Adelchi/Atto secondo/Scena III

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Atto Secondo

Scena terza ../Scena II ../Scena IV IncludiIntestazione 11 febbraio 2015 100% poesie

Atto secondo - Scena II Atto secondo - Scena IV

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MARTINO introdotto da ARVINO E DETTI.

                   
                    (ARVINO si ritira)

                        carlo.
Tu se’ latino, e qui? tu nel mio campo,
Illeso, inosservato?

                       martino.
                          Inclita speme
Dell’ovil santo e del Pastor, ti veggo;
E de’ miei stenti e de’ perigli è questa
Ampia mercé; ma non è sola. Eletto
A strugger gli empi! ad insegnarti io vengo
La via.

                        carlo.
               Qual via?

                       martino.
                        Quella ch’io feci.

                        carlo.
                                               E come
Giungesti a noi? Chi se’? Donde l’ardito
Pensier ti venne?

                       martino.
                        All’ordin sacro ascritto
De’ diaconi io son: Ravenna il giorno
Mi dié: Leone, il suo Pastor, m’invia.
Vanne, ei mi disse, al salvator di Roma;
Trovalo: Iddio sia teco; e s’Ei di tanto
Ti degna, al re sii scorta; a lui di Roma
Presenta il pianto, e d’Adrian.

                        carlo.
                                          Tu vedi
Il suo legato.

                        pietro.
                    Ch’io la man ti stringa,
Prode concittadino: a noi tu giungi
Angel di gioia.

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                       martino.
                      Uom peccator son io;
Ma la gioia è dal cielo, e non fia vana.

                        carlo.
Animoso Latin, ciò che veduto,
Ciò che hai sofferto, il tuo cammino e i rischi,
Tutto mi narra.

                       martino.
                      Di Leone al cenno,
Verso il tuo campo io mi drizzai; la bella
Contrada attraversai, che nido è fatta
Del Longobardo e da lui piglia il nome.
Scorsi ville e città, sol di latini
Abitatori popolate: alcuno
Dell’empia razza a te nemica e a noi
Non vi riman, che le superbe spose
De’ tiranni e le madri, ed i fanciulli
Che s’addestrano all’armi, e i vecchi stanchi,
Lasciati a guardia de’ cultor soggetti,
Come radi pastor di folto armento.
Giunsi presso alle Chiuse: ivi addensati
Sono i cavalli e l’armi; ivi raccolta
Tutta una gente sta, perché in un colpo
Strugger la possa il braccio tuo.

                        carlo.
                                          Toccasti,
Il campo lor? qual è? che fan?

                       martino.
                                           Securi
Da quella parte che all’Italia è volta,
Fossa non hanno, né ripar, né schiere
In ordinanza: a fascio stanno; e solo
Si guardan quinci, donde solo han tema
Che tu attinger li possa. A te, per mezzo
Il campo ostil, quindi venir non m’era
Possibil cosa; e nol tentai; chè cinto
Al par di rocca è questo lato; e mille
Volte nemico tra costor chiarito
M’avria la breve chioma, il mento ignudo,
L’abito, il volto ed il sermon latino.
Straniero ed inimico, inutil morte
Trovato avrei; reddir senza vederti
M’era più amaro che il morir. Pensai
Che dall’aspetto salvator di Carlo
Un breve tratto mi partia: risolsi
La via cercarne, e la rinvenni.

                        carlo.
                                           E come
Nota a te fu? come al nemico ascosa?

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                        martino.
Dio gli acciecò. Dio mi guidò. Dal campo
Inosservato uscii; l’orme ripresi
Poco innanzi calcate; indi alla manca
Piegai verso aquilone, e abbandonando
I battuti sentieri, in un’angusta
Oscura valle m’internai: ma quanto
Più il passo procedea, tanto allo sguardo
Più spaziosa ella si fea. Qui scorsi
Gregge erranti e tuguri: era codesta
L’ultima stanza de’ mortali. Entrai
Presso un pastor, chiesi l’ospizio, e sovra
Lanose pelli riposai la notte.
Sorto all’aurora, al buon pastor la via
Addimandai di Francia. - Oltre quei monti
Sono altri monti, ei disse, ed altri ancora;
E lontano lontan Francia; ma via
Non havvi; e mille son que’ monti, e tutti
Erti, nudi, tremendi, inabitati,
Se non da spirti, ed uom mortal giammai
Non li varcò. - Le vie di Dio son molte,
Più assai di quelle del mortal, risposi;
E Dio mi manda. - E Dio ti scorga, ei disse:
Indi, tra i pani che teneva in serbo,
Tanti pigliò di quanti un pellegrino
Puote andar carco; e, in rude sacco avvolti
Ne gravò le mie spalle: il guiderdone
Io gli pregai dal cielo, e in via mi posi.
Giunsi in capo alla valle, un giogo ascesi,
E in Dio fidando, lo varcai. Qui nulla
Traccia d’uomo apparia; solo foreste
D’intatti abeti, ignoti fiumi, e valli
Senza sentier: tutto tacea; null’altro
Che i miei passi io sentiva, e ad ora ad ora
Lo scrosciar dei torrenti, o l’improvviso
Stridir del falco, o l’acquila, dall’erto
Nido spiccata sul mattin, rombando
Passar sovra il mio capo, o, sul meriggio,
Tocchi dal sole, crepitar del pino
Silvestre i coni. Andai così tre giorni;
E sotto l’alte piante, o ne’ burroni
Posai tre notti. Era mia guida il sole;
Io sorgeva con esso, e il suo viaggio
Seguia, rivolto al suo tramonto. Incerto
Pur del cammino io gìa, di valle in valle
Trapassando mai sempre; o se talvolta
D’accessibil pendio sorgermi innanzi
Vedeva un giogo, e n’attingea la cima,
Altre più eccelse cime, innanzi, intorno

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Sovrastavanmi ancora; altre, di neve
Da sommo ad imo biancheggianti, e quasi
Ripidi, acuti padiglioni, al suolo
Confitti; altre ferrigne, erette a guisa
Di mura insuperabili. - Cadeva
Il terzo sol quando un gran monte io scersi,
Che sovra gli altri ergea la fronte, ed era
Tutto una verde china, e la sua vetta
Coronata di piante. A quella parte
Tosto il passo io rivolsi. - Era la costa
Oriental di questo monte istesso,
A cui, di contro al sol cadente, il tuo
Campo s’appoggia, o sire. - In su le falde
Mi colsero le tenebre: le secche
Lubriche spoglie degli abeti, ond’era
Il suol gremito, mi fur letto, e sponda
Gli antichissimi tronchi. Una ridente
Speranza, all’alba, risvegliommi; e pieno
Di novello vigor la costa ascesi.
Appena il sommo ne toccai, l’orecchio
Mi percosse un ronzio che di lontano
Parea venir, cupo, incessante; io stetti,
Ed immoto ascoltai. Non eran l’acque
Rotte fra i sassi in giù; non era il vento
Che investia le foreste, e, sibilando,
D’una in altra scorrea, ma veramente
Un rumor di viventi, un indistinto
Suon di favelle e d’opre e di pedate
Brulicanti da lungi, un agitarsi
D’uomini immenso. Il cuor balzommi; e il passo
Accelerai. Su questa, o re, che a noi
Sembra di qui lunga ed acuta cima
Fendere il ciel, quasi affilata scure,
Giace un’ampia pianura, e d’erbe è folta,
Non mai calcate in pria. Presi di quella
Il più breve tragitto: ad ogni istante
Si fea il rumor più presso: divorai
L’estrema via: giunsi sull’orlo: il guardo
Lanciai giù nella valle, e vidi... oh! vidi
Le tende d’Israello, i sospirati
Padiglion di Giacobbe: al suol prostrato,
Dio ringraziai, li benedissi, e scesi.

                        carlo.
Empio colui che non vorrà la destra
Qui riconoscer dell’Eccelso!

                        pietro.
                                    E quanto
Più manifesta apparirà nell’opra,
A cui l’Eccelso ti destina!

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                        carlo.
                                 Ed io
La compirò.
                       (a MARTINO)
                   Pensa, o Latino, e certa
Sia la risposta: a cavalieri il passo
Dar può la via che percorresti?

                       martino.
                                          Il puote.
E a che l’avrebbe preparata il cielo?
Per chi, signor? perché un mortale oscuro
Al re de’ Franchi narrator venisse
D’inutile portento?

                        carlo.
                        Oggi a riposo
Nella mia tenda rimarrai: sull’alba,
Ad un’eletta di guerrier tu scorta
Per quella via sarai. - Pensa, o valente,
Che il fior di Francia alla tua scorta affido.

                       martino.
Con lor sarò: di mie promesse pegno
Il mio capo ti fia.

                        carlo.
                        Se di quest’alpe
Mi sferro alfine, e vincitore al santo
Avel di Piero, al desiato amplesso
Del gran padre Adrian giunger m’è dato,
Se grazia alcuna al suo cospetto un mio
Prego aver può, le pastorali bende
Circonderan quel capo; e faran fede
In quanto onor Carlo lo tenga. - Arvino!
                    (entra ARVINO)
I Conti e i Sacerdoti
               (al LEGATO e a MARTINO)
                            E voi, le mani
Alzate al Ciel; le grazie a lui rendute
Preghiera sian che favor novo impetri.
             (partono il LEGATO e MARTINO)