516 proverbi sul cavallo/Cavallo e cavaliere

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Cavallo e cavaliere

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Alimentazione Commercio

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Cavallo e cavaliere.

1. A buon cavaliere non manca lancia.

Bonus eques, dicevano i latini, numquam caret lancea; vale a dire quando si vuol fare una cosa si trova il modo di farla.

2. A buon cavallo non manca cavalcatore, ed anche:

A buon cavallo non manca sella.

Quando una cosa è buona, non manca mai chi l’adopererà. Un bello e vigoroso destriero sarà sempre molto ricercato. La verità di questo proverbio la conoscono per dura prova i buoni cavalli delle scuole di equitazione, sempre ricercati e preferiti dai giovani allievi.

3. A buon cavallo non occorre dir trotta.

Il cavallo in buon istato di salute ed in buone condizioni, scrisse il Caviglia, è sempre volonteroso nel disimpegno delle sue abituali funzioni. Se talvolta avviene che si rifiuti agli usati servizi, cercando bene, non si tarda a scoprire la ragione del fatto insolito. Gli oggetti di bardatura, il morso, la ferratura, siano tosto [p. 23 modifica]osservati con diligenza e si scoprirà che qualche cosa non è in perfetto ordine. Può anche darsi che per effetto di momentanea indisposizione, si mostri men volonteroso.

4. A buon cavallo si dè buon cavaliere.

Se il cavaliere è inesperto, il cavallo sará presto sciupato o reso vizioso, anche se il cavallo era prima buono.

5. A caval che corre forte, il freno.

In nessun altro modo si può trattenere il cavallo che corre troppo forte se non adoperando il freno, tirando cioè la briglia.

6. A caval che corre, non abbisognano speroni.

Quando il cavallo corre, fa giá generosamente l’ufficio suo; il dargli dello sperone può farlo precipitare o renderlo cattivo. Similmente in senso traslato questo proverbio ci ammonisce che coloro i quali sono valenti nelle opere, non devono essere provocati con stimoli, che li possano sdegnare. Willig Ross, dicono i tedeschi, man nicht obertreiben, il cavallo volonteroso non deve essere sferzato.

7. A cavalier novizio, cavallo senza vizio.

Significa che al principiante occorre un cavallo ben ammaestrato e senza vizio, altrimenti quello ritarderá la sua istruzione e questo diventerà sempre più vizioso. [p. 24 modifica]

8. A cavalli tristi e buoni, porta sempre i tuoi speroni, ed anche:

Buon cavallo e mal cavallo vuol speroni, oppure:


Destrier, quantunque sia di buona razza
Non si leva da terra e non s’aggira
Se non fischia la verga e noi tien desto
L’acuto sprone e noi raccoglie il freno.

Lo sperone, dicono i cavallerizzi, insegna a ben cavalcare, perchè obbliga le gambe ed i piedi del principiante ad una conveniente posizione di queste parti del corpo; e forse è questa la ragione principale della raccomandazione che fa il proverbio. Fors’anche vuole far intendere che gli speroni possono essere alle volte necessari anche con un buon cavallo per aiutarlo, deciderlo, come sono per lo più necessari con un cavallo cattivo per castigarlo, ed obbligarlo a fare il piacer nostro. I versi citati provano nulla; già si sa, i poeti non furon mai valenti cavallerizzi.

9. A cavallo a cavallo.

Indica il lungo e continuo star a cavallo, ed anche vale in fretta, come chi, già montato a cavallo, sta per partirsi.

10. A cavallo d’altri non si dice zoppo.

La distinzione, il merito, i pregi di un cavallo si riverberano sul suo possessore, che ne fa question d’amor proprio; parlargli di difetti e d’imperfezioni, vale dargli taccia di poco gusto e di poca intelligenza ippica, cosa alla quale da tutti si pretende un po’, specialmente poi da chi tiene o fa commercio di cavalli. Di un cavallo che [p. 25 modifica]uno vede od esamina, se ne può pensare quel che più talenta, ma palesarne i difetti, discuterli, questo poi no, ed il galateo equestre, di cui il proverbio citato è un riflesso, ce ne ammaestra. Neanche coi negozianti è permesso criticare i cavalli che ci fanno vedere; basterà dir loro che il cavallo non è del genere o del mantello che si desidera, o trovare qualche altra ragione di simile natura, senza spifferargli chiaro il vero motivo del rifiuto. Peccano poi di vera ingratitudine coloro che, avendo avuto in prestito da un amico un cavallo, dopo essersene serviti, per aver l’aria di essere intelligenti ippofili e buoni cavallerizzi, non si peritano dal rilevarne in pubblico i difetti che gli hanno trovati o che credono aver scoperti in esso.

11. A cavallo di fuoco, uomo di paglia, a uomo di paglia, cavallo di fuoco.

Cioè, a cavallo focoso, occorre un cavaliere calmo, ed a cavallo pigro, cavaliere ardito.

12. A cavallo giovane, cavalier vecchio.

Vale ad ammaestrare che bisogna essere esperto cavallerizzo per domare un cavallo giovane, e che per riescire a bene occorre diligenza, perizia, pazienza e prudenza, che sono le doti di un vecchio cavaliere. Non si vedrebbero tanti cavalli viziosi se si avesse sempre presente l’insegnamento di questo proverbio. Le prime istruzioni decidono dell’avvenire del cavallo nel modo più assoluto, da ciò emerge chiaro la convenienza di affidare i cavalli giovani a cavalieri esperti.

13. A cavallo sboccato, vecchio cavaliere.

Sarebbe un grave e pericoloso errore affidare [p. 26 modifica]ad un principiante un cavallo sboccato, che cioè poco o nulla senta l’azione del morso. A parte i pericoli che il cavaliere può correre, esso non potrà a meno che diventar duro di mano, come dicesi in termine di equitazione, lo che è un grave difetto. Ad un tale cavallo quindi occorre un abile cavaliere.

14. A giovane soldato, vecchio cavallo.

L’ammaestramento dei soldati giovani, cioè delle reclute, deve farsi assegnando loro dei cavalli vecchi, cioè più mansueti e meno focosi.

15. Anche quel che cadde da cavallo, disse che voleva scendere.

Ha avuto origine da colui che, caduto da cavallo, disse a coloro che lo guardavano: Giusto voleva scendere: e si credette di aver rimediato allo sconcio. Il proverbio si adatta anche a colui che dovendo fare una cosa per forza, vuol dare ad intendere di farla di buona voglia. Tutti conoscono la favola della volpe che non potendo addentare l’uva di un pergolo, perchè posta troppo in alto, disse: Tanto è acerba.

16. Avello aperto è il caval che corre, oppure:

Caval corrente, sepoltura aperta, ed anche:

Uomo a cavallo, sepoltura aperta, ed anche:


Deî cavalcar? Sta ben accorto ed all’erta
che l’uomo a cavallo ha sepoltura aperta.

Tutti questi proverbi devono essere stati inventati da quello stesso che trovò l’altro: È meglio piè bagnato che testa rotta. Certo, chi va a [p. 27 modifica]cavallo è in pericolo, ma anche chi va in vettura e.... al giorno d’oggi si potrebbe ancora aggiungere chi va in ferrovia, corre dei brutti rischi; ma se ad evitar questi ultimi devono pensare i cocchieri e le societá ferroviarie, un cavaliere starà lontano dal pericolo se userá moderazione, prudenza e adopererà la voluta diligenza. Una piccola inavvertenza nell’insellare, nell’imbrigliare, o nel reggere il cavallo quando è in moto, possono esser cagione di disgrazie, ed il proverbio sta come un memento homo.

17. Briglia e sperone fanno il cavallo buono, ed anche:

La briglia ed il baston, fanno il caval bon.

In senso figurato significa che, l’adoperare a tempo il freno per ritrarre i giovanetti dalle cose del senso, e lo sprone per incitarli alle fatiche oneste ed agli studi, li mette per la diritta strada della virtù.

18. Buon vino, buon cavallo, ed i francesi:

Après bon vin, bon cheval.

Dopo un’allegra bevuta uno si sente più forte e più ardito; però l’eccitarsi di proposito con bevande spiritose prima di montare in sella, è indizio, per lo meno, di poca energia di animo e di gambe. Il vero cavaliere non ha bisogno di fugaci stimoli artificiali; egli è naturalmente ardimentoso ed ha piuttosto bisogno di moderazione, anzichè di eccitamenti.

19. Caval che si lamenta, va lontano e poco stenta, ed anche:

Caval che geme, non teme, ed i francesi: [p. 28 modifica]Cheval qui se plaint, porte le cavalier loin, ed anche:

Cheval ronfleur, bon marcheur.

Vi hanno dei cavalli che quando sono in moto al passo o al trotto, emettono come un gemito prolungato, mostrandosi in pari tempo di ottimo umore e vogliosi di andare. Egli è questo il lamentarsi cui allude il proverbio, ed essendo un indizio di salute e di buona volontá, aggiunge con diritto: va lontano e poco stenta. Da che provenga questo lamentarsi non è facile lo stabilire, certo è che si ritiene giustamente sia indizio di buon cavallo, ed una particolaritá di quello di lena.

20. Caval d’altri e sproni propri, fanno le miglia corte, ed anche:

I cavalli altrui corrono spediti, ed i tedeschi:

Fremdes Pferd und eigne Sporen machen kurze Meilen, oppure:

Fremdes Pferd und eigne Sporen haben bald den Wind verloren, oppure:

Mit eigner Peitsche und Fremden Rossen ist gut fahren, e gli inglesi:

A horse hired, never tired.

Sonvi di cotali che avuto in prestito un cavallo lo spingono a tutta corsa, o lo fanno trottare e galoppare senza un riguardo al mondo. Chi si diporta in tal maniera non solo commette un abuso di fiducia verso il proprietario del cavallo, ma si rende colpevole di una mancanza degna di essere punita. L’imprestito cortese e gratuito di un cavallo, impone tali e tanti obblighi da doverci indurre ad esser cauti nel servircene; e chi adopera i cavalli altrui con i [p. 29 modifica]dovuti riguardi e non se ne fa spreggiatore, non gli accadrá di vedersi rifiutare un cavallo chiesto in prestito, col citare un altro notissimo proverbio che raccomanda di non dar in prestito, cavalli, donne e schioppi.

21. Caval di posta, poco sulla posta.

Questo proverbio, come l’altro briglia e strada e l’altro biada e strada, riprova l’inazione del cavallo nella scuderia e proclama per il cavallo necessario il lavoro e l’esercizio. L’inazione è il peggior nemico del cavallo, che anela di lasciar la sua posta per l’aria libera e la luce pura. La vita attiva aumenta in lui l’appetito, facilita la digestione, l’assimilazione degli alimenti è pronta e proficua, ed un infinito numero di agenti negativi, propri della stabulazione, vengono ad essere totalmente eliminati, a beneficio dell’igiene.

22. Cavalier male arrivato vecchia carta sta cercando.

Cioè, dice il Giusti nei suoi proverbi, va cercando fra le sue carte qualche titolo, qualche amminnicolo per far danaro, e vale l’altro: chi non ha danari scartabella.

23. Cavalier senza entrate, e muro senza croce è da tutti scompisciato.

Come vicino ai muri delle chiese dove non c’è la croce, o non è scritto: è proibito di lordare, molti non si peritano di soddisfare ai loro bisogni corporali, cosi non pure al cavaliere senza entrate, ma a chi non versa in buone condizioni di fortuna oggi ed anche più in passato, in poco conto è tenuto. [p. 30 modifica]

24. Cavalier senza speroni, cavalier dei miei cordoni.

Qui sarebbe il caso di esclamare: Tempora mutantur et nos mutamur in illis. Una volta un cavaliere che montasse senza speroni, era tenuto per da poco; oggidì l’anglomania fa consistere il vero chic nel cavalcare con tanto di uose e senza speroni.

25. Cavallo che ha bisogno di sprone non vince palio.

Perchè non è generoso. Palio è detto quel panno o drappo che si dà per premio a chi vince nella corsa. Era usanza militare degli antichi italiani di far correre il palio dai soldati ed anche dalle meretrici sotto le mura di una città assediata per mostrare con quest’atto gran disprezzo dei loro nemici. Di qui il modo di dire: correre il palio, vincere il palio.

26. Cavallo che non vuol briglia, quindici giorni, quattordici miglia.

È un proverbio lombardo, per indicare che poca strada si può fare con un cavallo restìo, che non vuole cioè lasciarsi imbrigliare.

27. Cavallo che va piano, va lontano, ed anche:

Cavalli che vanno a piano, vanno lontano.

Tarde, sed tute, dicevano i latini. Adagio ma sicuri. Purtroppo invece le cose al dì d’oggi vanno assai diversamente! Pur di giungere allo scopo, poco imporla se si rischia di rompersi il collo per via. Tuttodì noi vediamo delle persone che natura dotò di ogni più bel requisito di [p. 31 modifica]intelligenza, e di energia, andar a precipizio per la indomita brama di voler raggiungere fama e.... quattrini a qualunque costo, correndo sfrenatamente verso questa meta. Troppe sono le riflessioni morali che desta in noi questo proverbio, e per non lasciarci trasportare troppo lungi, staremo paghi a rilevare come esso ci ammaestri che il cavallo adibito ad un lavoro regolare, metodico e tranquillo, non si sciupa tanto presto ed è in grado di durar per lunghe ore nella fatica. Lo stesso avviene pei cavalli che lavorano su terreno piano.

28. Cavallo da corsa muore sfasciato.

Purtroppo è così. Questi generosi animali che, quand’erano giovani e nel pieno vigore delle loro forze, hanno riportato splendide vittorie sugli ippodromi, facendo guadagnare non pochi quattrini ai loro fortunati possessori, ora vecchi, macilenti e pieni di magagne stentano la vita sotto un carretto, o nelle mani di un cocchiere di piazza, che li tratta come non è duopo dire, tenendoli esposti a tutte le intemperie, mentre in gioventù, nella loro scuderia, erano governati e curati con tutti i precetti dell’igiene e.... dell’interesse.

29. Cavallo e cavalla cavalcali sulla spalla, asino e mulo cavalcali sul culo.

Cioè sull’asino e sul mulo siedi indietro sulla groppa, perchè a star loro sul collo o inciampano o imbizzarriscono.

30. Cavallo non fa cavaliere.

Col diuturno esercizio del cavalcare, e come dicesi, col vivere a cavallo, taluni diventano [p. 32 modifica]fortissimi in sella, acquistano scioltezza e sicurezza ammirabili, come in generale lo sono i butteri italiani, i csikos ungheresi, i gauchos del Rio de la Plata; ma non si hanno cavalieri, nel moderno significato di questa parola. Per aver diritto a questo titolo è necessaria la passione del cavallo, occorre perseveranza, attitudine fisica e morale e tutte quelle altre doti mercè le quali si perviene a ben conoscere ed impiegare il cavallo. A chi ne voglia saper di più su questo proposito, consiglio di leggere lo scritto pubblicato sulla Rivista di cavalleria, anno 1880, che porta per titolo: Cavalcare non è addestrare.

31. Cavallo senza sprone è come nave senza timone.

Questo proverbio è forse un po’ troppo rigido. Se il cavallo è ben ammaestrato rare volte occorrerà adoperare lo sperone, e potrà essere cavalcato e guidato a piacimento senza bisogno di torturarlo collo sperone.

32. Cavallo vecchio non muta ambiatura.

Tentar di correggere o migliorare il modo di camminare dei cavalli in età avanzata, il più delle volte equivale a rimetterci tempo e fatica, quando non si giunge a ruinarli completamente. L’insegnamento che ci porge questo proverbio dovrebbe essere ben fitto in mente ai principianti, ai giovanotti che cominciano ad apprendere l'arte del cavalcare, e che, acquistato un cavallo, per lo più già un po’ innanzi negli anni, credono potergli tirar fuori dei mezzi che non ha, nè può più avere; non è rado vederli mettere alla corda nei maneggi un cavallo che sa, come si suol dire, leggere e scrivere, che è cioè perfettamente ammaestrato, ma che per le [p. 33 modifica]fatiche sopportate non ha più liberi e sciolti i movimenti. Il cavallo vecchio si prende per quel che è, senza pretensioni di ottenere, in fatto di andatura, quello che ben altri possessori, lungo i molti anni già vissuti, non riuscirono a conseguire. Ambiatura od ambio è un’andatura a passi corti e veloci mossi in contrattempo; se ne veda la spiegazione al proverbio: Il puledro non va all’ambio, ecc.

33. Ce cheval est chargé de maigre, il revient de la Rochelle.

Proverbio francese, nato probabilmente dopo la carestia sofferta al tempo dell’assedio della Roccella; si dice anche di un cavallo che non è grasso, alludendo ad un pesce comune nelle acque della Roccella e che è appunto detto Maigre.

34. Chi addottrina i puledri in dentatura, tener li vuole fino a che ella dura.

L’uomo suole aver care e non dar via quelle cose intorno a cui spese molta cura. Il Giusti nella sua raccolta fa questo commento: «Detto per l’affezione che si porta alle bestie, quando si son prese da piccole e che vogliono tenersi finchè hanno denti in bocca, cioè sempre.» Dall’arabo, che in procinto di vendere il suo cavallo, d’improvviso pentito, salta in sella e rapidamente fuggendo, giura a sè stesso che morirà prima di cederlo, al nostro contadino, che colle lagrime agli occhi ed il cuor grosso di rammarico, riconta le monete dategli in prezzo d’un suo giovane cavallo, allevato come in famiglia, avremmo mille e mille esempi di affezione ai cavalli. Il proverbio poi si può estendere anche ad altre affezioni più nobili. [p. 34 modifica]

35. Chi cavalca e trotta per la china, o non è suo il cavallo o non lo stima.

Su questo proverbio ci sarebbero molte cose a dire. Anzitutto vuol farci intendere che trottando per la china sono facili le cadute e quindi facile rovinar il cavallo. Però non deve essere preso in senso troppo assoluto e credere che nè si possa, nè si debba mai trottar nelle discese; basta ad evitar ogni pericolo aver il cavallo esercitato a ciò, ed allora nessun rischio si corre. Nella Rivista militare italiana è stato, vari anni or sono, stampata una memoria tendente a dimostrare esser un errore ritener che la cavalleria non possa trottar nelle discese senza rovinar i cavalli. Senofonte, che per primo scrisse un trattato sull’equitazione, a pag. 70 dice: «Alcuni per tema di spallare i loro cavalli, si peritano di spingerli nelle discese; si rassicurino; i Persi e gli Odrisii, che fanno delle corse di sfida in rapide discese, non storpiano i cavalli più dei Greci. Tutto sta nell’abituarli cominciando dalle più dolci e progredendo fino a far loro percorrere delle ripide strade; una volta accostumati correranno più volontieri discendendo che non salendo.» Certo è però che tranne il caso di urgente bisogno non è bene spingere il cavallo nelle discese a celere andatura, poichè il centro di gravità, fortemente spostato in avanti ed in basso, rende incerto l’appoggio del bipede anteriore.

36. Chi cavalca la notte, conviene che posi il giorno.

In senso figurato.... troppo chiaro e vero per aver bisogno di commento! Raccomando questo proverbio ai giovani; lo abbiano sempre in mente e procurino di star lontani dagli abusi. [p. 35 modifica]

37. Chi corre in posta, scherza colla morte.

Chi nei tempi andati, ma non molto da noi lontani, ha percorso in diligenza od in vettura da posta, certe strade, come ad esempio quella che valicava il Moncenisio, facilmente si farà persuaso della verità di questo proverbio. I postiglioni d’allora, chiusi i freni della diligenza, lasciavano andar a tutta corsa i cavalli giù per la china, scherzando colla morte e facendo passare dei brutti quarti d’ora ai poveri passeggieri che correvano in posta.

38. Chi ha buon cavallo è bene armato.

Fino a tanto

non avverrà che in pace
Il buon popol di Cristo unqua si veda,

come scrisse il buon Torquato, finchè i popoli non smetteranno di muoversi guerra fra di loro, il cavallo avrà nelle marziali imprese la più brillante delle parti, malgrado le micidiali invenzioni moderne ed i continui perfezionamenti che s’introducono ogni giorno nelle armi da fuoco. Per il soldato di cavalleria, sia nell’attacco che nella difesa, il cavallo è un’arma, e chi ha buon cavallo fra le gambe si sente più ardito e più coraggioso. Quindi ben con ragione il proverbio afferma che chi ha buon cavallo è bene armato. Il mio trono, per un cavallo gridò quel re che, vinto e a piedi nella mischia, stava per cadere nelle mani del nemico.

39. Chi ha buon cavallo in stalla può andar a piedi, ed i francesi: [p. 36 modifica]

Il a beau aller à pied qui mène son cheval par la bride, oppure:

Con buon cavallo a mano ben si cammina a piedi, ed i tedeschi:

Wer gutes Pferd in stalle hat, kan zu Fuss gehen.

In senso figurato dicesi per scusa di chi non veste secondo il suo grado, o non si piglia gli agi che potrebbe, o rinuncia ad essi sapendo di poterne godere quando che gli piaccia, e sopporta volontieri i piccoli fastidi colla persuasione fondata di potersene sbarazzare a suo talento. Preso nel senso letterale il proverbio vorrebbe farci intendere che uno può camminare a piedi, se lo vuole per proprio comodo, ma non appena cambi idea, ha il cavallo pronto ad ogni evento.

40. Chi ha cavallo ha padrone.

È un proverbio olandese, che vale a dinotare che chi possiede cavalli non è senza cure e senza affanni.

41. Chi il morel cavalca, pericol passa.

Gli antichi, come è detto, trattando dei proverbi sui mantelli, ritenevano che una grande influenza esercitasse sulle qualità del cavallo il colore del pelo. Il morello era da molti tenuto per indizio di cavallo cattivo o vile. Le opinioni in proposito, erano però molto disparate.

42. Chi lascia andar il cavallo, va per terra.

Questo dovrebbero sempre aver presente i principianti un po’ timorosi, i quali appena s’accorgono di perdere l’equilibrio in sella, subito [p. 37 modifica]abbandonano le redini per attaccarsi ai crini od alla sella, e lasciato libero il cavallo ben presto e quasi sempre vanno per terra.

43. Chi maltratta il cavallo, merita il cavalletto, ed anche:

Chi non ha cura del suo cavallo merita d’andar a piedi.

Cavalletto era chiamato uno strumento di tortura su cui si ponevano i rei per far confessar le loro colpe, e veramente si merita tal punizione chi maltratta le bestie ed in ispecie quelle che, come il cavallo, gli sono di tanto giovamento. Spiace doverlo confessare, ma le dolci maniere verso gli animali, non sono presso di noi molto abituali e non è raro vedere piccoli utenti, che pure per l’ordinario non hanno altra sorgente di lucro che un misero cavallo, sfogare su di esso tutta la loro acrimonia. Auguriamoci che il progresso civile, l’ingentilimento dei costumi, specie nelle classi popolari, generalizzi il sentimento di compassione verso le bestie, e che le società protettrici degli animali facciano molti proseliti.

44. Chi monta a cavallo è soggetto a cadere.

Questo vale l’altro proverbio: Chi è in piedi puó cadere, cioè disgrazie e contrarietà ne possono toccare a tutti.

45. Chi non ha travagli, tenga dei cavalli, oppure:

Chi vuol travagli, tenga dei cavalli, ed i piemontesi: [p. 38 modifica]Cavai, travai.

È proverbio fatto per consolazione di quei dilettanti che ad ogni tratto incontrano danni e dispiaceri nelle loro imprese ippiche. Certo, il tener cavalli non è affare da tutti; e quel complesso di cose e di circostanze cui, erroneamente, si dà il nome di sfortuna, è per lo più effetto di poco gusto, di nessuna intelligenza, di errori imperdonabili, di soverchia bonomia nell’acquistare. I travagli si possono evitare con l’oculatezza nella compera, e con la diligenza nel conservare.

46. Chi non può batter il padrone batte la sella, ed anche:

Da chi il caval non puote, la sella si percuote, ed anche:

Batte la sella chi non può il cavallo
E paga l’innocente il non suo fallo.

Chi non se la può pigliare con chi vorrebbe, se la piglia con chi ei può. Ma non è da tacere come vi siano certi cavalieri poco ardimentosi, i quali, non osando batter il cavallo per timore che esso si imbizzarrisca, battono la sella col frustino, o con altro, affinchè il cavallo, spaventato da quello strepito, faccia il piacer loro. Poco commendevoli sono costoro, ma trovano un’attenuante (come usasi dire ai giorni nostri) nella loro poco abilità nell’equitazione. Molto più da biasimarsi sono coloro che non potendo offendere il padrone, come in senso metaforico ci dice il proverbio, fanno ingiuria al servitore, oppure non volendo, o non potendo danneggiar quello, se la pigliano con la di lui roba.

47. Chi non può galoppar con cavalli, trotti con degli asini, ed anche: [p. 39 modifica]In mancanza di cavalli gli asini trottano, ed i tedeschi:

Hast du kein Pferd, so brauche den Esel.

Sarebbe una bella cosa che tutti avessero, specialmente al giorno d’oggi, fitto in mente questo proverbio, che in altre parole ci dice che non si deve far il passo più lungo della gamba; e che perciò occorre comportarci a seconda dei mezzi di cui disponiamo.

48. Chi oggi va a cavallo, domani andrà a piedi.

Mai come ai dì nostri s’è visto quanta verità contenga questo proverbio. Quante rovine in questi ultimi tempi! Quante fortune disperse! Quanti non sono coloro che o per sbagliate speculazioni, o per aver voluto arricchire troppo presto, o per soverchia ingordigia di danaro, per l’auri sacra fames, da florido stato non caddero nella più squallida miseria, e venduti cavalli e carrozze ed ogni cosa di lusso, si trovarono a non aver nemmen più tanto da comperarsi scarpe per camminare a piedi! Se almeno il passato servisse di ammonizione ai giovani!

49. Chi può andar di passo per l’asciutto, non trotti per il fango.

A questo proverbio si potrebbero dar per commento le riflessioni che don Abbondio faceva sul conto di D. Rodrigo: «Lui ricco, lui giovane, lui rispettato, lui corteggiato; gli dà noia il bene stare, e bisogna che vada accattando guai per sè e per gli altri. Potrebbe far l’arte del Michelaccio; no, signore; vuol far il mestiere di molestare le femmine; il più pazzo, il più [p. 40 modifica]ladro, il più arrabbiato mestiere di questo mondo, ecc., ecc.» con quel che segue. Anche un’altra interpretazione sì può dare a questo proverbio, e che ci porge un ammaestramento utile; cioè la strada buona non è mai lunga, e si arriverà più presto andando di passo per l’asciutto, che non trottando per il fango.

50. Chi si parte dal castrone, si parte dalla ragione.

Il commento di questo proverbio, richiederebbe per sè solo un trattato; non potendo far ciò ce la sbrigheremo in poche parole. Le cavalle, si sa da tutti, alle volte presentano dei difetti che i cavalli non hanno, allorchè ad esempio sono in calore, diventano spesso irrequiete e bisbetiche, si lasciano montare e bardare con difficoltà, sono disubbidienti, calciano, mordono, dimenano la coda, se sono in moto si arrestano e si mettono in atteggiamento di urinare ed urinano frequentemente. Il cavallo intero è più forte e resistente, è capace dei più grandi sforzi di vigore e di energia, ma non è sempre facile ad essere governato, è spesso meno docile e talvolta anche cattivo. Il castrone, o cavallo castrato, è quello che più conviene nei vari servigi; è più docile, più sottomesso e possiede abbastanza vigore e resistenza per essere sottoposto a dure fatiche; esso è assai meno irritabile dello stallone e delle cavalle che hanno del sangue. Però non è da tacere che gli arabi, secondo che riferisce il Daumas nel suo libro: Les chevaux du Sahara, preferiscono le giumente, perchè come fattrici rendono di più, ed inoltre perchè non annitriscono in guerra; meglio degli stalloni sopportano la fame, la sete ed il caldo, ed infine perchè possono allevarsi senza danno assieme alle cammelle ed al greggie dei montoni e delle pecore. Maometto disse: «Preferite le cavalle, [p. 41 modifica]il loro ventre è un tesoro, il loro dorso un seggio d’onore. Il maggior dei beni è una donna intelligente, ed una giumenta feconda.» Ma se tutto ciò è bene per gli arabi, per noi è conveniente seguire il dettato del proverbio e non partirci dal castrone.

51. Chi striglia la sua cavalla non è mozzo di stalla, ed anche:

Chi il proprio caval stregghia e pulisce, servil opra non fa, nè s’avvilisce.

A quegli ippofili schifiltosi e non curanti, partigiani del lasciar fare, questo proverbio dice che la scuderia non insudicia nessuno. Chi ha retto senso, non deve riputar disdicevole che un cavaliere prima di badare a sè, ricoveri, strofini e nutrisca la propria cavalcatura. Il cavallo merita i massimi riguardi ed il vero cavaliere deve porre ogni studio perchè esso non incontri malanni. In tempi più da noi remoti, prendere personalmente cura del proprio cavallo era quasi una legge per un cavaliere. Massimo d’Azeglio, nella disfida di Barletta, ci narra che il buon Ettore Fieramosca, buttatosi di sella durante la mischia per aver prigione il La Motta, quando volle risalire a cavallo, vide che se l’aveva preso un cavalier francese. «Il buon Ettore conobbe che solo e a piedi non avrebbe potuto riaverlo; l’aveva nutrito ed allevato di sua mano ed addestrato a seguirlo alla voce, onde non si confuse: fattosegli più presso che potè, cominciò a chiamarlo, battendo il piede come era usato di fare quando voleva dargli la biada. Il cavallo si mosse per venire a quel cenno e volendo il cavaliere contrastargli, prima cominciò ad impennarsi, poi si mise a far salti, e senza che colui potesse nè opporglisi, nè governarlo, lo portò suo malgrado fra gli italiani.» Lasci lo [p. 42 modifica]scudiscio e gii speroni colui che crede abbassarsi nel contatto col cavallo, anche se si tratti di opere solite a farsi da persone di servizio. Il re dei Persi fu trovato dagli ambasciadori di Filippo nella stalla a pulire il suo cavallo, e vedendo che quelli molto se ne meravigliavano, domandò se il loro re non usasse fare lo stesso.

52. Chi va a cavallo da giovane, va a piedi da vecchio, ed i tedeschi:

Wer Jung reitet, geht alt zu Fuss.

Chi la sciala da giovane e non pensa al risparmio, stenterà poi in vecchiaia.

53. Ciò che il puledro impara in giovinezza, non lo dimentica in vecchiezza.

Questo proverbio ci fa manifesta l’importanza che ha l’ammaestramento razionale e completo del puledro; se colla pazienza e colla prudenza saremo riesciti a dargli una buona istruzione, anche in vecchiezza non dimenticherà quello che ha appreso, e renderà al suo proprietario un utile servizio fino all’ultimo dì della vita.

54. Da caval corrente e da doglia di dente.

Per caval corrente il proverbio intende un cavallo che ha preso la mano, e da un siffatto cavallo è da pregar Dio che ci scampi non meno che dalla doglia di denti, che tanto molestia ci arreca.

55. Dal caval che rincula, libera nos Domine.

Questa del rinculare è una delle più [p. 43 modifica]pericolose difese che un cavallo possa opporre a chi lo cavalca o lo guida attaccato ad un veicolo, perocchè non potendo vedere dove vada, può cadere in qualsiasi più profondo precipizio, senza dar tempo all’uomo di salvarsi. Un tale vizio può procedere da qualche difettosa conformazione dell’animale e specialmente da dolori alla spina dorsale, in tal caso ogni rimedio è inutile; alle volte però il vizio di rinculare non è naturale, ma acquisito per effetto di mali trattamenti usati ed allora, col mutar sistema, è facile toglierlo.

56. Dal di dietro mi guard’Iddio, dal davanti mi guardo io.

Gli uomini di cavallo, tolsero di netto questo proverbio creato per stigmatizzare la calunnia e l’insidia alle spalle e se ne servono per significare, che se si è in grado di sostenere un cavallo debole nelle estremitá anteriori, ed evitare così una caduta sulle ginocchia, è assolutamente impossibile fare altrettanto col treno posteriore. Gli arabi esprimono questo stesso proverbio colle parole:

Heureuz ni men el gouddam
N’heureuz lek men loura.

57. Del padrone il destrier serve alla mano, è indocile e restìo sotto un villano.

Intende significarci che il cavallo obbedisce prontamente al padrone che lo sa guidar bene, nè lo maltratta, mentre invece è indocile e restìo sotto un villano che lo manomette, che lo bistratta e non sa adoperarlo secondo che i suoi mezzi comportano. [p. 44 modifica]

58. Dorso di cavallo, posto d’onore.

Dalla più remota antichità ai giorni nostri, l’equitazione fu sempre tenuta in conto di nobilissimo esercizio; senza parlare della benefica influenza che il cavalcare esercita sul cavaliere come salutare ginnastica, è pure dimostrato che l’equitazione infonde coraggio, e confidenza nelle proprie forze; inspira modi franchi e cortesi, generalizza le nobili maniere; è quindi proprio vero che dorso di cavallo è posto d’onore.

59. Due cavalli, un cocchiere, quattro bestie.

Il proverbio vorrebbe significare che un cocchiere conta per due bestie; deve essere stato inventato da qualche padrone disgraziato a cui toccò in sorte uno di quei cocchieri che sono la rovina dei cavalli. All’infuori di questo caso, per l’onore dei cocchieri, dobbiamo dichiarare che il proverbio è troppo assoluto e non è applicabile alla generalità di queste persone di servizio.

60. È cavalier da ogni sella.

Cioè è capace di montar qualsiasi difficile cavallo.

61. Gamba corta mal può cavalcar cavalli matti.

Per ben cavalcare è necessaria un’attitudine fisica speciale; chi ha corta inforcatura difficilmente riescirà, non che buono, pur mediocre cavaliere e nonchè cavalli matti, sarà molto se potrà reggersi in sella con cavalli tranquilli e docili. [p. 45 modifica]

62. Guardati dal restìo ronzino, e dal villan che parla latino.

Dal ronzino restìo nulla si può ottenere, epperò, come da quello che nessun servizio rende è bene starne lontani; come è bene guardarsi dal villano che sa il latino, cioè che vuol fare il saccente ed è perciò presuntuoso e testardo.

63. Il buon cavallo fa le leghe corte.

Perchè non stanca il cavaliere e corre spedito.

64. Il cavalcatore intemperante, rovina il cavallo.

Ai giovani in particolar modo, è da ricordare l'ammonimento contenuto in questo proverbio. Il cavalcatore che s’impazienta per un nonnulla, che per ogni più piccolo fallo che commette la sua cavalcatura, se ne adira, la sprona, la castiga a frustate, oppure la spinge a celeri andature e per lungo tempo, otterrà di averla ben presto sciupata. Non diversamente avverrà a quel cavaliere che avendo un buon cavallo ne usa ed abusa in tutti i modi senza un riguardo al mondo. L’intemperanza è a condannarsi in ogni cosa, in questo caso lo è poi doppiamente, perchè è cagione di perdita di danari, e si sfoga contro il più nobile animale che natura ha creato a servizio dell’uomo.

65. Il caval che di bocca è troppo duro, in precipizio rape il suo signore, che gli schiumosi freni invan ritenta.

Ovidio scrisse:

Ut rapit in præceps dominum spumentia frustra
Frena retentantem durior oris equus.

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66. Il caval che meglio tira tocca le peggio scudisciate, ed i tedeschi:

Das Pferd, das am besten zieht, bekomnt die meisten schläge, ed i francesi:

On touche toujours le cheval qui tire, e gli inglesi:

The horse that draw most, ist most whipped.

Questo si sa, e lo vediamo avvenire tuttodì, chi più lavora, bene spesso è men bene rimeritato.

67. Il caval focoso consuma il cavalcatore.

Per quanto abile sia il cavalcatore, l’aver a che fare con un caval focoso, a lungo andare finisce per stancarsi. Chi ha provato a cavalcare un animale così fatto, per quanta pazienza e prudenza abbia adoperato, smontando si sarà sentito assai meno in forze che non se avesse durato assai più lunga pezza a cavallo di un animale più docile e meno focoso. Tralascio il commento nel senso figurato, che i giovani faranno bene ad aver sempre presente.

68. Il cavallo colla capezza e l’uomo colla parola, ed i tedeschi:

Das Pferd beim Zaume, den Mann beim Wort.

Verba ligant homines, taurorum cornua funes. Così dovrebbe essere.... ma purtroppo non sempre la parola data lega l’uomo così solidamente come la capezza il cavallo, la corda il toro! [p. 47 modifica]

69. Il cavallo loda il cavaliere.

Il più bell’elogio del buon cavaliere è infatti la buona riuscita del cavallo. Quello, come lo spinge il suo nobile istinto, dimostra cogli occhi e coll’atteggiamento una specie di reverenza verso il proprio signore. L’ammirazione che desta colle superbe andature, e colla robusta salute non sono che di lode al cavaliere che seppe e sa ottenere questi risultati. Opus laudat artificem, dicevano i latini.

70. Il freno doma il cavallo, la disciplina la gioventù, ed anche:

La briglia regge il cavallo e la prudenza l’uomo.

Il morso ben adatto alla bocca del cavallo e il farlo agire a seconda degli effetti che si vogliono produrre, è una delle principali doti del cavaliere. La buona mano, la mano leggera, i cavallerizzi la dicono un dono di Dio. Che occorra la disciplina per tenere in freno la gioventù, ciò è forse mai apparso tanto necessario come ai giorni nostri. La prudenza vale a tener l’uomo lontano dai pericoli ed a reggere il suo cammino in questa valle di lagrime.

71. Il puledro non va all’ambio, se la cavalla trotta.

Se l’esempio della madre è buono, il puledro ne seguirà le orme e non si mostrerà degenere. Ambio od ambiatura, è un’andatura irregolare nella quale per lo più il cavallo muove contemporaneamente le due gambe laterali, per modo che le reazioni, sì al passo che al trotto, sono dolci. Nei tempi andati, in cui il cavallo era il principal mezzo di locomozione, l’ambiatura era [p. 48 modifica]molto usata, ed anche oggidì lo è dai butteri romani e in Sardegna da chi deve di frequente cavalcare. Il cavallo tanto ammirato e tanto criticato di Marco Aurelio in Campidoglio è in atto di camminare all’ambio; per questo motivo doveva avere ed ha realmente la groppa abbassata; ma essendosi creduto che questo fosse un difetto, si cercò di rimediarvi collocando la statua su di un piano inclinato in avanti, la qual cosa mette fuori di equilibrio il cavaliere. Chi osserva attentamente questa statua e traguardando il piano su cui posa, lo riporta al cordone in muratura che è nella facciata degli edifici che stanno sulla piazza, subito s’accorge della inclinazione della statua.

72. Il puledro non va piano, se la cavalla trotta.

Il puledro, come è detto di sopra, si sforza sempre di seguire le andature della madre non solo, ma ammonito dall’istinto che da lei riceve protezione e sostenimento, a meno che non lo possa, se no corre spedito vicino a lei se essa trotta o galoppa, nè se ne sta lontano.

73. In salita non mi spingere, in discesa non mi abbandonare, in pianura non mi risparmiare, in scuderia non mi dimenticare.

È questo un motto inglese che ci porge un molto utile consiglio:

          Up the hill, push me not
          Down the hill, loose me not
          In the plain, sparge me not
          In the stable forget me not.

Spingere il cavallo in salita è un volerlo [p. 49 modifica]affaticar di soverchio e senza riguardi; non sono che i principianti mal destri e poco coraggiosi che trovano comodo spingere a celere andatura, il cavallo in salita; nelle discese non lo si deve abbandonare, ma è anche errore il troppo trattenerlo per modo da inceppargli i movimenti; se avviene che nel discendere trovi un ostacolo, il tener troppo tese le redini per sostenerlo, lo pone in condizione di cadere più facilmente. È dovere di un cavaliere il non dimenticare il cavallo quando è in scuderia, il procurare cioè che sia ben governato e ben nutrito; per tal modo sarà certo che potrà senza risparmio adoperarlo a suo piacimento in pianura1.

74. I più grandi nemici del cavallo sono il riposo e la pinguedine.

Come per l’uomo, così pel cavallo, e per qualsiasi altro animale, il riposo prolungato è [p. 50 modifica]dannoso alla salute, dannoso alla funzionalità delle membra. Nel moto sta la vita; la quiete, il riposo è la morte. L’esercizio è sommamente necessario agli animali, esso mette in azione le forze muscolari e facilita il regolare compimento di tutte le funzioni dell’organismo. Il riposo è necessario dopo il lavoro e vale a riparare il consumo delle forze, ma prolungato oltre il convenevole ed il necessario nuoce più dell’esercizio esagerato. Infatti i cavalli tenuti troppo a lungo in riposo nelle scuderie impinguano di soverchio, diventano torpidi, lenti e vanno soggetti agli ingorghi delle gambe, al rifondimento, alle malattie della pelle, alle infiammazioni interne. Al proverbio; Grasso non è condizione, si è già parlato dell’errore in cui cadono molti che amano veder troppo carichi di adipe i loro cavalli; essi non riflettono come le masse considerevoli di adipe, formando la parte di peso dell’animale che non contribuisce allo sviluppo di forza, sono da considerarsi come zavorra e costituiscono un ostacolo alla libertà di azione nella attività muscolare. Il vero stato di nutrizione si esplica colla rotondità delle forme, colla tonicità e robustezza dei muscoli, colla floridezza della salute.

75. I puledri non abboccano la briglia.

Per questo, nota il Giusti nella sua raccolta, fu detto:

               Tempra dei baldi giovani
               Il confidente ingegno.

Che i puledri non vogliano abboccar la briglia è naturale; prima di imbrigliarli e di assuefarli al morso occorre lasciarli ben sviluppare, e quindi ammaestrarli. [p. 51 modifica]

76. Jamais cheval, ni méchant homme n’amenda pour aller à Rome.

Proverbio francese, che intende significare che nulla serve andar a Roma, metropoli del mondo, scuola di civiltà e di belle arti per migliorare la propria condizione ed istruirsi, se il proprio genio non lo comporta. I francesi usano dire: ce cheval s’est amendé, per denotare un cavallo dapprima magro e che ora s’è ingrassato.

77. La sferza al cavallo, la capezza all’asino.

Diceva Isocrate di due suoi discepoli, che l’uno aveva bisogno di freno e l’altro di sproni; così trovo commentato questo proverbio dal Giusti.

78. Leame de cavalo, non fa falo; leame de bò, fa quel che pò; leame de vacca, presto se stracca; leame de bè, el fa ben fin che ghe n’è.

È un proverbio veneto giustissimo che indica la bontà dei letami delle varie bestie per la concimazione dei terreni.

79. Misero il cavallo che non ha padrone.

Bisogna dire che sia ben brutto e ben cattivo un cavallo, se non trova chi lo voglia.

80. Non vuol sperone quel caval che vola, ed i francesi in antico:

Cheval bon et trotier d’ésperon n’a méstier.

Spronare il cavallo che corre spedito è un [p. 52 modifica]voler pretendere da lui più di quel che può dare e per conseguenza metterlo in pericolo di cadere. Equo currenti, dicevano i latini, non opus est calcaribus.

81. Ognuno sa quanto corre il suo cavallo, ed anche:

Saper quanto corra il caval d’alcuno.

In senso figurato vale a dire che ognuno sa fin dove possa arrivare la propria forza e capacità. I latini esprimevano lo stesso concetto colle parole: Scire quousque quis progredi ingenio possit. Il secondo proverbio vale: Conoscere l'abilità altrui.

82. Panser les chevaux à la fourche.

È un proverbio francese, e significa dare ai cavalli delle legnate, anzichè stroffinarli e governarli. Si usa anche per dire che si governano con negligenza.

83. Passo non basta, galoppo non troppo, trotto non guasta.

Il passo non è punto gradito al cavallo da sella e da tiro leggiero e ne è prova la prontezza con cui obbedisce alla più piccola chiamata diretta ad accelerarne l’andatura. Troppo lungamente sostenuto, il passo provoca la disattenzione, la noia nel cavallo e nel cavaliere, e ciò è spesso causa di inconvenienti di ogni maniera. Pel cavallo da sella il passo non basta e deve essere considerato solo come andatura di calma da frammezzarsi ai tempi di trotto e di galoppo. Lo spostamento orizzontale del centro di gravità è molto maggiore nel passo allungato, che non nel trotto e questo ci spiega il perchè [p. 53 modifica]così volentieri il cavallo si metta a trotticchiare, allorchè lo si costringe ad allungare il primo modo di andatura. Il trotto non guasta, aggiunge il proverbio. Il trotto è la ginnastica della fibra muscolare; non trattenuto, nè mutato dal cavaliere, il cavallo dura a trottare per delle ore intiere senza risentirne danno. Libero, spontaneo e non troppo allungato il trotto afforza il sistema muscolare, agevola il corso sanguigno e favorisce la nutrizione. È questo il trotto che non guasta. Infine il proverbio raccomanda di non usar soverchiamente del galoppo. Questa andatura è la ginnastica del polmone e per dar lena al cavallo occorre che il galoppo sia spontaneo, poco rilevato e progressivo. Il galoppo a sfuriate, troppo prolungato o troppo veloce logora il polmone, ed è perciò che il proverbio dice: galoppo non troppo. Solo alcune razze privilegiate di cavalli non soffrono per un prolungato lavoro al galoppo, ma esse sono di un’organizzazione eletta.

84. Per il cavallo il maggior disagio è stare sulle mosse.

Tutti i cavalli nell’istante che precede l’azione del mettersi in moto, danno per lo più in tali segni d’impazienza da farci comprendere come essi in quella posizione provino un vero disagio. Dal cavallo da corsa che attende il segnale per slanciarsi verso la meta, al massiccio cavallo da tiro pesante che aspetta la voce del conducente per dar la prima strappata, tutti i cavalli dimostrano che è per loro disagevole star sulle mosse.

85. Per l’amor che porta al suo destriero
Indorane la sella il cavaliere.

Il cavaliere che ha vera passione per la sua [p. 54 modifica]cavalcatura, non ha limiti nella spesa per conservarlo bene e farlo risaltare maggiormente.

86. Prima di salir a cavallo, esamina la sella.

Precetto saviissimo e mai abbastanza raccomandato a chi deve salir a cavallo. Un buon cavaliere prima di inforcare gli arcioni deve passare in rapida rivista la sella, le cinghie, il barbazzale, le redini, affine di accertarsi che tutto sia in ordine ed in buone condizioni; e farà pure bene a dare un’occhiata generale al cavallo stesso.

87. Quale è il cavallo, tale il cavaliere.

Se è vero che gli uomini si conoscono dalle loro opere, così dall’istruzione acquistata dal cavallo, dalla di lui bontà e docilità, possiamo farci un’idea delle buone qualità del cavaliere, che lo ha ammaestrato.

88. Quando basta la voce non usare la frusta.

Se il cavallo è sensibile e generoso tanto che obbedisca prontamente alla voce del suo signore, l’adoperare la frusta è una vera crudeltà. La frusta non deve esser adoperata se non coi cavalli cattivi, e male provvedono quegli istruttori che, nei maneggi, fanno uso costante di questa per addestrar cavalli e cavalieri. Quel continuo farla schioccare, come usano i più, è atto da carrettiere ed è causa frequente di disgrazie per chi cavalca. Un altro errore, che vedo spesso commettere, è quello di adoperar la frusta per far saltare i cavalli, le prime volte che si esercitano i cavalieri a passar ostacoli. Ne segue da [p. 55 modifica]ciò che il cavallo, abituato a superarli animato dallo schioccare della frusta, si rifiuterà o salterà meno bene quando manchi questo eccitamento, ed il cavaliere non imparerà ad aiutare convenientemente la sua cavalcatura per obbligarla a saltare.

89. Quando i cavalli ruzzano, il padrone stenta.

Si applica più specialmente ai vetturini quando non hanno lavoro; infatti se il cavallo è satollo e non lavora, sentendosi in forza, fa movimenti di allegria, mentre il padrone per quel giorno stenta, non avendo guadagnata la sua giornaliera mercede. Facile è il rallegrarsi nei cavalli; ben poco loro basta per scordar la servitù e scuoter la testa quasi fossero del tutto liberi.

90. Quando il cavallo è vecchio lo si attacca al carro.

Purtroppo è questa la misera fine di questo nobile animale. Dopo aver in gioventù brillato per la sua bellezza, e per le sue ottime qualità, logoro e pieno di acciacchi finisce al carretto sotto la sferza di individui che bene spesso lo sottopongono a durissime fatiche, senza dargli una corrispondente alimentazione. In senso figurato il proverbio contiene una ben dura verità! Quando una persona non fa più per noi, non la si cura più, o peggio non le si usa quei riguardi che i servizi prestatici richiederebbero.

91. Quando il villan è a cavallo, non vorrebbe mai che si facesse sera.

Pare accenni a quei contadini sguaiati e senza [p. 56 modifica]discrezione, che per puro diletto inforcato un gramo ronzino spingonlo a suon di battiture a tutta corsa, dopo averlo fatto lavorare tutto il giorno. Costoro vorrebbero non facesse mai sera per prolungare il loro pazzo divertimento. In senso figurato puossi intendere che il villano, cui gli affari vanno con prospero vento (Vedi: Essere a cavallo - Modi di dire), non vorrebbe mai che venisse il suo ultimo giorno.

92. Quell’uomo monta sul suo caval più grande, ed i francesi:

Cet homme monte sur ses grands chevaux.

È un proverbio francese, e dicesi di uno che parla in tono altezzoso e superbo.

93. Salir a cavallo dalla parte destra.

Principiar una cosa dalla parte opposta.

94. Salto di fosso, cavallo a ridosso.

Questo proverbio deve esser stato inventato da persona che amava, come suol dirsi, il quieto vivere. Sarebbe bella se ogni volta che un cavaliere salta un fosso, andasse a rotoloni col cavallo a ridosso!

95. Se ben saldo a cavallo star non sai,
non arrischiarti a saltar fossi mai.

Certo il voler superare fossi od altri ostacoli, quando non si è ben franchi in sella, è un grave errore, che può tornar pericoloso pel cavaliere, e rendere il cavallo restìo. [p. 57 modifica]

96. Se boter et n’avoir cheval, est pure folie et très-grand mal.

Questo proverbio ci richiama alla memoria un aneddoto ben conosciuto. «Un bellimbusto si pavoneggiava tutti i giorni nei pubblici ritrovi con tanto di scudiscio in mano, stivaloni e speroni alla scudiera e non rifiniva di trinciar a tutto pasto sentenze su cavalli e cavalieri. Un signore, seccato di queste millanterie, lo fece citare davanti al tribunale per rifusione di danni prodotti in un suo podere dal cavallo, diceva lui, di quel millantatore. Richiesto dal giudice di produrre la sua discolpa, questi, tergiversando, tentava imbrogliar la matassa, tanto che il giudice, stanco delle sue risposte evasive, stava per condannarlo. Messo a queste strette egli finì per confessare che era impossibile che il suo cavallo avesse prodotti quei danni, perchè.... non ne aveva mai posseduto alcuno.»

97. Se il cavallo non è buono, sì lavora di sperone.

Lo sperone oltrechè per insegnare al cavaliere a tenere la giusta posizione, serve naturalmente anche per decidere il cavallo e per punirlo quando si rifiuta a compiere il suo dovere; ma lo sperone va usato coi debiti riguardi ed a tempo, altrimenti si rischia di rendere il cavallo sempre più vizioso.

98. Se la sferza fosse biada e le bestemmie tirassero, molti avrebbero un tiro a quattro.

È proverbio tedesco, che purtroppo s’attaglia moltissimo anche agli italiani. [p. 58 modifica]

99. Sella ferisce, sella guarisce.

Le piccole escoriazioni prodotte dalla sella e dal cavalcare ai principianti, scompaiono coll’esercizio anche senza prestarvi alcuna cura, perchè la pelle si rinforza da sè. Così pure per una leggiera contusione prodotta dalla sella, spesse volte il miglior rimedio è la sella stessa, che costituisce il più facile e sicuro bendaggio compressivo che si possa applicare.

100. Sia da cavallo, sia da mulo, sta tre passi lontan dal culo, ed anche:

Da corni de bo (buoi), da cul de cavai, e da boca de can sempre lontan.

Il primo di questi proverbi ci dà il consiglio assai pratico di guardarci dal posteriore del cavallo e del mulo, perchè, avvicinandosi loro di troppo e senza opportunamente prevenirli, è facile ricevere qualche calcio; il secondo è un proverbio veneto; i buoi, si sa, difendonsi od attaccano colle corna, dei cavalli e dei muli è difesa lo sprangar calci, e del cane il mordere.

101. Smontar da cavallo per montar l’asino.

Sich vom Pferd auf den Esel setzen, dicono i tedeschi; ed i latini: ab equis ad asinos. Tutti questi proverbi significano passar dalle cose nobili e generose alle basse e vili, e valgono i nostri proverbi: Di Papa tornar vescovo, Di badessa, conversa, ecc.

102. Striglia e briglia.

Striglia, indica quanto giovi al cavallo il buon governo della mano; briglia vale a significare [p. 59 modifica]che il cavallo ben governato e strigliato è in ottima condizione, epperò pronto a servire il padrone in ogni suo desiderio. Questo proverbio, come gli altri simili: Biada e strada, Strigliare è abbiadare, ecc., ci insegnano che il cavallo deve essere trattato con ogni riguardo nella scuderia, non tenuto in soverchio riposo, che gli è dannoso.

103. Tenga mano alla briglia, chi ha il ronzin che inciampa.

Chi ha la sfortuna di possedere un cavallo debole degli arti anteriori, deve avere l’avvertenza di tener piuttosto corte le redini, per evitare quelle facili cadute sulle ginocchia, che possono avvenire quando non si hanno bene le redini alla mano.

104. Tra la briglia e lo sperone, consiste la ragione.

Tra lo spingere ed il trattenere, tra mani e gambe, come usasi dire dagli istruttori nel maneggio, risiede quasi tutta la pratica del cavalcare. Nella razionale e ben combinata azione della mano e delle gambe, sta la padronanza del cavallo, sta in una parola l’equitazione. In senso figurato, il proverbio ammaestra che tra il conservatore ed il progressista, come direbbesi al giorno d’oggi, sta il ragionevole.

105. Una buona stroffinata, vale una passeggiata, ed i francesi:

Le jeu de l’etrille equivaut à un picotin d’avoine, e noi: [p. 60 modifica]

Buon governo, metà razione.

Colla stroffinazione fatta col tortoro di paglia, e meglio se di fieno inumidito, si ottiene una vera frizione secca che produce sul cavallo effetti generali ed utilissimi. Per essa le parti indolenzite da sforzi o da colpi, provano un pronto e stabile sollievo. I piccoli versamenti sierosi scompaiono facilmente più che non si ottenga con applicazioni medicamentose; la circolazione si fa più attiva ed abbondante, la calorificazione acquista in energia ed in uniformità. Si facilita la traspirazione, si rendono più attive le funzioni, si dà lucidezza al pelo, si preservano infine gli animali da un gran numero di malattie sì interne che esterne. Ben con ragione quindi dice il proverbio che una buona stroffinata vale una passeggiata, ed anche: Buon governo metà razione, per dimostrare quanta influenza abbia nel benessere del cavallo il governo della mano.

106. Una sferza che sempre schiocca non è temuta dai cavalli.

E così un maestro che sgrida sempre gli scolari, un padrone che garrisce sempre coi servi e giù di lì. Un buon maestro di equitazione deve fare a meno della sferza quando impartisce la lezione ai suoi allievi. Adoperata malamente e fuor di proposito infastidisce i cavalli, li spaventa ed è causa di disgrazie: se poi, come avviene di frequente, la si fa schioccar di continuo, si abituano i cavalli a quel rumore che più non la temono.

107. Un asino allenato batte ogni cavallo non trenato.

Più che un proverbio è questo un detto di uno [p. 61 modifica]dei più conosciuti frequentatori del turf della Germania, ispettore della cavalleria prussiana, il Generale Rosenberg; e sta ad indicare quale influenza possa esercitare l’allenamento sul cavallo. Con l’esercizio preparatorio fatto con gradazione e giusto criterio, si arriva a fargli acquistare una forza, un’agilità, che prima non aveva, ed a renderlo atto a sopportare fatiche che altrimenti l’avrebbero rovinato. Scopo dell’allenamento è di sviluppare i muscoli del cavallo e di liberare questi ed i polmoni dall’adipe che li circonda, rendendo cosi l’animale capace di percorrere velocemente una grande distanza senza che gli venga meno il respiro, e senza rallentare l’andatura. L’esperienza tenderebbe a dimostrare che non occorrono meno di 3 mesi per allenare un cavallo.

108. Un cavallo è ben cattivo se non può portar la sella.

Alle volte però il non voler portar la sella non dipende tanto da cattiveria quanto da mala conformazione e debolezza di reni. Per sottrarsi al dolore che soffre, il cavallo s’imbizzarrisce, e pare diventato cattivo. Lo stesso, cavallo adoperato al tiro, renderá invece degli ottimi servizi.

109. Un nobile può lavorar colle sue mani senza arrossire, in tre circostanze: per il suo cavallo, per suo padre, pel suo ospite.

È un proverbio arabo che trova il suo corrispondente giá citato: Chi striglia la propria cavalla non è mozzo di stalla.

110. Voglio più presto un asino che mi [p. 62 modifica]porti, che un caval che mi getti per terra, e gli inglesi:

Better ride on ass that carries me, than on a horse that trows me, ed i tedeschi:

Besser von einem Esel getragen, als durch ein Pferd in dem’ sand geworfen.

È un precetto troppo giusto e chiaro perchè abbia bisogno di commento.

  1. In una via che fiancheggia quella grande e popolosa arteria di Londra, che è lo Strand, e precisamente vicino ad una stazione di cocchieri pubblici, vi è esposta in un quadro e stampata a caratteri molto notevoli la seguente leggenda:

    Supplica di un cavallo al suo guidatore.

    In salita — Non frustarmi.
    In discesa — Non spingermi.
    Sciolto nella stalla — Non obliarmi.
    Di fieno e biada — Non derubarmi.
    L’acqua pura — Non lesinarmi.
    Di spugne e spazzole — Non privarmi.
    Spossato o sudato — Non lasciarmi.
    Indisposto o freddo — Non abbandonarmi.
    Con morso o guide — Deh! non scuotermi.
    Quando sei in collera — Non percuotermi.