'O "luciano" d''o Rre

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Ferdinando Russo

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Indice

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Proprietà letteraria






R. TIPOGRAFIA FRANCESCO GIANNINI & FIGLI

NAPOLI — Cisterna dell'Olio — 1918

[p. 3 modifica] I nottambuli napoletani ricorderanno certo una bettola che ora più non esiste, intitolata al Progresso, a mezzo la via Nardones. Colà convenivano, fino a una diecina o a una quindicina d'anni or sono, un po' tutti gli appassionati delle ombre o i costretti, dal genere del loro lavoro e dei loro vizii, a vegliare mentre gli altri dormivano. Giornalisti, artisti, scrittori, giocatori, comici, biscazzieri, barattieri, fannulloni, mezzani d'usura, affollavano nelle ore antelucane il locale, in cui don Ciccio ’o russo, il padrone, passeggiava sopra pensieri o discorreva con gli assidui, o troneggiava dal suo banco dando ordini o consigliando di bere quella tal [p. 4 modifica] qualità di Gragnano o quella tal altra di Aleatico. I tipi si seguivano ai tipi, e si mescolavano, e si affratellavano, mentre, nell'ire e venire di gente che si fermava, si aggruppava un po' attorno a tutti i tavoli, o s'indugiava a centellinare in piedi il bicchierino, Peppino il garzone - discendente dai magnanimi lombi del famoso Monzù Testa, - badava a servir gli avventori, con le braccia in alto e le mani cariche di stoviglie, come un acrobata o un equilibrista, senza far cadere una sola gocciola di unto; e, alle assidue richieste dei ghiottoni di frutti di mare, chiamava a gran voce l'ostricaro.

Era costui un vecchio marinaio di Santa Lucia, alto, tarchiato, massiccio, color del bronzo, con un paio di spalle che parevano sbozzate dall'accetta, un viso sbarbato, quadrato, ampio, che ricordava singolarmente quello del gran busto di Vespasiano, una caratteristica bocca larga avente agli angoli i segni d'una perenne [p. 5 modifica]amarezza. Pochi capelli grigi gli contornavano la fronte e le tempie; e le mani, enormi, gonfie, rosse e come tumefatte, si stendevano, tutte screpolate dalla salsedine, sui tavoli, per deporre le spaselle con le ostriche, umide, fragranti ed ornate del trasparente smeraldo dell’alghe. Ai lobi delle ampie orecchie, gli brillavano due cerchietti d’ oro.

Allorché la sua vantaggiosa figura appariva nel pandemonio, fra l'acciottolio dei piatti e il tintinnar delle bottiglie e dei bicchieri, era un coro allegro di richiami e di motteggi, innanzi ai quali egli rimaneva impassibile finché non perdeva la pazienza. – “Luigi! Luigi! Vieni qua, Luigi!… Dacci una bella dozzina di ostriche!… E parlaci un po’ di Ferdinando II…„

Al nome del suo Re, il luciano, commosso, prestamente si sberrettava. – “Coppola nterra!„ egli diceva, fissando col suo [p. 6 modifica] occhio grifagno le comitive burlevoli.-

Coppola e denocchie!... Chillo era 'o Rre !...

Un coro di scherno l'interrompeva: - Ma come? Sta zitto!.. Che dici!... E Garibaldi?.. Dove lo metti, Garibaldi?

A quest'altro nome, la faccia di Luigi l'ostricaro pigliava a un tratto una espressione terribile, fra l'odio, il disprezzo, il dolore, il desiderio ferino di distruzione. Se aveva ancora il berretto in mano, lo rimetteva in testa rapidamente, con rabbia, e lo calcava fin su le orecchie. Poi, voltava le spalle e si allontanava borbottando dal tavolo dei motteggiatori, e non c'era più verso di indurlo ad aprire per essi le ostriche. Talvolta, quando non aveva troppo bisogno di danaro, giungeva fino a dichiarare di non voler dare più ostriche; e, bestemmiando fra i denti, infilava la porta, raccoglieva sotto il braccio, una nell'altra, le spaselle, sollevava con la polputa mano il gran cato di legno, e via, a grandi passi, verso le ombre della [p. 7 modifica] piazza San Ferdinando che attraversava ciondolando, per raggiungere la discesa della sua vecchia Santa Lucia. Quando andai a chiedere di lui, ora è qualche mese, seppi quel che supponevo. Era morto da circa una diecina d’anni. Né potetti sapere se avesse, e dove, lasciato famiglia o figliuoli.

Io ero fra gli avventori suoi simpatici perché non lo tormentavo mai, non lesinavo sul prezzo delle ostriche, ed esprimevo, contro i volgari motteggiatori, qualche simpatia per Ferdinando II. Fin da allora mi frullava per la mente il pensiero di raccogliere da labbra borboniche popolane il racconto dell’ultimo viaggio e della morte del Re di Napoli per farne oggetto di un mio studio e dare il tipo dell’ultimo luciano fedele ed esaltato, come erano tutti della singolarissima tribù marinara, ai tempi in cui Re Ferdinando ne conosceva uno per uno i componenti, da quelli che formavano gli equipaggi del [p. 8 modifica] Saetta, del Tancredi, del Delfino, del Messaggero, del Fulminante, fino ai suoi sommozzatori ed ai suoi pescatori. Aveva il Re una gran fede nella loro fede, e scherzava con essi familiarmente; e chi ha letto La fine d’un Regno del de Cesare, e le altre storie del Nisco, del Farneraro, del de Sivo, del Bernardini, sa di quali favori godessero i luciani Raffaele e Vincenzo Criscuolo, padre e figlio, e come fosse specialmente popolare il primo, don Rafele ’a lancia, e con quanta brusca dimestichezza trattasse talvolta i rampolli reali.

Nella sua opera Raffaele de Cesare dice che i luciani non accompagnarono il Re in quell’ultimo viaggio; Luigi l’ostricaro affermava che solo quattro, e dei più fidi, segretamente lo seguirono dal primo giorno, e che egli era fra costoro. Ed aggiungeva - come raccolgo dal mio taccuino di appunti, - che, mentre il Re, con la famiglia e gli aiutanti di campo, [p. 9 modifica]partiva in carrozza da Caserta alla volta di Manfredonia, salpava per Trieste il Fulminante con a bordo Raffaele Criscuolo 1.ª lancia e i quattordici marinai suoi dipendenti che formavano l’equipaggio di essa; e contemporaneamente muoveva per Manfredonia il Tancredi con a bordo Vincenzo Criscuolo, avente ai suoi ordini i quattordici marinai dell’equipaggio della seconda lancia, la quale, come la prima, batteva, così allora dicevasi, padiglione reale.

Il 1.° febbraio 1859 il Tancredi, che non aveva trovato a Manfredonia il Re perché questi si era ammalato per via, ripiegò a Bari, ove il Re era in grave stato, e vi aspettò il Fulminante che aveva a bordo la principessa Maria Sofia. I marinai delle due lance erano, in maggior numero, luciani; se ne contavan pochi di Sorrento, qualcuno era di Porto, qualche altro di Castellammare.

Allorché fu deciso di ricondurre il Re a Caserta, egli venne issato, com’è detto [p. 10 modifica] anche nell’opera del de Cesare, con tutto il suo letto, a bordo del Fulminante; ed i suoi fedeli marinai presero con grande ardore a vegliarlo e ad accudirlo. Gli davano il bagno, lo sostenevano a braccia come un fanciullo, gli cambiavano le lenzuola ed i guanciali, cercavano di alleviargli in ogni modo le orribili pene. E piangevano. E il Re diceva loro: Grazie, figliuoli! Raccomandatemi alla Madonna della Catena, e pregherò per voi...

Dalla Villa della Favorita a Portici, nelle cui acque il Fulminante gettò l’ancora, gli stessi marinai condussero il Re alla Stazione e lo adagiarono nel vagone che dovea trasferirlo a Caserta. Quattro di essi soltanto - e forse quelli che lo scortarono nel viaggio - presero posto nel medesimo vagone. Di tre di costoro si sa il nome: Francesco Raffaele di Lipari, Carlo Corallino di Porto, Salvatore Santaniello di Castellammare di Stabia. Colui, che a mezzo dell’amico comm. Franz Lecaldano [p. 11 modifica] mi forniva tali notizie, si chiama Giosuè Servino, fu tra i primi marinai del Re ed ora conta 75 anni. Non ricordava il nome del quarto. Ma non sarebbe strano ritenere che possa trattarsi proprio di quel Luigi l’ostricaro del quale più innanzi riproduco fedelmente in versi il racconto. Quando mi venne la prima idea di intervistarlo non pensai alla utilità di segnarne il cognome. E ora me ne dolgo con me stesso.

Questo superstite Servino, che faceva, con Raffaele Criscuolo, il servizio quotidiano postale pel Re, tra Caserta e Napoli, racconta pure che il vecchio duca di Serracapriola, recatosi a rilevare a Trieste la principessa Maria Sofia, ebbe in dono dalla Imperatrice d’Austria un ritratto; e lo affidò al Servino. In quel periodo di trambusti non vi pensò più; ma il Servino, che aveva gelosamente custodito quel ritratto, dopo qualche tempo si recò dal duca, al palazzo di costui [p. 12 modifica]alla Riviera di Chiaia, e glielo consegnò. E il duca gli fé’ dono di dieci piastre.

Molti punti del racconto di Luigi l’ostricaro - del quale alcune frasi caratteristiche segnai fin da allora nel mio taccuino, - corrispondono a particolari consacrati nei volumi del de Cesare non solo, ma in quelli del Nisco, del de Sivo, del Bernardini, del di Martino, (recentissime Ricordanze storico-morali), ed ai ricordi dell’ex marinaio Servino. Il quale faceva notare, inoltre, che gli storici s’ingannarono allorché affermarono la defezione di tutta la Marina napoletana. Non tutta defezionò: i marinai napoletani capitanati dai Criscuolo padre e figlio, (e Vincenzo Criscuolo è vivo e può dirlo) condussero i tre bastimenti ad essi affidati, e cioè il Saetta, il Messaggero e il Delfino, fuori tiro degl’italiani, (come allora dicevano). Il Messaggero e il Delfino potettero guadagnare le acque di Civitavecchia e vennero consegnati al governo [p. 13 modifica] pontificio: il Saetta, raggiunte le acque di Marsiglia, fu dato in consegna al generale Cutrufiano. Tanto Luigi l’ostricaro quanto il Servino han dichiarato dunque, assai vivacemente, falsa l’asserzione del tradimento di tutta la Marina borbonica. Essi, dei bastimenti ove imbarcavano, non cedettero, per dirla con la loro frase energica, manco nu chiuovo!

Ed ora: ho voluto forse io smentire o correggere quanto afferma, a tal proposito, l’illustre de Cesare nella sua opera insigne? Dio me ne guardi. Mi sarebbe stato invece assai facile modificare le ottave dialettali su le notizie definitive di cui è così ricca La fine d’un Regno; ma non ho voluto farlo perché mi è parso di dover conservare al componimento poetico tutto il carattere popolare per non alterare il tipo del luciano borbonico, nella [p. 14 modifica]tenacia delle sue convinzioni, nei suoi scatti, nelle sue rampogne, nei suoi sfoghi, contro la libertà ed i liberali. Perché sfrondarlo appunto di tutto quello che può costituirne il fedele ritratto?

Del resto, oltre l’asserzione che da Caserta accompagnarono il Re solamente quattro marinai, - segrete guardie del corpo, ben celate, fra il seguito, - il racconto di Luigi l’ostricaro combacia in molti punti con quello degli storici. Restano gli sfoghi di questo vecchio, ed il giudizio dei lettori benevoli e malevoli. Gli sfoghi sono autentici, e basta la mia affermazione a chi sa come sia mia consuetudine il lavorare sul vero. Quanto ai lettori malevoli, pensino pur quel che vogliono. Anni or sono mi buscai, nientemeno, un processo per un altro tipo di popolano che fu oggetto di mio studio: ’O pezzente ’e San Gennaro. Questo pezzente, dell’Ospizio di San Gennaro extra moenia, era un giorno seduto, fumacchiando, nei [p. 15 modifica] giardinetti di Piazza Cavour. Mi sedetti accanto a lui e lo feci parlare. Segnai le sue escandescenze e i sui piati nel mio taccuino, ne ricavai una macchietta popolana, ed ebbi la idea di pubblicarla nel Mattino. Il Mattino fu sequestrato, con una ordinanza del Procuratore del Re de Marinis. Vennero gli agenti nella tipografia del giornale, buttarono all’aria i caratteri, fu aperto procedimento contro me, per offesa alle istituzioni! E il giorno dopo, nel medesimo Mattino, Edoardo Scarfoglio pubblicò un articolo di fondo, intitolato: Il terribile anarchico Ferdinando Russo.

Chiamato innanzi al giudice istruttore cavalier Lopes - con “mandato di comparizione„ - io m’inerpicai ridendo per le smussate scale del vecchio monastero di donn’Albina, ove s’annidava, come un pipistrello, la Giustizia, e feci la mia deposizione - Perché avete scritto quella macchietta? - Perché, d’ordinario, mi diverto a scriverne. - Ma come? - Sì, mio [p. 16 modifica]Dio! È un gusto come un altro! C’è chi si ficca le dita nel naso, chi gioca al lotto, chi manda lettere d’amore alla zia monaca per avere una sfogliatella e dieci lire... Io scrivo macchiette... – Avevate, scrivendo quella, l’intenzione di offendere ecc. ecc. ecc.?

Fui quasi tentato di rispondere , tanto mi pareva balorda la cosa. Per fortuna, il magistrato era una persona di spirito, oltre ad essere una persona intelligentissima. E l’avventura finì, come diciamo noialtri napoletani, a vrenna...

Senonché... non finì completamente. Ebbe una coda di balordaggini poliziesche. Quando Nicola Maldacea, innamorato del tipo, volle interpretarlo con un comento musicale - e fu una delle più forti sue creazioni - la Pubblica Sicurezza intervenne, a Napoli e a Roma, e, credo, pure altrove. La macchietta dovette essere modificata: il ritornello, che invocava Francischiello, cambiato. Ma il pubblico an[p. 17 modifica]dava e va lo stesso in visibilio per Maldacea, quando lo sentiva e lo sente borbottare con la voce tremante:

Tanno, ’e ppezze ’e tenevamo pe niente,
e mo ’e ttenimmo... nfaccia a li cazune!

Le prime quattro strofe di questo mio poemetto, sotto il titolo ’O marenare ’e Santa Lucia, diedero l’ispirazione a Beppino Villani d’interpretarne il tipo. Egli è riuscito a fare opera di arte superba. Truccato da vecchio pescatore luciano, si presenta ai pubblici che lo ammirano; ma poiché in quelle prime quattro strofe non vi è alcuna allusione politica, egli non è stato molestato dalle “Autorità„. Forse, sarebbe stato buttato a marcire in una tetra prigione se non si fosse limitato a quelle o avesse scelto altre strofe più piccanti. [p. 18 modifica]

Quanto a me, non dispero, dopo la pubblicazione di questo libro, di perdere i diritti civili e politici, per venir poi, con una palla di cannone al piede, precipitato in quel tenebroso mare che era, - come tutti ricordano, - il cimitero del castello d’If!

Napoli, nel Dicembre del 1910.


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NOTE

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OTTAVA 1.ª

Vère, per vede, corruzione plebea, come rito, per dito. Nella 2.ª ottava, rata, per data, da dare - verè per vedere; e nelle ottave seguenti: Maronna, per Madonna, - r’’a, per de la - ruco per duca, crero, per credo, - sòrdo per soldo, - arbanno, per albanno, albeggiando, - renare per, denari, - ritto per detto, e via.

Il così detto bonificamento di Santa Lucia, che doveva darci un famoso Quartiere della bellezza, spinse lontano il mare, che prima toccava la vecchia e pittoresca via, tutta ingombra di banchette di ostricari, e talvolta giungeva ai vicoli sporchi, stretti, neri, ma caratteristici. Prolungando la nuova strada, la congiunse con via Caracciolo, abbatté case e casupole... ma ci diede i fabbricati nuovi che ora ammiriamo, veri casermoni che faranno sempre torto agli architetti, ai costruttori, ed all’Ufficio tecnico municipale.

OTTAVA 3.ª

Nfuscato, fosco, di malumore. [p. 86 modifica]

Straporto, da straportà, trasportarsi ai tempi passati.

Guaglione, ragazzo.


OTTAVA 4.ª
Arbanno juorno, sull’albeggiare.

Vuzzo, specie di barca da pesca.
Zucose, succose.
Nfose, bagnate, stillanti acqua.
Cummò, cassettone.


OTTAVA 5.ª

La Cantina di Cient’anne era una famosa bettola che pigliava nome dal soprannome del suo primo proprietario. Fin dallo scorcio del ’700 era notissima, e sempre affollata di luciani. (Vedi il mio libro. Santa Lucia).

Prucresso, progresso.

Ll’uocchie chine... è una espressione popolare: Uocchie chine e mane vacante. E non mi pare indispensabile spiegarla. Chine, pieni.


OTTAVA 6.ª

Cummigliato, coperto.
Aonna, abbonda. Era il lieto grido dei marinai quando tornavano a riva con le reti pesanti. E allora nelle [p. 87 modifica] loro case quintuplicavano l’illuminazione innanzi alle imagini di Sant’Anna, di Santa Lucia, della Madonna della Catena.

Aguanne, in quest’anno.

OTTAVA 7.ª
Appicceco, rissa, contesa. Spessissimo era davvero, come dice il mio marinaio, di tre parole, e senza conseguenze. Ma son pur famosi gli appiccechi sul serio, fra donne, che duravano e durano delle giornate intere.

Carusiello, salvadanaio. E le donne luciane solevano raccogliere i loro risparmi nelle vecchie calze, come fanno anche altrove le popolane.


OTTAVA 8.ª
’E state, di estate.
Fasulare, specie di mollusco saporitissimo.

Faceva addeventá pisce ’e cannucce, espressione che corrisponde a: faceva venire l’acquolina. I pesciolini in frotta accorrono alle cannucce con l’esca, e abboccano.

Sciascïava, da sciascïare, quasi intraducibile: godere dondolandosi mollemente, crogiolarsi, distendersi con mollezza beata. [p. 88 modifica]

Ostreca d’’o Castiello, qualitá gustosa d’ostrica, piccolissima, prolificante intorno allo scoglio ov’é il Castello dell’Ovo.


OTTAVA 9.ª
'Accarèmia ’e ll’ova toste, letteralmente: l’Accademia delle uova sode; vecchia consuetudine popolare. Si scommetteva a chi bevesse piú vino su le uova dure e a chi piú presto le inghiottisse. E allora, per brillare nell’Accarèmia, v’era chi non le masticava affatto...

'A coppa, di su le uova.

Gnosta e gnòstia, inchiostro.


OTTAVA 10.ª
'A nzegna, vedi: Ferd. Russo, Santa Lucia.

'E chiuove, i chiodi, i denari.

Sciato, fiato, alito.


OTTAVA 11.ª
Friccecava, brulicava.

Summuzzare, tuffarsi tutto e resistere sotto l’acqua, e andar fino in fondo. Era fiorentissimo un tempo a Santa Lucia il mestiere di sommozzatore. Financo i fanciulli, a 12 e 14 anni, invitavano i forestieri a buttare [p. 89 modifica]una moneta a mare; e si tuffavano, e scendevano fino al fondo, e la riportavano. Vedi: Russo, Santa Lucia.

Pèsole, di peso.

Carriavo, da carriare, trascinare: trasportar di carriera.


OTTAVA 12.ª

Calatune, plurale di calatone. Il tuffare per forza qualcuno giù nell’acqua, saltandogli all’improvviso su le spalle. I luciani e tutti i pescatori e marinai del golfo di Napoli lo fanno così abilmente che non si è mai avuto altro caso fuori dello sgomento di colui che subisce il calatone.


OTTAVA 13.ª
Vedi in prefazione.


OTTAVA 14.ª

Pennarulo, pennaiuolo. Così soleva chiamare Ferdinando II gli scrittori, i letterati, i giornalisti, i professori, tutti coloro che, passando per colti, gli eran sospetti e gli venivano lumeggiati per agitatori. [p. 90 modifica]

Nun t’arruocchie, non cerchi di formar comitiva; da arrucchiarse, mettersi in rocchia, riunirsi, e, in questo caso, per darsi a sfoghi politici o per congiurare.


OTTAVA 15.ª

Mucchietiello, Scialone, etc. Veri soprannomi di luciani.


OTTAVA 16.ª

La Mmalora nera, la Versiera, la Malora.

'Ncuolle, addosso.

Fàuza, falsa, mentitrice, ingannatrice.

Puntunera, da puntone, cantone: donna da partito, sgualdrina.

Cìcere e nnammuolle, moine interessate, false lusinghe.

Sempe 'a varca cammina e 'a fava volle, oppure: 'a varca cammina e 'a fava se coce, frase efficacissima per dinotare che il “fatale andare„ delle cose non cambia. Volle, bolle, da bollire, che in dialetto si traduce: vòllere.

Spurpato, spolpato.

Rummane ecc. da rummanere, restare: Resti come colui che chiude in pugno il vento. [p. 91 modifica]

OTTAVA 17.ª

Isso, esso, lui, egli - secondo i casi.

OTTAVA 18.ª

Capunata, gallette o biscotti rustici, immollati nell’acqua fresca, conditi con olio, sale, aceto, ulive, capperi, acciughe, erbe aromatiche. Ferdinando II ne era ghiottissimo.

Chella tazza! Quella tazza di cioccolatte che i fedeli napoletani credettero fosse stata offerta al Re con veleno, dal vescovo di Ariano mons. Caputo. Fu detto pure che mons. Caputo aveva avvelenato il Re con un sigaro; altri disse con una pezzuola... Le voci sono smentite. Ma qualche storico, pure affermando che il Caputo era incapace di tanto, non seppe tralasciare di dire che, dopo il ’60, si era vantato della cosa. Vedi: Bernardini, Ferdinando II a Lecce - De Cesare, La fine di un Regno. - Avv. E. di Martino, Ricordanze storico-morali.

OTTAVA 19.ª

’Mpiso, impiccato, pendaglio da forca. Allude all’autore del voluto avvelenamento del Re, come sarà spiegato in seguito. [p. 92 modifica]

Cane 'e chiazza, cani di piazza, cani randagi. L’allusione del luciano del Re è chiara. Egli chiama cani randagi coloro che venivano nel Regno delle due Sicilie in cerca, secondo lui, dell'osso...


OTTAVA 20.ª

A sciumme, a fiumi.

Scartellato, gobbo.


OTTAVA 21.ª

Sivo, sego.

Spurpato, spolpato.

Cummène, conviene; da cummenire o cummeni.


OTTAVA 22.ª

Aggrisso, aggressione, soperchieria.

'A rrobba, la roba, la proprietà.

'Nfrisco, in fresco; e, figuratamente, come qui: in sequestro, in confisca.


OTTAVA 23.ª

'E grasse, di grasso, con abbondanza.

Dudece carrine, dodici carlini; antica moneta napoletana. [p. 93 modifica]

Tagliuline, pasta di farina ed uova tagliata a strisce sottilissime: una delle specie più delicate dei nostri maccheroni.


OTTAVA 24.ª

Crape, plurale di crapa, capre. I popolani napoletani chiamano così anche l’isola di Capri.

Arape, apre.


OTTAVA 25.ª

Gli Statella dei principi di Cassaro, i Moliterno, i Regina, i Forcella ecc. Gentiluomini della vecchia aristocrazia napoletana, di cui si ricordano sempre i fasti, le grandezze e le liberalità. Erano fedelissimi al Borbone, e qualcuno lo è ancora.

A piezzo 'mmano, col denaro in mano.

Munzignor Caputo. - Ve ne furono due. Qui, allude al Vescovo di Ariano, che si vantò, dopo il '60, di averne avvelenato Ferdinando II. Cfr. De Cesare e Bernardini.


OTTAVA 26.ª

Pe Santa Lucia! Nella ottava, la frase non è esclamativa, ma sta come una constatazione semplice ed [p. 94 modifica]orgogliosa. “Mai un sospetto per Santa Lucia„ cioè, per tutti i popolani del rione marinaro che va sotto questo nome, e che si distinguono appunto dagli altri pescatori e marinari del golfo, col nome di luciani, come quelli delle due Torri si chiamano torresi, quelli di Pozzuoli pozzolani, etc.


OTTAVA 27.ª

Purtato 'nquatto, portato in quattro, cioè, a braccia dai quattro luciani.


OTTAVA 28.ª

Purpetiello, piccolo polipo. Piglià nu bello purpetiello, vale bagnarsi fino ai capelli; dal modo di pescare questa specie di piccoli polipi fra gli scogli, nel fondo del mare; e conviene quindi sempre tuffarsi - che è il sommozzare della nota alla ottava 11.ª

Ntruitata, introitata - Aveva quasi prevista, per superstizione, la sventura.


OTTAVA 29.ª

Scucciato, calvo. E vale anche, in altro senso, per seccato, annoiato. Il Re, che credeva al malocchio, aveva davvero detto che il viaggio non sarebbe stato privo d’incidenti se egli si fosse imbattuto in uno [p. 95 modifica]zoppo, in un calvo, o in un monaco, uscendo dalla Reggia di Caserta. Ma vide tre monaci che gli facevano dei grandi inchini, e lo tenne per cattivo augurio; Cfr. gli storici De Cesare, Bernardini, etc.

Parola ritta, parola detta.

Scatasciàino, da scatasciare e scatascio, rovinare, rovina, disastro.

Trònole, tuoni. Infatti, quell'anno, l'inverno fu pessimo e s'iniziò con violentissime tempeste di vento e di neve, e freddo intenso in tutto il regno.


OTTAVA 31.ª

Zeffunno, bizzeffe, grandissima abbondanza di cosa che precipiti, come neve, terreno per impovvisi scoscendimenti, acqua, bastonate, etc. Diciamo infatti: nu zeffunno 'e denaro - Nu zeffunno 'e mazzate - Nu zeffanno d’acqua, etc. E si usa anche dire: Nu zeffunno 'e risate - Nu zeffunno 'e parole — Nu zeffunno 'e guai, etc.


OTTAVA 32.ª

Chiummo, piombo.

Zoza, neve o acqua o fango molle o creta molle o altra poltiglia che non si rassoda pel continuo scalpiccio, e per il passaggio di veicoli e di cavalli. Anche di una salsa mal fatta si può dire rifiutandola: É na zoza. [p. 96 modifica]

'E ddete 'e fierro, le dita irrigidite, divenute come di ferro, pel freddo.

Ventecate, colpi violenti di vento. - Raffiche.


OTTAVA 33.ª

'O battitore, il battitore, la staffetta. Ritornata sui suoi passi comunicò infatti al Re che la via era assolutamente impraticabile. Cfr. gli storici citati.

'O barone Anzano. Il barone Anzani ed il fratello persuasero il Re a fermarsi ad Ariano. Ed avevan preparato un lautissimo pranzo, al quale però il Re non fece onore.


OTTAVA 34.ª

Il particolare curioso delle scarpe di raso con le quali la Regina dovette fare circa un miglio a piedi è anche in Bernardini, Ferdinando II a Lecce.


OTTAVA 35.ª

Calimma, calore.

Zuzzimma, (al 5.° v. dell’ottava) sudiceria, porcheria. Pel contenuto di tutta la strofa, cfr. gli storici.

'A bbona 'e Ddio, come Dio vuole, alla buona.

Votta e magnammo. Espressione popolare comunissima e frequentissima che completa la precedente: [p. 97 modifica]mangiamo alla meglio, come Dio vuole. Votta, da vottare, spingere; e si usa dinanzi ad ogni frase che denoti cosa o atto o fatica da fare senza voglia; quasi per orsù, via, avanti, etc.

Fuie 'o mbruoglio, fu l’imbroglio.


OTTAVA 37.ª

Se mpattai, si riparò; da mpattare, aggiustare, riparare, provvedere in un qualunque modo; metter cenere sul fuoco, etc.


OTTAVA 38.ª

Serpiava, da serpiare, serpeggiare.

'O calatone, — Vedi nota alla ottava 12.ª - Qui è usato per colpo di grazia. Il marinaio adopera i suoi termini marinareschi nel discorso. Al Re, già infermo, fu propinato il veleno, e però la sua salute andò peggiorando.

'N custione, in questione.


OTTAVA 39.ª

All'antrasatto, ed anche 'a ntrasatta: all’improvviso. L'incidente è ricordato dagli storici su citati. [p. 98 modifica]

OTTAVA 40.ª

Renza. Andar di renza, andar di lato, sotto il muro. In antico si diceva rente rente. Tirate 'a renza, fatti da parte, fa largo; e figuratamente: ricordati di usarmi rispetto. Renza si usa pure per abitudine, cosa solita. 'A stessa renza, la cosa medesima dei giorni passati; l’ordine di andare avanti.


OTTAVA 41.ª

Vivò, evviva!

Pizze, posti, fermate, luoghi.

OTTAVA 42.ª

Manferònia, Manfredonia; come nella strofa precedente Trellizze, Terlizzi.

Ammatuntate, da ammatuntare, ammatuntarse, buscarsi o produrre lividure e contusioni in tutto il corpo, per le botte prese durante un disastroso viaggio, o per sedare una rissa, o per lottare contro qualcuno o qualcosa.

'E mmècce, da meccia, giuntura: le giunture. [p. 99 modifica]

OTTAVA 43.ª

Se nchiummai: vi piombò, vi rimase, perché il male aggravava; da nchiummare, nchiummarse, fermarsi ostinatamente in un posto, cadervi pesantemente come il chiummo, piombo. Pel verso 4.° e seguenti cfr. gli storici. Il Re disse testualmente - Che “Truvatore„ e “Truvatore!„ Voglio sentì “don Checco!„ Me voglio divertì - Per altri particolari, vedi Bernardini, l. c.


OTTAVA 44.ª

'O nzagnatore, il flebotomo, un tal Marotta, che cavò sangue al Re.

Il dott. Giuseppe Leone, chiamato in fretta, curò il Re tutto il tempo in cui S. M. stette a Lecce; e lasciò un giornale della malattia, pubblicato dal Bernardini nel suo Ferdinando II a Lecce.

Miccia miccia, lenta lenta, insistente.

Freva, febbre.


OTTAVA 45.ª

Il medico di corte dott. Ramaglia giunse giorni dopo a Lecce col suo giovane aiutante Capozzi che fu poi l’insigne scienziato senatore Capozzi. [p. 100 modifica]

...ll’anema e ll’urzo! Espressione che vale: tutto il mondo, tutti gli accidenti possibili.


OTTAVE 46.ª e 47.ª

Pel contenuto di queste due ottave, cfr. gli storici.

Mettimmo ncopp’a cuotto acqua vulluta corrisponde alla frase: Mettiamo olio sul fuoco.

“Quanto hai avuto per darmi questo consiglio?„ disse il Re, (e son parole testuali), al Ramaglia, sospettando che fosse stato corrotto dai liberali.


OTTAVA 48.ª

Cuoccio tuosto, testa dura, ostinata.

Simmelo, simile, uguale.

’Ncucciava, impuntava, si ostinava.

Malato e buono, espressione comune e curiosissima. In questo caso, vuol dire: tuttoché malato, ad onta della malattia.


OTTAVA 49.ª

Misturella, sorta di bevanda calmante che si dà ai bambini deboli per rianimarli. E ironicamente si usa per indicare un veleno.

Jacuvella, scherzetto, pettegolezzo, ecc. Qui è detto ironicamente e allude al voluto complotto per l’avvelenamento del Re. [p. 101 modifica]

OTTAVA 50.ª

Rammaggio, corruzione della voce dammaggio, dal francese dommage: danno, sciagura, sventura, disgrazia.


OTTAVA 51.ª

Na cunfrataria, una confraternita coi sacchi ed i ceri, che apparve mentre il Re ringraziava il popolo plaudente.

Cfr. de Cesare e Bernardini.


OTTAVA 52.ª

A chi l'assigne? Che mi vai contando?

Ncujeta, da ncujetare, disturbare, stuzzicare, toglier la quiete.


OTTAVA 53.ª

Mutriuso, da mutria, musoneria, ipocondria.


OTTAVA 54.ª

Abbetiello, scapolare.


OTTAVA 55.ª

Spantecava, da spanteco, sgomento, raccapriccio. [p. 102 modifica]

Tremmuliccio, tremito.

Corse insistentemente la voce che il Re, prima di morire, fosse divorato dai vermi che brulicavano dalle piaghe aperte. La scienza smentì la cosa, ma vi è ancora chi giura che il veleno, corrompendogli il sangue, fece pullular sul corpo piagato quella verminaia.


OTTAVE 59.ª 60.ª 61.ª 62.ª

Cfr. gli storici. L’insigne dott. Lanza, troppo tardi chiamato, disse: “Nutricatelo con latte di femmina!„ Il dott. Rosati sorrise; e il Lanza: “Innanzi a Vincenzo Lanza non si ride! Il Re è spacciato!„ Cfr. anche: di Martino, Ricordanze storico-morali.

Tre calle: l’antica moneta napoletana di tre cavalli.


OTTAVA 63.ª

Zuzzosa, sozza.


OTTAVA 64.ª

Zecca, l’antica Zecca, ove si coniavano le monete. Ognuno sperava di arricchirsi tanto, da diventar padrone di una Zecca - comenta il nostro luciano. [p. 103 modifica]

INDICE


Prefazione |||
 pag. 3
I |||
 19
II |||
 25
III |||
 31
IV |||
 37
V |||
 45
VI |||
 55
VII |||
 63
VIII |||
 71
IX |||
 77
Note |||
 83