Vita di Dante/Libro I/Capitolo VII

Da Wikisource.
Capo Settimo - Morte di Beatrice, la vita nuova, la seconda idea del Poema, gli studi Teologici.

../Capitolo VI ../Capitolo VIII IncludiIntestazione 8 aprile 2013 25% letteratura

Capo Settimo - Morte di Beatrice, la vita nuova, la seconda idea del Poema, gli studi Teologici.
Libro I - Capitolo VI Libro I - Capitolo VIII


[p. 157]

E perchè mi ricorda ch’ i parlai
Della mia donna, mentre che vivea,
Donne gentili, volentier con vui,
Non vuò parlare altrui,
Se non a per gentil ch’in donna sia.

VITA NOVA, p. 57.

L’ultimo giorno dell’anno narralo 1289, morì Folco Portinari, padre di Beatrice[1]. "E conciossiacchè, dice Dante, niuna sia così intima amistà come di buon padre a buon figliuolo, e di buon figliuolo a buon padre; e questa donna fosse in altissimo grado di bontade, e lo suo padre (siccome da molti si crede, e vero è) fosse buono in alto grado, manifesto è che questa donna fosse amarissimamente [p. 158]piena di dolore." Narra egli quindi il pianger di lei duramente e pietosamente tra le donne adunatele intorno, secondo l’usanza, e il proprio aspettare e interrogare quelle donne, e il pianger suo del dolore di lei, e le poesie ch’ei fece su questo. Passati pochi dì, s’infermò egli gravemente, e il proprio pericolo lo fece pensieroso non di sé, ma della sua donna. "Nel nono giorno sentendomi dolore intolerabile, giunsemi un pensiero, il quale era della mia donna. E quando ebbi pensato alquanto di lei, io ritornai alla mia deboletta vita, e reggendo come leggero era lo suo durare, ancora che sana fosse, cominciai a piangere fra me stesso di tanta miseria: onde, sospirando forte, fra me medesimo dicea: Di necessità conviene che la gentilissima Beatrice alcuna volta si muoia. E però mi giunse uno sì forte smarrimento, che, chiusi gli occhi, cominciai a travagliare come farnetica persona, ed imaginare ec". E segue un vaneggiar vario, in mezzo a cui guardando verso il cielo, parevagli o vedere moltitudine d’ [p. 159]Angeli, i quali tornassero in su, e avessero innanzi loro una nebuletta bianchissima...., e questi Angeli cantassero graziosamente; e le parole che diceano, fossero queste: Osanna in excelsis[2]". Chi voglia vedere come non solo gli eventi reali, ma pur questi sogni, o, chiamandoli colla parola di Dante, queste visioni giovanili, si riproducessero poi nel Poema, cerchi i diversi luoghi del Purgatorio e del Paradiso dove ei fa cantare Osanna dagli Angeli; e sopra tutti, quella che sembra particolar rimembranza di questo sogno, quando trovandosi nel cielo di Venere, ei vede gli spiriti innamorali muoversi in giro e venire a lui:

dietro a quei che più ’nnanzi apparirò,
Sonava Osanna, sì che unque poi
Di riudir non fui senza disiro.

PARAD, VIII. 28-30.

Pareagli poi veder la sua donna morta, "e compiere tutti i dolorosi mistieri, che a’corpi morti s’usano di fare"; e poi tornar a sua camera, e guardar verso il cielo; "e sì forte era la [p. 160]mia imaginazione, che piangendo cominciai a dire con voce vera: O anima bellissima, com’è beato colui che ti vede! E dicendo queste parole con doloroso singulto di pianto, e chiamando la morte che venisse a me, una donna giovane e gentile, la quale era lungo il mio letto, credendo che il mio pianto e le mie parole fossero lamento per lo dolore della mia infermità, con grande paura cominciò a piangere; onde l’altre donne ch’erano per la camera s’accorsero che io piangea, per lo pianto che vedeano fare a questa: onde facendo lei partire da me, la quale era meco di propinquissima consanguinità congiunta (forse sua sorella, moglie di Leon Poggi), elle si trassero verso me per isvegliarmi, credendo ch’io sognassi, e diceanmi: Non dormir più, e non ti sconfortare. E chiamandomi così, allora cessò la forte fantasia entro quel punto ch’io volea dire: O Beatrice, benedetta sie tu. E già detto avea: O Beatrice... Quando risedendomi, apersi gli occhi, e vidi che io era ingannato; e con tutto che io chiamassi questo nome, la mia voce era sì rotta dal singulto del piangere, che queste donne [p. 161]non mi poterò intendere. Ed avvegnaché io vergognassi molto, per alcuno ammonimento d’amore, mi rivolsi loro. E quando mi videro, cominciare a dire: Questi par morto: e talora mi domandavano di che io avessi avuto paura. Ond’io essendo alquanto riconfortato, e conosciuto il falso imaginare, risposi a loro: lo vi dirò quello eh’io ho avuto. Allora dal principio fino alla fine dissi loro ciò che veduto avea, tacendo il nome di questa gentilissima[3]". qui io non so se parrà altrui, come a me; ma non posso finire questa narrazione così naturale e piena di verità, senza qualche sdegno contra quei commentatori eruditissimi in altre cose, ma che certo non lesserò o non intesero queste, posciachè poterono sostenere, essere stata questa Beatrice immaginaria.
E segue (nuova prova della verità di tutto ciò) nella storia degli amori di Dante una Canzone fatta in questa occasione; la quale tanto si riferisce ai fatti narrati, che non potè nemmeno allora aver senso, se non per le donne [p. 162]ed i congiunti testimoni o partecipi di quei fatti reali. Segue un grazioso e più lieto Sonetto fatto in altra occasione, che egli vide la sua donna con una compagna chiamata Vanna, e per soprannome di bellezza Primavera, che era l’amata del suo primo amico Guido Cavalcanti :

Amor mi disse: Questa è Primavera,
E quella ha nome Amor; si mi somiglia.[4]"

E di queste due donne, e d’una terza, amata da un altro amico suo, è un altro grazioso Sonetto nelle rime. Scusasi Dante poi di personificare l’Amore in tutti questi versi, e conchiude in prosa schietta, quasi prevedesse le sofisticherie. "Grande vergogna sarebbe a colui che rimasse cose sotto veste di figura e di colore retorico, e poi domandato non sapesse dinudare le sue parole da cotal vesta in guisa che avessero verace intendimento: e questo mio primo amico ed io ne sapemo bene di quelli che così rimano stoltamente". Confrontisi questo con [p. 163]quel passo già citato del Poema, ove Buonaggiunta confessa d’avere scritto rime senza che Amore gliele dettasse, come a Dante e a’ suoi compagni, cioè Guido principalmente; che quanto più si confrontino l’une coll’altre le opere di Dante, tanto più elle serviranno a dimostrare la verità dell’amore di lui, e della narrazione da lui fattane. E nota poi, come appunto dopo questa dichiarazione di verità, ei segue a dir del buon nome e della risplendente virtù di sua donna, u Questa gentilissima donna, di cui ragionato è nelle precedenti parole, venne in tanta grazia delle genti, che quando passava per via, le persone correano per veder lei; onde mirabile letizia me ne giugnea: e quando ella fosse presso ad alcuno, tanta o onestà giugnea nel core di quello, che non ardia di levare gli occhi, né di rispondere al suo saluto; e di questo, molti siccome esperti mi potrebbero testimoniare a chi noi credesse. Ed ella, coronata e vestita d’umiltà s’andava, nulla gloria mostrando di ciò ch’ella vedeva ed udiva. Dicevano molti, poiché passata era: Questa non è femina, anzi è de bellissimi Angeli del cielo. [p. 164]Ed altri dicevano: Questa è una meraviglia; che benedetto sia lo Signore che si mirabilmente sa operare!". Ora, a molti sarà avvenuto d’udire tali benedizioni date alla bellezza di una donna passante per via tra le popolazioni rozze ma vivacissime de’ paesi meridionali. Ma niuno seppe tradurre un fatto così consueto in così bella poesia come fece Dante:

Tanto gentile e tanto onesta pare
La donna mia quand’ella altrui saluta,
Che ogni lingua divien tremando muta,
E gli occhi non ardiscon di guardare.

Ella sen va sentendosi lodare
Benignamente d’umiltà vestuta;
E par che sia una cosa venuta
Di cielo in terra a miracol mostrare.

Mostrasi sì piacente a chi la mira,
Che dà per gli occhi una dolcezza al core
Che intender non la può chi non la prova.

E pare che dalla sua labbia si muova
Un spirito soave pien d’Amore,
Che va dicendo all’Anima: sospira.

Segue dicendo: "questa mia donna venne in tanta grazia, che non solamente era onorata [p. 165]e lodata, ma per lei erano onorate e laudate molte". Ed anche questo pensiero venuto a molti, ei traduce come nessuno:

Vede perfettamente ogni salute
Chi la mia donna tra le donne vede;
Quelle che vanno con lei, son tenute
Di bella grazia a Dio render mercede.

E sua beltade è di tanta virtute,
Che nulla invidia all’altre ne procede;
Anzi le face andar seco vestate
Di gentilezza, d’amore e di fede.

La vista sua fa ogni cosa umile;
E non fa sola sè parer piacente,
Ma ciascuna per lei riceve onore.

Ed o negli atti suoi tanto gentile,
Che nessun la si può recare a mente,
Che non sospiri in dolcezza d’amore.

Povero Dante! Era l’ultima espressione della sua letizia, che gli fosse dato compire. Aveane incominciata un’altra, e ne reca nella sua narrazione il principio; poi s’interrompe, e mette sotto immediatamente: "Quomodo sedet sola civltas piena populo! facta est quasi vidua domina gentium. Io era nel proponimento ancora [p. 166]di questa Canzone, e compiuta n’avea questa sovrascritta stanza, quando lo Signore di questa gentilissima, cioè lo Signore della giustizia, chiamò questa nobile a gloriare sotto l’insegna di quella reina benedetta Virgo Maria, lo cui nome fue in grandissima reverenza nelle parole di questa beata Beatrice". Barbari, ci si conceda di soggiugnere, barbari coloro, che in questo interrompimento, in questa reminiscenza della Sacra Scrittura, in quel rassegnato ma venuto a stento Signore della giustizia, in quella gentile e che non potè essere immaginata rimembranza del nome di Maria stato frequente in bocca alla sua donna, non sanno vedere i segni tutti della verità e della passione. E stretti di cuore e di spirito coloro, a’cui, nati e vivuti in prosa, par falsità tutto ciò che è detto in poesia, la quale non è pure, se non un altro, forse più vero aspetto delle cose umane; e coloro, i quali misurando ogni altro uomo alla propria misura, non intendono un dolore espresso in modo diverso dal loro. Che siccome infiniti sono i dolori [p. 167]quaggiù, infinite sono le espressioni vere di esso, secondo le età, il sesso, le condizioni, la coltura; od anche la ignoranza e gli errori di ciascuno. Alle quali tutte all’incontro sapranno compatire gli animi gentili; e cosi ripensando alle condizioni dei tempi di Dante, compatiranno e alla discussione ch’ei fa sulla data della morte di sua donna ai 9 giugno del 1290, e ai numeri che vi trova, e alla lettera latina che egli ne scrive sul testo citato di Geremia ai principi della terra; e poi a’ molti versi che fa tra il suo dolore, e al disegnar figure d’Angeli, e di nuovo poetare nel giorno dell'annovale di lei. Degli Angeli, fu già osservato dal Ginguené quante meravigliose figure (quasi variati ritratti del modello perpetuo di sua donna), ei disegnasse poi nel Poema, specchio ultimo di tutte le impressioni sofferte in quest’epoca fatale di sua vita. Le quali intanto egli esprimeva, forse con meno sublimità, ma con pari verità:

Ita se n’è Beatrice in l’alto cielo
Nel reame ove gli Angeli hanno pace,
E sta con loro, e voi, donne ha lasciate.
Non la ci tolse qualità di gelo,

[p. 168]

Nè di calore, come l’altre face,
Ma solo fu sua gran benignitate.
Che luce della sua umilitate
Passò li cieli con tanta virtute,
Che fe maravigliar l’eterno Sire;
Sì che dolce desire
Lo giunse di chiamar tanta salute,
E fèlla di quaggiuso a sè venire,
Perchè vedea ch’ esta vita noiosa
Non era degna di si gentil cosa.

...........................................

E spesse fiate pensando la morte,
Viènemene un desio tanto soave,
Che mi tramuta lo color nel viso;

...........................................

E si fatto divento,
Che dalle genti vergogna mi parte.
Poscia, piangendo sol nel mio lamento,
Chiamo Beatrice, e dico: or se’ tu morta!
E mentre ch’io la chiamo , mi conforta.

............................................

E però, donne mie, per ch’io volesse,
Non vi saprei dir bene quel ch’io sono;
Sì mi fa travagliar l’acerba vita,

[p. 169]

La qual è si invilita,
Ch’ogni uom par che mi dica: lo t’abbandono,
Veggendo la mia labbia tramortita.
Ma quel ch’io sia, la mia donna il si vede,
Ed io ne spero ancor da lei mercede.

................................................

Quantunque volte, lasso, mi rimembra
Ch’io non debbo giammai
Veder la donna ond’io vo si dolente,
Tanto dolore intorno al cor m’assembra
La dolorosa mente,
Ch’io dico: Anima mia, che non ten vai?
Che li tormenti che tu porterai
Nel secol che t’è già tanto noioso,
Mi fan pensoso di paura forte.
Ond’io chiamo la morte,
Come soave e dolce mio riposo;
E dico: Vieni a me; con tanto amore
Che sono afflitto di chiunque muore.

Certo nè Petrarca nè Tasso fra gli antichi, nè Schiller, Byron o nessun moderno, non ebbero amore mai, od è altrettanto o più vero questo che s’esprime in tal modo.
Ma il maggior suggello di verità di tutto ciò [p. 170]che precede alla narrazione di Dante, è senza dubbio ciò che segue in essa. Scorsi due anni e mezzo dalla morte di sua donna, e così in sull’ultimo del 1292, dal principio del 1293, Dante, giovane d’anni 27, famigliare di giovani eleganti ed innamorati, prode milite di sua patria, testè tornato da imprese gloriose, già noto pe’ versi d’amore i più belli che allor si facessero, e caro alle donne più che per tutto ciò, forse, per lo suo stesso gentile amore; vide una gentildonna giovane e bella molto, la quale da una finestra lo guardava molto pietosamente, e che poi ovunque lo vedea, si facea [p. 171]facea d’una vista pietosa, e d’un color pallido quasi d’amore; onde molte fiate gli ricordava della sua donna, che di simile colore gli si mostrava tuttavia. Ed egli molte volte non potendo lagrimare, nè disfogare la sua tristizia, andava per vedere questa pietosa donna, la quale pareva, che gli tirasse le lagrime fuori degli occhi per la sua vista[5] . E venne a tanto, che li suoi occhi s’incominciarono troppo a dilettare di vederla, onde molte volte se ne crucciava, ed avevasene per vile assai; e più volte bestemmiava la vanità degli occhi suoi[6] . «Recommi la vista di questa donna in sì nova condizione, che molte volte ne pensava come di persona che troppo mi piacesse, e pensava di lei così. Questa donna è una donna gentile e bella e giovane e savia, ed apparita forse per volontà d’amore, acciocchè la mia vita si riposi. E molte volte pensava più amorosamente; tanto che il core consentiva in lui, cioè nel mio ragionare. E quando avea consentito ciò, io mi pensava siccome dalla ragione mosso, e dicea [p. 172]in me: Deh che pensiero è questo, che in così vile modo mi vuol consolare, e non mi lascia quasi altro pensare! Poi si rilevava un altro pensiero, e dicea: Or che tu se’ fatto in tanto tribulamento d’amore perchè non vuoi tu ritrarti da tanta amaritudine? Tu vedi, che questo è uno spiramento, che ne reca li desiri d’amore dinanzi, ed è mosso da così gentil parte come è quella della donna, che tanto pietosa ti si è mostrata[7]„. Certo, chiunque del proprio dolore avesse voluto far pompa, o di sè stesso un eroe d’Amore, non avrebbe posto od immaginato tal fine.

Rivolse Dante secondo il solito questi suoi combattimenti, in varie poesie, delle quali trovansi quattro nella sua narrazione[8] , e due nell’altro libro del Convito. Ma a questo torneremo poi. Intanto giova trarne una narrazione, che compie la presente. “Come per me fu perduto il primo diletto della mia anima, io rimasi di tanta tristizia punto, che alcuno conforto non mi valea. Tuttavia dopo alquanto [p. 173]tempo, la mia mente, che s’argomentava di sanare, provvide (poichè ne il mio, nè l’altrui consolare valeva) ritornare al modo, che alcuno sconsolato avea tenuto a consolarsi. E misimi a leggere quello non conosciuto da molti libro di Boezio, nel quale, cattivo e discacciato, consolato s’avea. E udendo ancora, che Tullio scritto avea un altro libro, nel quale trattando dell’amistà, avea toccate parole della consolazione di Lelio, uomo eccellentissimo, nella morte di Scipione amico suo, misimi a leggere quello. E avvegnachè duro mi fosse prima entrare nella loro sentenza, finalmente v'entrai tant’entro, quanto l’arte di Gramatica che io avea, è un poco di mio ingegno potea fare; per lo quale ingegno molte cose, quasi come sognando, già vedea, siccome nella Vita nova si può vedere. E siccome essere suole, che l’uomo va cercando argento, e fuori della intenzione trova oro, lo quale occulta cagione presenta, non forse senza divino imperio; io che cercava di consolare me, trovai non solamente alle mie lagrime rimedio, ma vocaboli d’autori e di scienza, e di libri, li quali considerando, giudicava bene, che la [p. 174]filosofia, che era donna di questi autori, di questi libri, di queste scienze, fosse cosa somma. E immaginava lei fatta come una donna gen- tile; e non la potea immaginare in atto alcuno se non misericordioso, perchè sì volentieri lo senso di vero l’ammirava, che appena lo pottea volgere da quella. E da questo immaginare cominciai ad andar là ov’ella si dimostrava veracemente, cioè nella scuola dei religiosi, e alle disputazioni dei filosofanti; sicchè in piccol tempo, forse di trenta mesi, cominciai tanto a sentire della sua dolcezza, che 'l suo amore cacciava e distruggea ogni altro pensiero[9] „. Serbò Dante memoria nel poema dei due filosofi che gli furono così dolci confortatori; nominando Tullio tra la filosofica famiglia degli antichi che riposano, all’entrata dell’Inferno[10] ; e ponendo poi Boezio nel quarto cielo del Paradiso tra i sommi filosofi, con lode speciale di saper disingannar dalle cose mortali:

124Per veder ogni ben dentro vi gode
     L’anima santa che’l mondo fallace
     Fa manifesto a chi di lei ben ode.

[p. 175]

127Lo corpo, ond’ella fu cacciata, giace
Giuso in Ciel d’auro[11], ed essa da martire
E da esilio venne a questa pace.

Parad. x.


Vedesi da ciò, che gli studi, principalmente quello della filosofia religiosa, furono uno de’ conforti di Dante in mezzo alla afflizione ed ai conflitti. Vedremo poi, che volle più tardi persuadere o lasciar credere, che fossero stati il solo conforto suo, così togliendo di mezzo la gentildonna consolatrice. Ma, protestando egli anche là di non voler derogare a ciò, che narra nel primo suo libro giovanile, noi terremo per certo quanto ivi troviamo, epperciò il suo amor nascente alla gentildonna consolatrice; e diremo, che lo studio della filosofia fu quello, che l’aiutò a vincere a un tempo e, il dolore dell’amor perduto e il pericolo di quello nascente.

Del resto, questo fatto parmi spiegare altn particolari della vita di Dante ed esserne [p. 176]spiegato a vicenda. E prima, sì fatta filosofia veracemente dimostrata nelle scuole de' religiosi non potè certo essere altro che la teologia; non imparata fin allora da lui, e della quale tuttavia noi lo troviamo se non maestro, già invaghito quando incominciò il poema. E poi, a questo luogo della vita di lui, si riferisce più probabilmente un’altra tradizione importante e curiosa, tramandataci da parecchi scrittori di poco posteriori, appoggiata ad altri fatti certi di Dante ed al poema, è che è così una delle più certe che pur ci restino di lui. Il Buti lettore o professore in Pisa, e poi comentatore della Divina Commedia sessant’anni soli dopo la morte del poeta, reca come cosa nota: che Dante nella sua prima età “si fece frate minore dell’ordine di S. Francesco, del quale uscette innanzi che facesse professione„. Uno scrittore del 1500 narra poi che Dante vesti in Ravenna l'abito di terziario di detto ordine ed in esso morì; e certo è che in un luogo di essi frati ei fu sepolto; ond’è poi che il nostro sommo, amorosissimo e ferocissimo poeta trovasi annoverato in un elenco degli scrittori Francescani[12] . [p. 177]Finalmente, nel Poema, giunto Dante all’orlo dirupato del baratro de’ frodolenti dice così:

106 «Io aveva mia corda intorno cinta
     E con essa pensai alcuna volta
     Prender la lonza alla pelle dipinta.

Inf. xvi.


Nè importa ciò che segue, nè come tal corda giù buttata da lui, facesse salir su Gerione posto a guardia di que’ fraudolenti, nè quale allegoria di lode o satira sia in ciò. Ma ad ogni modo questa corda con che Dante dice aver pensato già di vincere la lonza, cioè come vedremo la lussuria, non parmi si possa interpretar meglio nè forse altrimenti, che per la corda de' Francescani, detti allora e da lui stesso Cordiglieri; prendendo l’abito dei quali, egli pensò di vincere i conflitti in lui sorti al tempo di che parliamo. E così interpretano veramente i [p. 178]migliori[13] . Al che tutto aggiugnendo la singolare divozione od anzi l’amore con che Dante narra la vita di s. Francesco nel Paradiso[14] , l’altra sua pur amorevole divozione a s. Chiara, sorella come si sa in religione a s. Francesco[15] e le stesse ire sue contro coloro che faceano, a stima di lui, degenerar l'ordine recente, parmi ne risulti non che una probabilità ma poco meno che una certezza morale del fatto allegato dal Buti, che Dante provò a farsi Francescano; ed una non minor certezza, ch’ei fece questa prova al tempo di che parliamo tra il dolore della sua donna perduta, le tentazioni, i conflitti venutigli dalla donna pietosa, e l'occasione degli studi alle scuole de' religiosi. E sorridano poi gli sprezzatori; ma, se è lor conceduto da quel disprezzo nemico naturale degli studi conscienziosi e dell’intendere i secoli lontani, s’informino delle condizioni del XIII; e vedranno non che dolci e grandi santi come Elisabetta di Ungheria, e Luigi IX di Francia, ma pur un Guido da Montefeltro ed altri prin- [p. 179]cipi feroci vivere o morire in quella medesima divozione; e stupiranno tanto meno poi di veder seguita da un cittadino di Firenze siffatta divozione ed istituzione tutto italiana e popolana. Ma a taluni giova far di Dante un letterato del secolo XIX, invece di quell’anima innamorata che fu del XIII, or divota or peccatrice, ora irosa ora dolcissima, e in vari modi sempre attiva, concitata ed appassionata. E tal l’abbiamo a vedere più e più d’or innanzi.

Certo poi i conflitti, e diciam pure, il disordine dell’animo dell’infelice giovane non dovettero esser mai così grandi come a quel tempo; ma ei n’uscì, come succede agli uomini non deboli per natura, non istanchi per età o troppo ripetute sventure, con nuove forze e nuovi disegni. Narra egli stesso così: “Contro questo avversario della ragione si levò un di quasi all’ora di nona una forte immaginazione in me: che mi parve vedere questa gloriosa Beatrice con le vestimenta sanguigne, con le quali apparve prima agli occhi miei; e pareami giovane in simile etade a quella, che prima la vidi. Allora cominciai a pensare di lei; e secondo l’ordine del tempo passato [p. 180]cordandomi di lei, lo mio cuore, s’incominciò a pentire del desiderio, a cui così vilmente[16] s’avea lasciato possedere alquanti dì senza la costanza della ragione. E discacciato questo mal pensiero e desiderio, si rivolsero tutti i miei pensamenti alla loro gentilissima Beatrice[17]„. Quindi ei rifa alcune poesie per disdir quelle altre del suo secondo amore; e conchiude tutta la storia, e il libro dell’amor suo con queste parole, che sono le più importanti di tutte per il seguito della vita: “Appresso a questo sonetto apparve a me una mira visione; nella quale vidi cose, che mi fecero proporre non dire più di questa benedetta infintantochè io potessi più degnamente trattare di lei. E di venire a ciò, io studio quanto posso, siccom’ella sa veramente; sì chè, se piacere sarà di Colui per cui tutte le cose vivono, che la mia vita per alquanto perseveri, spero dire di lei quello, che mai non fu detto d’alcuna. E poi piaccia a Colui [p. 181]che è sire della cortesia, la mia anima se ne possa ire a vedere la gloria della sua donna; cioè quella beata Beatrice, che gloriosamente mira nella faccia Colui, qui est per omnia sæcula benedictus. Laus Deo[18]„.

Così finisce quella narrazione del suo amore, od anzi de’ suoi amori giovanili, che egli intitola perciò la Vita Nova, cioè la vita giovanile. La scrisse al suo primo amico, cioè a Guido Cavalcanti, e in volgare solamente secondo l’intenzione di questo[19]. E sul volgare, e sullo scrivere in esso d’amore, che si faceva da 150 anni, e sulla convenienza di non iscrivere così d’altri soggetti, fa una breve digressione, ove sono i semi del libro del Volgare eloquio che vedremo poi. Di questo intanto, narrandovi egli il suo innamoramento per la gentildonna consolatrice negli ultimi giorni del 1292 o al principio del 1293, è così accertata la data non anteriore. Oltre poi alla narrazione da noi seguita, e alle poesie riferite od accennate, contiene il libretto un [p. 182]commento di ciascuna di queste. Il quale parrà for se fredfdo e assai e pedante, rispetto alla passione d’amore ivi espressa; ma almeno, non ci è ancora quella sofisticheria dell’allegorie, che vedremo in altre opere di Dante; ed è in tutto, siccome de’ primi, così uno dei più gentili e curiosi libri delle origini di nostra lingua. Ed è certamente colla Commedia il più importante di tutti per la vita di Dante.

La visione poi di che egli parla nelle ultime righe è certo quella di Beatrice, la quale accompagna od anzi guida tutto il poema, e risplende principalmente in fine al Purgatorio e poi in tutto il Paradiso. E quindi i più, attendendo a queste sole ultime parole della Vita Nova, viderci l’origine del poema. Ma avendo noi veduto il primo pensiero dell’Inferno mentovato nella prima canzone di Dante fatta al più tardi nel 1289, e così almeno quattro anni addietro, è a dire che il pensiero primo allor concepito, ma interrotto dalla grande sventura di Dante, fosse poscia da lui non solo ripreso, ma sviluppato e migliorato, allora quando egli uscì dal conflitto interno del nuovo amore rigettato. Più volte nella Vita [p. 183]Naova ei chiama visioni anche le altre immaginazioni appresentatesi nella sua fervida mente, e da lui descritte in prosa ed in versi. E tali visioni della beatitudine di sua donna sono poi non solo accennate ancora nella canzone “Voi che intendendo il terzo ciel movete„; ma asseverate positivamente nella prosa del Convito con queste parole: “io era certo e sono per sua graziosa rivelazione ch’ella era in cielo[20]„ e finalmente di nuovo accennate da Beatrice stessa al suo comparire a Dante nel poema[21] . E qui di nuovo sorrideranno forse alcuni tra increduli e disprezzanti; ma spieghino e scemino pure a talento loro queste visioni, certo è, che da una di esse in qualunque modo intese, venne il secondo, rinnovato, e più sviluppato pensiero del poema. Se poi fin d’allora ei l’incominciasse, è incerto; ma certo, come vedremo, che l' incominciò in Firenze, prima dell’esilio. Ad ogni modo ei ne fu distratto dagli altri pensieri, e doveri, ed anche piaceri della vita attiva.

Note

  1. Pelli, p. 74, nota 18.
  2. Vita Nova, p. 40.
  3. Vita Nova, pag. 41, 42.
  4. Vita Nova, pag. 47.
  5. Vita nuova p. 64
  6. Vita nuova p. 65
  7. Vita nuova p. 67
  8. Vita nuova pp. 64, 65, 66, 68
  9. Convit.Tratt. II, c. XIII, p. 102
  10. Inf. IV, 141
  11. Ciel d'Auro nome d’una chiesa in Pavia dove fu sepolto Boezio.
  12. Vedansi i particolari di tutta questa erudizione nel Pelli pp. 79, 80 e 144; il quale ammette la probabilità del primo fatto, negando solo che Dante morisse in abito di terziario, perchè non fu sepolto in esso. Ma potrebbe esser morto in un abito, ed essere stato sepolto in un altro; e, dipendendo il primo dalla volontà di lui, il secondo no, proverebbe sempre il suo amore all’ ordine Franescano.
  13. V. Ediz. Minerva.
  14. Canto XI.
  15. Parad. III, 97
  16. Nota questo vilmente, che dimostra la realità del suo amore alla gentildonna. Se tale amore fosse stato alla filosofia sola, ei non l’avrebbe certo detto nè potuto dir vile nè contrario alla costanza della ragione.
  17. Vita nuova p. 69
  18. Vita nuova p. 73
  19. Vita nuova p. 56
  20. Convito Trat.II, cap. VIII, p. 87
  21. Purgat. XXX, 133— 135