Adelchi/Atto quinto/Scena II

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Atto quinto

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Atto quinto - Scena I Atto quinto - Scena III

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                       adelchi.
                     Va, vivi, invecchia in pace;
Resta un de’ primi di tua gente: il merti:
Va, non temer; sarai vassallo: il tempo
È pe’ tuoi pari. - Anche il comando udirsi
Intimar de’ codardi, e di chi trema
Prender la legge! è troppo. Han risoluto!
Voglion, perché son vili! e minacciosi
Li fa il terror; nè soffriran che a questo
Furor di codardia s’opponga alcuno,
Che resti un uom tra loro! - Oh cielo! il padre
Negli artigli di Carlo! I giorni estremi
Uomo d’altrui vivrà, soggetto al cenno
Di quella man, che non avria voluto
Come amico serrar; mangiando il pane
Di chi l’offese, e l’ebbe a prezzo! E nulla
Via di cavarlo dalla fossa, ov’egli
Rugge tradito e solo, e chiama indarno
Chi salvarlo non può! nulla! - Caduta
Brescia, e il mio Baudo, il generoso, astretto
Anch’ei le porte a spalancar da quelli
Che non voglion morire. Oh più di tutti
Fortunata Ermengarda! Oh giorni! oh casa
Di Desiderio, ove d’invidia è degno
Chi d’affanno morì! - Di fuor costui,
Che arrogante s’avanza, e or or verrammi
Ad intimar che il suo trionfo io compia;
Qui la viltà che gli risponde, ed osa
Pressarmi; - è troppo in una volta! Almeno
Finor, perduta anche la speme, il loco
V’era all’opra; ogni giorno il suo domani,
Ed ogni stretta il suo partito avea.
Ed ora.... ed or, se in sen de’ vili un core
Io piantar non potei, potranno i vili
Togliere al forte, che da forte ei pera?
Tutti alfin non son vili: udrammi alcuno;
Più d’un compagno troverò, s’io grido:
Usciam costoro ad incontrar; mostriamo
Che non è ver che a tutto i Longobardi
Antepongon la vita; e.... se non altro,
Morrem. - Che pensi? Nella tua rovina
Perchè quei prodi strascinar? Se nulla
Ti resta a far quaggiù, non puoi tu solo
Morir? Nol puoi? Sento che l’alma in questo

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Pensier riposa alfine: ei mi sorride,
Come l’amico che sul volto reca
Una lieta novella. Uscir di questa
Ignobil calca che mi preme; il riso
Non veder del nemico; e questo peso
D’ira, di dubbio e di pietà, gittarlo!....
Tu, brando mio, che del destino altrui
Tante volte hai deciso, e tu, secura
Mano avvezza a trattarlo.... e in un momento
Tutto è finito. - Tutto? Ah sciagurato!
Perchè menti a te stesso? Il mormorio
Di questi vermi ti stordisce; il solo
Pensier di starti a un vincitor dinanzi
Vince ogni tua virtù; l’ansia di questa
Ora t’affrange, e fa gridarti: è troppo!
E affrontar Dio potresti? e dirgli: io vengo
Senza aspettar che tu mi chiami; il posto
Che m’assegnasti, era difficil troppo;
E l’ho deserto! - Empio! fuggire? e intanto,
Per compagnia fino alla tomba, al padre
Lasciar questa memoria; il tuo supremo
Disperato sospir legargli! Al vento,
Empio pensier. - L’animo tuo ripiglia,
Adelchi; uom sii. Che cerchi? In questo istante
D’ogni travaglio il fin tu vuoi: non vedi,
Che in tuo poter non è? - T’offre un asilo
Il greco imperador. Sì; per sua bocca
Te l’offre Iddio: grato l’accetta: il solo
Saggio partito, il solo degno è questo.
Conserva al padre la sua speme: ei possa
Reduce almeno e vincitor sognarti,
Infrangitor de’ ceppi suoi, non tinto
Del sangue sparso disperando. - E sogno
Forse non fia: da più profondo abisso
Altri già sorse: non fa patti eterni
Con alcun la fortuna: il tempo toglie
E dà: gli amici, il successor li crea.
- Teudi!