti di consumazione in generale. Quand’eglino sono meglio provvedenti, i matrimonj si concludono con più facilità, nasce un maggior numero di figli, questi sono meglio mantenuti, la popolazione e la consumazione aumentano, cose tutte che non accadono quando i prodotti divengono più cari.

La cosa che il signor De Sismondi teme sopra ogni altra, si è l’ingombramento dei prodotti, che fa chiudere le manifatture, interrompe il commercio, e lascia gli operaj senza impiego; ma questo ingombramento, quando ha luogo, è l’effetto del cattivo calcolo degli intraprenditori, cioè, d’una industria troppo poco illuminata, e ancora troppo indietro. Se i capi d’una impresa d’agricoltura, di manifattura o di commercio sapessero creare de’ prodotti che potessero convenire ai loro consumatori, s’eglino sapessero stabilir loro un prezzo che ne facilitasse la consumazione, se i consumatori fossero industriosi abbastanza per offrire dal [p. 249]canto loro degli oggetti di cambio, cesserebbe quest’ingombramento, e convertirebbesi in mezzo di prosperità.

L’ingombramento non può essere mai che accidentale, perchè esso è il fatto degl’intraprenditori: in ogni genere d’industria è l’intraprenditore e non l’operajo, quello che decide sulla qualità e quantità del prodotto che convien fare. Ora l’interesse dell’intraprenditore è in ogni epoca, ed in ciascuna posizione, di conformarsi ai bisogni del paese, altrimenti il valore venale del prodotto ribasserebbe al di sotto delle sue spese di produzione, e l’intraprenditore ne avrebbe perdita. Il suo interesse è dunque garante che in ogni prodotto le quantità create non possono in modo permanente e consecutivo eccedere i bisogni. È d’uopo per conseguenza far nascere i bisogni, ed in questo il sig. De Sismondi ed io siamo perfettamente d’accordo, noi non siamo d’opinione differente che sui mezzi, o piuttosto il sig. De Sismondi senza risalire alle cause di questi bisogni, impugna quelle che io dò, cioè il ben essere che procurano una industria più attiva ed una produzione meno cara, ed i bisogni che nascono da un ben essere maggiore e dai gusti più raffinati sua vera e necessaria conseguenza. La rusticità degli alimenti, delle vesti e delle abitazioni è indivisibile compagna della mancanza d’attività e d’industria. Non v’ha nulla, pare a me, in una tale dottrina che sia in opposizione col buon senso, coll’esperienza e colla più profonda investigazione dell’economia delle nazioni[4]. [p. 250]Ma pericolosissimo cosa ell’è per lo contrario il tenersi a massime opposte. Elleno persuadono all’autorità, che essa può non solo distruggere l’industria, ma proteggendola, occuparsi della natura dei prodotti, e della maniera di produrre, ed interporsi fra il padrone e l’operajo per regolare i loro rispettivi interessi. Il sig. De Sismondi non dimenticò a qual segno Adam Smith

[p. 251]ponesse in ridicolo quelle amministrazioni le quali si immaginano di sapere meglio delle nazioni, ciò che alle nazioni conviene di produrre, ed il miglior modo per riuscirvi. Ei non può ignorare che dopo le discordie di famiglia quelle dell’interno delle intraprese sono quelle delle quali bisogna occuparsi il meno. Perchè dunque, dice egli, che l’incarico d’associare gli interessi di quelli che concorrono alla medesima produzione, in vece di metterli in opposizione, appartiene al legislatore? Come se l’economia della società tutta intiera non fosse appoggiata se non sopra interessi che si combattono fra loro. Preferirei quasi ch’egli invitasse il legislatore o l’amministratore, ogni volta che un avventore mette in piedi una bottega, ad intromettersi fra il venditore ed il compratore. Perchè vorrebbe egli l’esame delle leggi che potrebbero obbligare i padroni a guarentire la sussistenza degli operaj che eglino impiegano (pag. 228)? Un simile esame paralizzerebbe lo spirito d’intrapresa; il solo timore che il potere s’intrometta nelle convenzioni private è un flagello, e nuoce alla prosperità d’una nazione.

Il sig. De Sismondi ne sente egli medesimo le conseguenze; conseguenze però naturalissime, le quali trarre si possono dal suo sistema. Ei si difende dalla taccia d’aver voluto preferire la barbarie alla civilizzazione, e di opporsi a tutti i progressi che l’uomo può fare: le sue obiezioni, dic’egli, non sono dirette nè contro le macchine, nè contro le scoperte, nè contro la civilizzazione: Contro che cosa sono dunque elleno dirette? Contro l’organizzazione moderna della società; organizzazione la quale privando l’uomo che lavora, d’ogni altra proprietà fuori di quella delle sue braccia, [p. 252]non gli dà alcuna guarentigia contro una concorrenza diretta a suo pregiudizio. Ma come? perchè la società guarentisce ad ogni sorta d’intraprenditori la libera disposizione de’ suoi capitali, vale a dire la sua proprietà, essa spoglia l’uomo che travaglia! Io lo ripeto: nulla havvi che sia più pericoloso delle viste tendenti a regolare l’uso delle proprietà; questa pretensione non è meno temeraria di quella di regolare l’uso innocente che l’uomo può fare delle sue braccia e delle sue facoltà che sono pure una proprietà. Se l’autorità obbliga il padrone a dare un certo salario, essa deve obbligare anche l’operajo a fare un certo lavoro: ecco in allora il sistema della schiavitù che rinasce sistema che lede la proprietà del povero, la quale consiste nel suo lavoro, più anche di quello che non leda la proprietà dell’intraprenditore, il quale deve potere impiegare i suoi capitali secondo i suoi talenti e le circostanze variabili all’infinito.

In tutto quello che precede, io ho acconsentito, come lo bramò il sig. De Sismondi, a fare astrazione dagli smerci che presenta il commercio collo straniero; poichè i progressi dell’industria interna bastano a spiegare l’estensione degli smerci nell’interno. Pure il commercio straniero somministra incontrastabilmente nuovi smerci, quantunque ciò non succeda nel modo che unicamente si crede. Se non temessi di troppo estendermi su questo particolare, io potrei dire come e fino a qual punto il commercio favorisca la produzione; mi limiterò a citare quello che altrove fu provato, che le esportazioni cioè del paese, il quale ha il commercio estero il più florido, sono poca cosa paragonate alla sua consumazione interna; donde segue che il [p. 253]commercio esterno esercita sulla prosperità dello Stato un’influenza molto minore di quella che generalmente gli viene attribuita. Se l’Inghilterra prosperò molto durante l’ultima guerra, ella ne andò molto meno debitrice alla sua preponderanza marittima, che ai maravigliosi progressi della sua industria interna all’epoca medesima. La Francia prosperò essa pure, e non avea commercio marittimo. Se essa fosse stata industriosa quanto l’Inghilterra, si sarebbe veduto lo spettacolo curioso di due grandi nazioni egualmente prosperanti, l’una con un gran commercio esterno, e l’altra di commercio esterno totalmente priva[5]. [p. 254]Tali questioni, sono immense. Esse appartengono a tutti i rami dell’economia sociale, che fino ad ora non è troppo conosciuta; ma tutto ci dà luogo a presagire che questo genere di cognizioni è destinato a fare de’ passi giganteschi per l’avvenire.

(Trad. da L. F.)

Note

  1. Vedi pag. 192.
  2. Vedasi il Trattato d’economia pubblica, 4 edizione, capitolo dello smercio.
  3. Ecco su questo particolare alcuni dettaglj interessanti che mi furono somministrati in una nota dal mio amico il sig. N. Clement, il quale per le sue cognizioni pratiche si è reso celebre come ingegnere di manifatture. - « Un esempio notevole della diminuzione che i progressi dell’industria occasionarono nelle spese di produzioni è quello che ci presenta l’acido di zolfo, il quale nel 1788 e 1789 costava da 5 a 6 franchi la libbra, ed in oggi costa 3 soldi. Eppure i materiali impiegati per produrlo sono presso a poco raddoppiati di prezzo: ma l’economia sui mezzi di fabbricazione è stata enorme. Altre volte un uomo era continuamente occupato a bruciare dello zolfo in vasi di vetro le cui capacità riunite non eccedevano alcune centinaja di litri. In oggi una sola persona non impiega il quarto del tempo a fare lo stesso lavoro in capacità di uno o due milioni di litri! L’incisione d’un cilindro di rame per la stampa delle indiane occupava un artista per sei mesi; e la stampa col cilindro era di già, essa sola, un gran perfezionamento. In oggi un uomo che può pagarsi la metà di meno fa il medesimo lavoro in poche ore. Si possono avere ora a S. Quentin per 75 centesimi l’auna delle tele di cotone che si pagavano nel 1813 9 franchi l’auna. Nè bisogna attribuire questo ribasso ai dazj enormi che pesavano sulla materia prima; perchè nel 1813 a malgrado dei dazj, non entravano in un’auna più di 75 a 90 centesimi di cotone. La fattura sola era dunque pagata 8 franchi, ed ora il cotone e la mano d’opera insieme non costano più di 75 centesimi! Non è a spese dei produttori; poichè la città di S. Quentin è una fra le città di Francia che fanno i progressi più rapidi sì in ben essere che in popolazione. Non si può attribuire questo effetto ad altre cause che ai progressi della filatura della tessitura e dell’apparecchio.
    ANNALI, Viaggi, ec. Vol. I.''
  4. Un prodotto che non rimborsa le spese della sua produzione, vale a dire, un prodotto il cui valore venale non paga i profitti ed i salarj indispensabili per porlo in istato da soddisfare i bisogni qualunque esser possano dei consumatori; non è un prodotto, esso non è che l’inerte risultato di una fatica gettata, almeno fino al punto in cui il suo valore venale resta al di sotto delle sue spese di produzione. Tali sono le cose delle quali l’interesse personale tende di continuo a prevenire l’ingombramento. E se il valore venale del prodotto paga le spese della sua produzione, quale ingombramento può egli mai temersi, giacchè questa produzione procura a quelli i quali se ne occupano i profitti ed i salarj che sono autorizzati a ripromettersene?

    Questa considerazione fondamentale ci dimostra quanto sieno ancora indietro quegli scrittori i quali credettero, in economia politica, poter fare astrazioni della relazione che esiste fra il valore venale dei prodotti e quello dei servizj produttivi. Questa e molte altre questioni sono esposte in modo da essere alla portata di tutti nell’opera che mi propongo di pubblicare quanto prima, e leggendo la quale, mi lusingo, ognuno potrà formarsi un’idea compiuta delle cognizioni nostre economiche.'
  5. Abbiamo letto non ha guari nei pubblici fogli i discorsi tenuti da lord Liverpool, dal sig. Huskisson, membri ambedue del Consiglio del re d’Inghilterra, che ci fanno vedere essere queste le opinioni degli uomini di Stato i più illuminati. L’ultimo, dopo molte altre considerazioni, così si esprime: « Se alcuni di quelli che mi ascoltano ponessero in questione il diritto del sig. Watt (cui sono dovuti i grandi perfezionamenti delle macchine a vapore) ad essere annoverato nella prima classe degli uomini di genio, debbo dichiarare ch’essi non rifletterono a sufficienza su questa materia, e non conobbero tutta l’influenza della potenza chimica e meccanica sulla condizione morale della società. » Lo stesso uomo di Stato dice più oltre: « Senza i miglioramenti meccanici e scientifici che diedero all’industria ed alla ricchezza di questo paese uno sviluppamento graduale sì, ma sempre certo, noi saremmostati costretti a sottoscrivere una pace umiliante, prima delle epoche così note, nelle quali la vittoria favorì le nostre armi.»