A la sor' Orzola
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A LA SOR’ ORZOLA.[1]
Dico, perdonerà, ssor’ Orzolina,
Si ho vvorzuto arrocchià,[2] ddico, un zonetto,
Pe’ ddàllo a llei dimenic’ a mmatina[3]
Appena sscéggne ggiù, ddico, dar letto.
Lei, dico, ha un tocco de corata in petto,
Che ssimmai quarche vverzo nun cammina
Scuserà, ddico, un povero pivetto[4]
Che ccómpita pe’ ggrazzia[5] la dottrina.
Io nun zo’, ddico, un conte o un cardinale
O cquarch’antra perzona de talento:
La mi’ testa è una testa duzzinale.
Si[6] er mi’ sonetto da un bajocco er cento
Zoppica e nun è rrobba pe’ la quale,[7]
Bbasta che llei gradischi er comprimento.
18 ottobre 1838.
Note
- ↑ [Orsola Mazio, cugina del Bellia, maritata ad Angelo Balestra di Bassano, ma dimorante a Roma.]
- ↑ Se ho voluto gettar giù, raccapezzare così in grosso.
- ↑ Domenica 21 ottobre 1838, giorno di Sant’Orsola. [E il sonetto, in italiano, trascritto dal Belli dietro un’altra copia di questo in romanesco che lo accompagnava, dice così:
IL QUADRO DI S. ORSOLA.
Vedi, o cugina, questa lunga fila
Di putte che al pittor va a garbo e giova
Fare uscir da un portone o da un’alcova,
Per risparmiar colore entro la pila?
Vergini son, come natura stila
Le femine produr nell’età nova;
E, poi che al mondo chi ben cerca trova,
Ne fur raccapezzate undicimila.
Tutte sen van con una palma in mano
Dietro a colei che a tante verginelle
È come dir l’alfiere o il capitano.
Vedi, Orsoletta mia, come son belle!
Ah perché venne un Angiol di Bassano
A cancellare il tuo nome da quelle!Nel giorno di sant’ Orsola del 1838.]
- ↑ Ragazzo.
- ↑ Che ha a caro e grazia di compitare ecc.
- ↑ Se.
- ↑ Non è roba conveniente.