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Adelchi (1922)/Appendice

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Appendice - Il primo getto dell'Adelchi
◄ Atto V

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APPENDICE


IL PRIMO GETTO DELL’“ADELCHI„


Tra i manoscritti del Manzoni, l’Adelchi rimane in tre forme: le prime due di carattere del poeta, e l’una è copia ricorretta dell’altra. La terza, di altra mano, è quella preparata per la stempa. Porta, sotto il titolo, il visto della Censura, «Milano, il 2 maggio 1822».

La prima forma ha segnate via via le date della composizione: sul primo foglio, 9 settembre 1820; dopo la scena 5ª dell’atto I, 4 gennaio; in testa dell’atto III, 2 giugno; dell’atto IV, 3 luglio, e in fine di esso, 17 luglio; in principio dell’atto V, 2 agosto, da ultimo, 21 settembre 1821. Contiene il primissimo getto; e metto conto riferirne i brani più notevoli. Seguiremo, fin dove sarà possibile, il Bonghi (Opere inedite o rare di A. M.; vol. I, 1883), correggendone le sviste, nè poche nè di poco momento.

Atto I, sc. 2ª.

desiderio.
               .     .     .     .     Dimenticasti
Che ogni nostro travaglio è gioja a questa
Italica genìa, che diradata
Dagli avi nostri, che divisa in branchi,
Noverata col brando, al suol ricurva,
Che d’arme ignuda, che di capi scema,
Ancor, dopo due secoli, siccome
Il primo giorno, odia, sopporta e spera.
.     .     .     .     .     .     .     .     .     .     .     .     .     .     
adelchi.
                              Ma in forse, o Padre,
Della risposta d’Adrian tu stai?

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Di lui che, stretto di cotanti nodi
A questo Carlo, ecc.
.     .     .     .     .     .     .     .     .     .     .     .     .     .     
desiderio.
.     .     .     .     .      Questi i consigli sono
Del mio figliuolo Adelchi? — Istrutti noi,
Non discorati dall’altrui sventura,
In più felici dì, la tronca impresa
D’Astolfo adempirem. Non più sguernite
Siccome allor, le Alpine valli aperto
Al tornato invasor prestano il letto,
Ma di bastite di guerrier le sbarra
Impenetrabil argine. Si scote,
Di sotto al piè del Franco, il conculcato
Sassone e sorge, e, del tributo invece,
La punta della spada gli presenta.
Assai fia questo ad occuparli. Esclami
A sua posta Adrian; nemmen la gioja
Oli sia concessa di mirar la faccia
D’esti alleati.
adelchi.
                              Ah! gli alleati suoi
Son da per tutto, oltre i due mari e l’alpe,
Intorno ad esso, intorno a noi. Le mani
Ei leva al cielo, e mille mani al cielo
Son levate in un punto: il suo desio
Diviene il prego delle genti. Ei parla,
E la terra risponde.
desiderio.
                                                  Ebben, la terra
Quei Romani pastor forse non vide
Alla Gotica possa ed alla Greca
Obbedire, e tacer? Si mosse allora
Per sottrarli a tal giogo? Il santo seggio
Di Pier, le chiavi a lor da Dio fidate:

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Questa è la forza lor; ma ciò che vale
Il dì della battaglia? Il mondo, o figlio,
È della spada.
adelchi.
                              I Goti! i Greci! o padre,
Ove son essi mai? Su questo suolo
Sparso del sangue lor, vinto.... [1]
lo li ricerco; uno è sparito, e l’altro
Dalla mano allentata a poco a poco
Lascia sfuggir la preda, e senza guerra,
Senza compianto e senza gloria, spira.
E testimonio della lor caduta,
Non ozioso testimon, d’entrambi
Le spoglie afferra il sacerdote, e saldo
Di lor ruine si compone il soglio[2].
Tutto ei non tragge il suo vigor dal Cielo:
Un’altra forza, una secreta forza,
Da quella terra che gli è madre, attigue.
Figlio di Roma, ei non comanda a' vinti:
A’ suoi fratelli antichi, a quelli, ond’ebbe
Ogni poter, comanda. È sovra gli altri,
E non opprime; ei degli oppressi il muto
Dolor raccoglie, e il raccomanda al Cielo.
Egli il pastore, il difensor di questa
Antica razza, onde vittoria avemmo
Ma non mai pace; in mezzo a cui padroni
Ma stranieri viviam. Noi, vincitori,
Chiudere il duol dobbiamo e divorarlo
Nel cor profondo, e, come schiavi, il volto
Atteggiar di letizia e di fidanza;
Ed ei la gioja ed il dolor del paro,
La speme ostenta ed i terrori: e quando
Più d’oltraggi è gravato, e di minacce
Sul nudo capo suo pesa l’oltraggio,

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Allor più aperto il mostra. Ei sa che, in tutti
Gl’itali cor, pietà, rispetto accende,
E desio di vendetta. E steril mai
D’un popolo il desio non è del tutto.
E della prova il dì, quando ogni cosa
Scampo o periglio li divien, chi puote
Senz’affanno pensar che d’ogni parte
Cinto è di gente che il vorria perduto?

Questa seconda scena era resa assai più lunga che non è ora, anche pel fatto che Adelchi ragionava a lungo la proposta di acquistare amici, liberando i Romani; la qual proposta ora è solo accennata in fino.

desiderio.
Ebben, qual via, fra tanti rischi, hai scorta?
adelchi.
Una intentata, una che forse al sommo
Della possa ci mena, e a gloria eterna
Fallir non puote.
desiderio.
                                   Ed è?
adelchi.
                                             Quella che mai
L’Erulo e il Goto non calcò, nè il Greco,
Nè alcun di lor, che, pria di noi, in questo
Suol regnaro e perir. Vedili, o Padre,
Assalirlo a vicenda, insanguinarlo,
Possederlo e sparir; l’italo cielo
Ratto coprir come procella estiva,
E sgombrarlo del par: tutti all’acquisto
Gagliardi, e imbelli alla difesa, tutti.
Noi successor d’esti caduti, il piede
Terrem nell’omne lor? Dagli anni miei
Non misurar le mie parole. Aperta
È un’altra via di scampo; osiam d’entrarvi
Noi primi, osiamo d’esser giusti,....
E saremo invincibili. Un’infausta,

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Immensa forza è presso noi, soltanto
Che vogliam farla nostra; e in sen di questa
Terra antica s’asconde. Aprila, e tosto
Scaturir la vedrai da questo suolo;
Che facil preda era finor, che sempre
Sarà fin che duo popoli nutrica
E non è patria di nessun, fintanto
Che di fratei non sia convento, ed ogni
Uom che il calpesta un difensor non sia.
Oh! tuttavolta che dell’Alpi al sommo
Un nemico s’affaccia, ansj e desiosi
Noi domandiam: quanti son essi? e i nostri
Vessilli in fretta noveriam, tremando
Che gli uomini all’impresa, e alla virtude
Manchin le forze. Gli uomini! oh a stormo
Gli abbiam dintorno a noi. Questi che al solco,
Ad ogni ovra servii curvi teniamo,
Chi sono? i figli di color che al mondo
Dieder la legge un dì. Gregge di schiavi,
Spesso tremendo, inutil sempre, in fido
Stuol rinascente di guerrier devoti
Trasmutarli, sta in noi. Togliamo i ceppi
Da quelle mani, e rendiam loro i brandi.
Siamo i lor capi, o padre. Ardua è l’impresa,
Sì, ma d’onor, ma di salute è piena,
E di pietà. Dell’itala fortuna
Le sparse verghe raccogliam da terra,
11 fascio antico in nostra man stringiamo:
Dei vincitori e de’ soggetti un solo
Popol facciamo, una la legge, ed una
Sia la patria per tutti, uno il desio,
L’obbedienza, ed il periglio.

E dopo molti altri versi, ridondanti di varianti c di cancellature, nei quali Adelchi continua a manifestare il suo animo e l’ardore della sua convinzione, seguono questi:

Chiuse in Italia ci saran quai porte?
Di Roma i figli al redentor vessillo

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Si stringeran volenterosi intorno.
Essi che, scosso il greco giogo, e in forse
Di lor novella libertade, un capo
Van dimandando, un capo: e poi che altronde
Sperar noi ponno, dall’altar l’han preso:
Con che pietà, con che ostinata fede,
Te seguiran, s’esser lo vuoi, te nato
In campo, o padre, alla vittoria avvezzo!
E riverito e non tremendo, il Sommo
Pastor, dal dì che questo suol più schiavi
Da ribellar non abbia, nè tiranni
Da maledir, tratto l’usbergo, ai santi
Studj tornar dovrà: re delle preci,
Signor del tempio, a chi guardar lo sappia
Il Campidoglio sgombrerà. Concorde
Qual era un dì l’itala terra ancora,
Divorerà gli assalitori; e noi
Vi porrem le radici, e ne saremo
Gridati i padri, i salvatori; e nostra
Dirla potrem davvero.
desiderio.
                                                  Oh qual tempesta
Sollevi tu nel mio pensier! Su questo
Ripido, oscuro, arduo sentier tu dunque
Non temeresti di gittarti?... Io mai
Del tuo valor dubbio non ebbi: un prode,
Più che un prode tu sei. Sì, figlio! Un alto
Disegno è il tuo; non ch’io l’abbracci; il fato
Cangiar del mondo, no, di due mortali
Opra non è: solo il tentarlo è morte.
Troppo da quel che in tuo pensier ti fingi
Diverso il guiderdon saria. La belva,
Amareggiata dai tormenti e stretta
In catene, alla man che la discioglie
Il primo morso avventa .     .     .     .     
.     .     .     .     .     .     .     .     .     O tristo o lieto,
Giusto o non giusto, a tutti noi segnato

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Troppo chiaro è il destin: l’impero a noi,
Ai soggetti il terror, l’odio ad entrambi.
.     .     .     .     .     .     .     .     .     .     .     .     .     .     
.     .     .     .     .     .     .     .     .      E poi, coll’onta
D’aver ceduto anco a’ Romani il campo,
Dì che farai?
adelchi.
                              Nulla, o Signor, fintanto
che null’altro stromento all’opra avremo
Che una gente divisa. Il core, o padre,
Basta a morir, ma la vittoria e il regno
È pel felice che ai concordi impera.
Oh quante volte invidiai codesto
Carlo che abborro! Ei sovra un popol regna
D’un sol voler, saldo, gittato in uno
Siccome il ferro del suo brando, e in pugno
Come il brando lo tiene. Odio l’aurora
Che annunzia il dì delle battaglie: è peso
L’asta alla man; se nel pugnar guardarmi
Deggio dall’uom che mi combatte a fianco.
desiderio.
.     .     .     .     .     .     .     .     Ah non temer: devoti
Gli avjem quel dì che a certa o facil pieda
Li condurrem. Carlo è lontano; ed altro
A cor gli sta che il Pastor Santo e il suo
Gregge tremante, che servir non vuole
E che pugnar non sa[3]. Si scote alfine,
Di sotto al piè del Franco, il conculcato
Sassone e sorge, e, del tributo invece,
La punta della spada gli presenta.
Assai fia questo ad occuparli. A Roma
Venner con noi questi sleali; e fidi
Gli avrem quel dì che a certa e facil pieda

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Li condurrem[4]. Per chi trionfa e regna,
Per chi dona, è l’amor; quegli è tradito
Che dee perir: tutto è leale al forte.
adelchi.
Padre! .     .     .     .     .     .     .     .     .     
.     .     .     .     .     .     .     .     .     .     .     

Atto II, sc. 3a (che nel primo disegno era 4a).

carlo.
.     .     .     .     .     .     .     .      e faran fede
In quanto onor Carlo lo tenga.
martino.
                                                            Oh! Roma
Libera da dal minacciar di questa
Sozza iniqua genia, cangiato almeno
E alleggerito all’altra Italia il giogo
Sia per tua man, se non è giunto il giorno,
Se l’uom nato non è che affatto il tolga;
Ecco il mio premio, o re.
carlo.
                                                  Libera, il giuro,
Fia Roma; al dono, che il mio padre ha posto
Sopra l’altar, la spada mia non mai
S’accosterà che per salvarlo: e mite
Sovra l’Italia che il Signor mi dona,
L’impero fia dei miei fedeli, e il mio.
Di più nè Carlo, nè mortal nessuno,
Darle potria. L’uom che non cinge un brando,
Che non sale un destriero, è della terra,

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E la terra è di lui che vi conlicca
L’asta sua vincitrice. Ai miei compagni
Senza cui nulla che un guerrier son io,
Delle fatiche il premio e dei perigli
Tôr non poss’io: del vincitore è il vinto.
Altre stirpi al servir destina il ciclo,
Altre al comando; e la vittoria è il segno
Che lo discerne, Cittadin di Roma,
Vassallo d’Adrian, tu che obbedisci
Ad un Signor dalla tua gente eletto,
Tu sei libero, e il merti: il ciel, che un’alma
Libera dietti e un cor dei rischi amico,
Tal sorte ti dovea: godila, e lascia
Cho un popolo guerriero a quei comandi
Che più un popol non sono.

Atto III, sc. 1a.

adelchi.
Siam soli, alfin, diletto Anfrido; io posso
Questo superbo intollerabil giogo
Di finta gioja o di dolor compresso,
Da me cacciarlo alcun momento, e teco
Essere Adelchi. Da quel dì che il padre
Me fanciullo di nobili fanciulli
In lieto coro addusse, ed io ti scersi,
E ti presi per mano, e dalla folla
Senza dubbiar ti trassi, e con te solo
Divider volli il pueril trastullo
(Era l’età di cui sì rado e incerte
Vivono lo memorie, eppur quel giorno,
Come l’estremo che passò, m’è sempre
Chiaro dinanzi), da quel dì tu fosti
Dei giuochi miei, dell'armi poi, dei rischi
Solo compagno, e dei piacer. Fratello
Della mia scelta, innanzi a te soltanto

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L’anima mia torna sul volto, e tutto
Il suo dolor vi porta, onde tu il veggia,
E lo consoli, o lo compianga almeno.
anfrido.
Dolce Signor, dunque è ben ver che intera
Gioja quaggiù non havvi! Oh! se ad eletta
D’ogni uom fosse il destin, qual e colui
Che or non chiedesse il tuo? Spenta una tanta
Guerra sul cominciar, respinta come
Cupa tempesta che dal monte appare
Tonando, e un vento la ricalca indietro
Pria che sul ciel si stenda; e tu sei quello
Che soffiasti sul Franco e lo sperdesti[5].
Tutto il campo il confessa, il tuo gran padre
D’esserlo esulta, ogni Fedel gioisce
Dell’alta gloria che con te divide.
Che più? quei vili, che dannar sè stessi
A non amarti, hanno a temerti appreso
Or più che mai.
adelchi.
                              La gloria, Anfrido! il mio
Destino è d’agognarla, e di morire
Senza gustarla. Il nome mio del tutto
Non perirà, pur troppo: è questo il tristo
Privilegio dei re; nudo o confuso
Coi volgari vivrà: l’età venture
Di me sapranno ch’io fui re. No: questa
Non è ancor gloria, Anfrido. Or dǐ, che abbiamo
Fatto finor? Carlo ha levato il campo,
E fuggito, se vuoi; ma baldo ei parte,
Impunito, securo, ed io tremendo
Qui mi rimango: al nappo inebbriante
Della vittoria avvicinato ho il labbro,
E il ritrarlo m’è forza. Ei parte il vile

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Offesor d’Ermengarda, ei che giurava
Di spegner la mia casa; ed io non posso
Spingergli addosso il mio destrier, tenerlo,
Dibattermi con esso, e riposarmi
Sull’armi sue! Quanti sarieno i fidi,
Pronti a morir, che seguirian l’insegna
Anco vittrice del lor re? Contarli
Possiamo, Anfrido: oh prodi ci son; ma sono
Uno tra dieci traditor, venduti
Allo straniero, e a lui giurati, e in core
Suoi vassalli.
anfrido.
                              Oh dolor!
adelchi.
                                                  Tu che al mio fianco
Pugnasti, il sai. L’alto valor dei pochi,
Che in ogni impresa io mi scegliea compagni,
Con queste mura, questa volta, in queste
Rocche della natura, alla salvezza
Potè bastar d’un regno; in campo aperto.
Solo coi pochi, abbandonato al Franco
M’avrieno i più.
anfrido.
                                   Ma il ciel nol volle; ed ora,
Or che svanito è il nostro rischio, e l’empia
Speranza loro, altro a costor non resta
Ch’esser fidi, o parerlo, e coi servigi
Scontare un van desio.
adelchi.
                                                  Tu li vedesti
Intorno a me spingersi a gara, in volto
Tutti letizia, e fedeltà. Qual sorte
Esser re di costor! Che faticoso
Cambio d’ossequio e di gradir mentito!

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Torni la piova, e torneran festosi
Al tradimento. Entrato è il tradimento
Nell’alme lor por sempre. Altri, di Rachi
Fautori un tempo, nè amistà sincera,
Nè intero obblio speran dal re, che a loro
Malgrado il son. Senza misura ingordi
Di possa altri e d’onor, guardan fremendo
Ciò che ai migliori è dato; e ciò che ad essi
Con misura si dà, stimano offesa
E ricevono odiando: e l’odio ormai
È la lor vita. E correranno in braccio
A un re straniero, ad un nemico, a questo
Carlo astuto, ad ognun, purchè non sia
Desiderio nè Adelchi. I fidi allora
Non potran che morire. Ed ora il padre
Torna ai disegni antichi, e nella fuga
Troppo fidando del nemico, incontro
L’apostolico sire il campo ei vuole
Portar. Qual guerra, e qual nemico, Anfrido!
A me il comando dell’impresa il padre
Affiderà. Poni che, al novo grido
Del conquiso Adrian, Carlo non torni,
E in altro campo non ci colga. Il poco
Sforzo di Toschi e di Campani, e gli altri
Miseri avanzi del poter Latino
Che il pontefice aduna, e a cui dal tempio,
Sedendo, orando, colla man comanda
Di ferro ignuda, svaniranno incontro
Tutta Longobardia, guidata, ardente,
Concorde, anche fedele, allor che a certa
E facil preda la conduci. Il voto
Di età tante fia pago, e Italia intera
Nostra sarà. Dì, non è questo il mio
Avvenir più ridente? Ebben ruine
Sopra ruine ammucchierem: l’antica
Nostr’arte è questa; nei palagi il foco
Porremo e nei tugurj. Uccisi i primi,
I signori del suolo, e quanti a caso

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Nell’asce nostre ad inciampar verranno,
Fia servo il resto, e fra costor diviso:
E ai più sleali e più temuti, il meglio
Toccherà della preda. — Oh mi parea,
Pur mi parea che ad altro io fossi nato,
Chà ad esser capo di ladron; che il cielo
Su questa torra altro da me volesse
Che, senza rischio e senza onor, guastarla!
— Oh quante volte invidiai cotesto
Carlo che abborro! Ei sovra un popol regna
D’un sol pensier, saldo, gittato in uno
Siccome il ferro del suo brando, e in pugno
Come il brando lo tiensi[6]: egli a difesa
Del debole e dei santo almen venia!
Il mio cor m’ange, Anfrido: ei mi comanda
Alte e nobili cose; e guardo, e nulla
Veggio che al voto del mio cor sia pari,
E alla mia possa a un tempo. E strascinato
Vo per la via ch’io non mi scelsi, oscura,
Senza meta; e il mio cor s’inaridisce,
Siccome il germe in rio terren, che il vento
Balza di loco in loco.
anfrido.
                                             Alto infelice![7]
.     .     .     .     .     .     .     .     .     .     .     .     

In un altro abbozzo, questa scena era tutt'altro. — Essa è nella tenda d’Arderigo, un Longobardo, e vi hanno parte lui, Faraldo, Guntigi, Ildechi, Leuteri ed altri Duchi, sgomenti della partenza di Carlo con cui s'erano accordati. Ma la lor conversazione va poco oltre; il Manzoni la interrompe e la cancella, e ricomincia la scena, secondo è rimasta. In questa, non appare già in tutto sicura la partenza dei Franchi, ma preparasi; e se parecchie parti del primo getto son ritenute, Adelchi vi appare non diverso, ma più concreto». (Bonghi).

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Atto V, sc. 1a.

La scena è la sala del Palazzo Reale in Pavia: e le persone: Desiderio, Adelchi, Guntigi. — 11 Manzoni cancellò poi tutto, e scrisse in calce all’ultima pagina: «Scartar tutto, e rifar l’atto in modo più conforme alla storia».

adelchi.
No, mio Guntigi; senza te non debbe
Deliberarsi questo affar: rimani.
guntigi.
O re, concedi che al mio posto io torni.
Tutto che fia qui statuito, io tosto,
Presenta o assente, eseguirò.
adelchi.
                                                       Guntigi,
Caro io t’ebbi mai sempre; ed or tel dico
Perchè nei giorni di splendor tel dissi,
Nè vo’ che nuovi affetti, o più cortese
Parlar, m’insegni la sventura. Io t’ebbi
Caro mai sempre; ma dal dì che tutto,
Noi seguendo, perdesti, o, come spero,
Tutto per un momento, in preda a quello
Ch’io dir non voglio vincitor, lasciasti,
Tu mi sei sacro da quel dì. Supremo
È il momento, o Guntigi: in sull’angusto
Limite, che la morte dalla vita
Parte, la somma delle cose è posta.
Ed il consiglio, che a salvarla io reco.
Importa a te non men che ai regi: e cessi
Il Ciel, quand’anche senza rischio io il possa,
Ch’io mai di te senza di te decida.
Quel che a te dico, a questi prodi il dico.
(guntigi siede con gli altri).

[p. 133 modifica]

desiderio.
Fedeli, o voi degni del nome, udite
Ciò che Adelchi propon. Nei detti suoi
È la vita: il credete ad un che tardi
È saggio, e il sangue del suo cor daria
Per non averli un dì negletti.
adelchi.
                                                            Amici.
Un fin s’appressa, un grande’ evento omai
Sovrasta inevitabile: o subirlo
Qual ch’ei pur sia, qual ch’ei pur venga, o farlo;
Questa è la scelta che ci resta. E tanti
Giorni di stento terminar dovranno
A un giorno di vergogna? e fia che il campo
Resti alla frode e alla viltà, giurate
Contro la fede ed il valor? nè questa
Dura, viril costanza avrà giovato
Fuor che a perir più lentamente? e tutto,
Tutto, in un pnuto perirà: la sede
Del regno, e regno, e gloria, e quella ancora
Che a voi per queste disperate estreme
Prove si dà? Chè il mondo oblia le prove
A cui l’evento non risponde, e cerca
L’aspetto sol del vincitore, e sempre
Cerca la tomba di colui che vinse....
No, no: siamo all’estremo, è ver; ma spesso,
Solo al confine del perir, si schiude
Il sentier che diverge alla salute.
E allor che nulla dai consigli usati
Si spera, esausti indarno, e tutti, appare
L’inaudito che salva. I padri nostri
Ne fêr la prova in un gran punto, al tempo
Ch’erranti ancor, popolo armato, un suolo
Ivan cercando ove configger l’aste
Vincitrici, e regnar. Certo, vi debbe
Risovvenir che, in lieti giorni, spesso

[p. 134 modifica]

Ai banchetti del padre il sapiente
Varnefrido il narrava. A terre ignote
Quei securi veniano, ed a nomici
Di cui la possa non sapean nè il nome,
Uno abbattuto o dissipato, un altro
Su lor via si poneva: ei lo sgombravano,
E proseguian. Giunti in Mauringa alfine.
Estenuati di vittorie - e un passo
Nè quinci dar non si potea nò quindi.
Senza vincere ancor, — fêr sosta, e in tristo
Parlamento s’uniro. Un saggio ardito
Sorse in mezzo, e parlò: «Donde il periglio?
«Donde il timor? dall’esser pochi? Ebbene
«Cresciamo: è in noi. Vólgo di servi, a noi
«Pari in vigor, maggior di folla, dietro
«Ci trasciniam, peso e periglio: a tutti
«Diam franchigia; le frecce in quelle mani
«Poniam, nomiamli combattenti, il nome
«Fa l’uom». Gloria a colui che l’alto avviso
Schiuse, alla gente che il credette, e n’ebbe
Tre secoli di vita: e più. se in noi
Non la lasciam finir, se a quel degli avi
Il nostro cor, come il periglio, è pari.
Sì, quel ch’ei disse, io dico a voi: — Siam pochi;
Il tradimento ed il valor ci han scemi
Del par. Bella, ma breve è la tenzone
Del valor contro il numero. Cresciamo:
Come i padri, il possiam. Questi Romani,
Che stanno inerti e malvolenti il nostro
Sterminio ad aspettar, sotto le insegne
Chiamiam, nomiamli combattenti: il furo;
Il saranno. In Pavia quante abbiam noi
Vuote armature, e petti inermi! In opra
Poniamo entrambi, e n’usciran guerrieri.
Sì, Longobardi, io il credo: ancor si puote
Rivolgere il destin, dal nostro capo
Il periglio gittar sovra colui
Che ne stringe, evocar da questa avversa

[p. 135 modifica]

Terra che ci abbandona, a mille a mille,
Nemici a Carlo, amici a noi. Si gridi
Una logge, e sia questa: — Ogni Romano.
Che in nostro ajuto sorgerà, divenga
Come un di noi: sia suo; libero segga
Nel suo terren, nudra un cavallo, assista
i consigli del popolo. — Fratelli!
Lo scampo è qui donde processe il danno.
Perchè, non c’inganniam, l’odio che a noi
Portan questi Latini, unica e cara
Eredità dei padri loro, a Carlo
Spianò le vie. La terra ov’ei ci assalse,
Gli era alleata da gran tempo: e il core
S’addoppia all’uom che in fido suol combatte.
Certo, oh vergogna! non mancâr fra i nostri
I traditor; sì, ma non è tradito
Se non colui che, disarmato, infermo,
Presta un fianco al pugnal; quegli è tradito
Che dee perir: tutto è leale al forte.
Ma badate, o compagni: il suo vantaggio
Carlo gettò, lasciollo a noi, se noi
Core abbiam di pigliarlo. Ei della nostra
Gente la feccia, i traditori, accolse,
Gli chiamò suoi Fedeli, e nell’antico
Poter gli raffermò: così la vana.
Incerta speme del Latin, derise,
Che non sentì da quella mano il giogo
Alleggerito, anzi nè pur mutato.
Quindi l’amor cessò. Che fia se quello
Che invan da lui sperossi, e più, da noi
Si promette e si dà? L’odio è per lui,
La speranza è per noi: sospetto a Carlo
Ogni Latin diventa: ei dee guardarsi
Per ogni parte. Le città, che i fidi
Tengono ancora, apron le porte ad ogni
Latin che aspira al nobil premio: a noi
Crescon le forze, a dissipar le sue
Carlo è costretto. E se Pavia non puote

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adelchi.
Regger più a lungo, se di qui respinto
Non è il Franco da noi, securi almeno
Potrem di mano uscirgli. Ovunque andiamo,
Sempre amici troviam; viva, inestinta
Vien la guerra con noi. Si vive: il nostro
Fido alleato è il tempo: a noi rapirlo
Carlo s’affanna, perchè il teme. Egli arde
Di terminar: mentre ei minaccia un regno,
Chi guarda il suo? senza nemici è forse?
E d’offesa bramosi e di vendetta,
(ili stan da un lato il Sassone, dall’altra
Il Saracino, e l’Aquitan nel seno:
Sorga un di questi, e noi siam salvi. Ad una
Voce gridiam la legge....
guntigi. (s’alza precipitosamente )
                                                  O regi, il sangue,
il riposo, l’aver, ciò che da noi
Dar si potea, si diè: quel che or ci chiedi....
adelchi.
Ebben?
guntigi.
               Nostro non è: l’onore e il dritto.
Non pur di noi, ma d’una gente, è questo.
Noi di serbarlo abbiam l’incarco i primi;
Di gettarlo, nessun. Carlo, il nemico
Di questa gente, nol tentò. S’accorse
Ei che men dura e temeraria impresa
Saria spegnere un popolo, che farlo
Discender tutto in una volta. E ai fidi,
Che già tanto soffrir, noi proporremo
Ciò che a’ trasfughi Carlo....?
vermondo.
                                                       È un suo creato
Che parla qui? L’empia sua mente al certo
Mi suona in questi detti. E l’afforzarsi

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Dunque il chiami discendere? Non sai
Che il primo dritto è non perir? Tu parli
D’onor, siccome qui contesa or fosse
Di chi preceda in una festa. Oh! schivo
Davver sei tu! Quel che già parve agli avi
Senno, è disnor per te; ma, dall’inganno
Più che dall’arme affranti, il regno in mano
Al nemico lasciar, questo fia dritto
E onor!
guntici.
                    Ben festi tu, che re non sei,
Di favellar così. Qual ti s’addice,
E non temprata da rispetti, intera
La risposta sarà. Sappi che, pria
Che ad un Romano io di fratello il nome
Dia, ch’io gli segga in parlamento al fianco,
Scelgo morir per la sua man. Non sai
Che Longobardo io nacqui? E se t’avvisi
Che solo io il sia, guardati intorno, s’altre
Guance non vedi, ove un rossor di sdegno
Questa proposta fe’ salir.
adelchi.
                                                  Guntigi,
Frustrar con ciance un gran disegno, il puote
L’ultimo dei mortali: ella è una trista
Parte; e l’hai scelta. Ma non basta: all’orlo
Della ruina, un che s’oppone ai mezzi
Della salute, e nulla reca, e intero
Lascia il periglio, ò un traditor; la morte
Ei dello Stato agogna.
guntigi.
                                        I re, compagni,
Vuol che io proponga, e lo farò: m’intenda
Cui tocca. Ai figli tramandar l’impero

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Di questa vinta terra, o della vinta
Razza che la ricopre, uno, supremo,
Qual dai padri a noi venne, è questo il fine
D’ogni leal, d’ogn’uomo a cui le vene
Corrono sangue longobardo: è questa
La pubblica salute; a questa opporsi
Tradimento saria. Tutto che ad essa
Conduca, io tutto, e non io solo, approvo.
Se v’ha chi puote, ogni privato affetto
Dimenticando, ogni util suo mettendo
Dietro le spalle, procurarla, e tôrne
Gl’impedimenti, ei, so la patria pone
Dinanzi a sè, e d’alto cor si sente,
Vi si risolva.
desiderio.
                                        Chi ti fe’, Guntigi,
Duca d’Ivrea?
guntigi.
                                   Tu, re, perch’io su quella
Terra, quant’era in me, serbassi eterna
La signoria del popol nostro; come
Io re t’elessi, e t’anteposi all’alto
Emulo tuo, perchè tu fossi il primo
Tutor dei nostri dritti: e il nostro antico
Regno tenessi a quell’altezza almeno
Ove il trovasti.
adelchi.
                                   Astuto ardimentoso,
Taci: il tuo re non lo comanda, il figlio
Di Desiderio il vuol. Tu speri, il veggio.
Farci obbliar perchè siam qui: tu temi
Che un partito si pigli; ed a stornarlo,
Più certa via, come più vil, non v’era
Che oltraggiar quest’antico, innanzi a cui
Qui, dappertutto, e sempre, il guardo a terra

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Io tener ti farò. Ma infruttuösa
Ancor quest’arte ti sarà: non voglio
La tua risposta. — A voi favello, o prodi.

Atto V, sc. 7a.

carlo.
    ’Ebben, tu il vedi:
Iddio percote il tuo figliuol, non io.
La vita io gli lasciava, e gliela toglie
Un più forte di noi.
desiderio.
                                             Come pesante
Sei tu discesa sul mio capo antico.
Mano di Dio! Mia sola gloria, Adelchi,
Sola dolcezza mia, cui vivo io mai
Dir non potea: tutto è perduto!, oh quanto
Sospirai di vederti; e in quale aspetto
Dinanzi or mi verrai! Tu, quel sì bello
E terribile Adelchi! Io questo giorno
Ti preparai, sordo ai tuoi detti; e Dio
Parlava in te! Cieco amator, per farti
Più bello il regno, io ti scavai la tomba!
Io cominciai la tua rovina; il cielo
A compir diella ad una man, creata
Certo a punir. Se ancora....

Questi versi, ritentati nel manoscritto più volte, si leggono ancora così:

                                                  Come pesante
Sei tu discesa sul mio capo antico,
Mano di Dio! Così mi rendi il figlio!
Figlio, mia sola gloria, io qui mi struggo
E tremo di vederti. E fra i perigli,
Fra i tradimenti e l’abbandono, a questo

[p. 140 modifica]

Son io dunque vissuto? io che dovea
Esser pianto da te! Misero! ed io
Ti trassi a ciò: cieco amator, per farti
Più bello il soglio, io ti scavai la tomba!
Se ancor fra il canto dei guerrier caduto
Fossi in un giorno di vittoria! o chiusi
.     .     .     .     .     .     .     .     .     .     .     .     .     .     


La tragedia terminava:

adelchi.
.     .     .     .     .     .      l’anima stanca
Accogli.
desiderio.
                    Oh Dio! che non mi pigli teco?...

colla variante, scritta sotto:

                                        perchè mi lasci in terra?

e poi: «Si abbandoni presso il corpo del figlio agonizzante; Carlo parte; cade il sipario. 21 settembre 1821».

Coro dell'Atto IV.

Vi è segnata, in principio, la data «13 dicembre 1821»; in fine «11 gennaio 1822».

«V’appare», scrive il Bonghi, «in due strofe un processo di creazione poetica, che in Manzoni non è frequente: quello di formare in prosa il pensiero che vuol verseggiare e che alla prima i versi non gli rendono; p. es., la terza strofa è venuta da prima scritta così:

Quel Dio che udì tuoi gemili,
(‘he il tuo dolor fc’ santo.
Dal travagliato spirito
Non lo forra fin tanto

[p. 141 modifica]

Che dal consunto [solubil] cenere
Non li rapisca in Sè.

«Il concetto, quantunque l'espressione ne bia tuttora imperfetta, non è men bello di quello che la quarta strofa esprime ora; ma questo è così accennato in margine: — “Il tuo destino quaggiù non era d'ottenere l’obblio, ma di chiederlo„: — e sotto, qualcuno dei versi che sono rimasti:

Sempre un obblìo di chiedere
Che ti saria negato
.     .     .     .     .      ascendere
Santa del tuo martir [dolor].

«Del pari, la strofa 18a: Te collocò...., ha ai lati espresso così il concetto che vi è verseggiato, ma pure non intero: — “La sventura ti ripone fra gli oppressi, ti fa concittadina dei vinti. Trapassa in pace. Nessuna imprecazione suonerà sul tuo sepolcro „.

«Le tre bellissime strofe 8, 9, 10 paiono uscite quasi di getto, soprattutto l'ultima; ma è a notare come, nell'ottava, il terzo c il quarto verso si leggono nel manoscritto così:

                                   e l’assiduo
Redir de’ veltri ansanti

Vuol dire ch’egli ha compiuto il terzo più tardi, nel modo che si legge ora: E lo sbandarsi e il rapido, e l’ha tenuto in mente, sino alla seconda copia. Così è accaduto di alcuni altri in questo Coro».


Coro dell'atto III.

V’è segnata, in principio, la data «15 gennaio 1822»; in fine, «19 gennaio 1822». — Le varianti sono notate, di solito, sopra o sotto del verso stesso.

Dagli atrj muscosi, dai Fori cadenti,
Dai boschi, dall’arse fucine stridenti,
Dai solchi bagnati di servo sudor.
Un popol[8] disperso repente si desta,

[p. 142 modifica]

Intonde l’orecchio, solleva la testa,
Percosso da novo crescente romor.

Dai guardi dubbiosi, dai pavidi volti,
Qual raggio di sole da nuvoli folti,
Traluce dei padri la fiera virtù:
Nei guardi, nei volti, confuso ed incerto,
Si mesce e discorda lo spregio[9] sofferto
Col livido orgoglio del regno che fu[10].

È il volgo gravato del nome latino,
Che un’empia vittoria sul suolo tien chino
Che gli empj trionfi degli avi portò[11];
È il volgo che inerte, qual gregge predato
Dall’Erulo avaro nel Goto spietato,
Nel Winilo errante dal Greco passò.

S’aduna voglioso, si sperde tremante;
Per torti sentieri, con passo vagante,
Fra tema e desire s’avanza e ristà.
E guata[12] e rimira, scorata e confusa,
Dei crudi signori la turba diffusa,
Che fugge dai brandi[13], che sosta non ha.

I fieri leoni, perduto il ruggito[14],
Col guardo inquieto, del daino inseguito
Le note latebre del covo cercar;
E intanto, deposta l’usata minaccia,
Le donne superbe[15], con pallida faccia,
I figli pensosi pensose guatar.

[p. 143 modifica]

E sopra i fuggenti[16], con avido brando,
Quai cani disciolti, correndo, frugando,
Da destra[17], da manca, guerrieri venir.
Li vede, e rapito d’ignoto contento,
Con l'agile speme precorre l'evento.
E sogna la fine del duro servir.

Udite! Quei forti che tengono il campo,
Che ai vostri tiranni precludon lo scampo,
Son giunti da lunge, per aspri sentier;
Troncaron le gioje dei prandj festosi.
Assursero in fretta dai dolci[18] riposi.
Chiamati repente da squillo guerrier.

Lasciàr nello sale del tetto natio
Lo donne accorate, tornanti all’addio,
A preghi e consigli che il pianto troncò:
Han carche le fronti dei gravi[19] cimieri,
Han poste le selle sui bruni corsieri.
Volarmi sul ponte[20] che cupo sonò.

A truppe[21], di terra passarono in terra,
Cantando giulive canzoni di guerra,
Ma i dolci castelli[22] pensando nel cor:
Per valli petrose[23], per balzi dirotti,
Vegliaron nell'arme le gelide notti,
Membrando i fidati colloquj d’amor.

Per greppi senz'orma lo corse affannose,
Gli oscuri perigli di stanze incresciose.
Il rigido impero, le fami duràr;
Si vider le lance calate sui petti,
Udiron per l'aure[24], rasente gli elmetti.
Le frecce pennute fischiando volar[25].

E il premio agli stenti sperato dai forti,
Sarebbe, o delusi, rivolger le sorti,

[p. 144 modifica]

Por fine ai lamenti d’un volgo stranier?
Se il petto dei Forti pungeva tal[26] cura,
Di tanto periglio[27], di tanta pressura,
Di tanto cammino non era mestier.

Son donni pur essi di lurida plebe,
Spogliata dell’armi[28], curvata alle glebe,
Densata nei chiusi di vinte città;
A frangere il giogo che i miseri aggrava,
Un motto dal labbro di questi[29] bastava,
Cho detto non hanno, che mai non s’udrà[30].

Tornate alle vostre superbo ruine,
All’opera imbelle[31] dell’arse officine,
Ai solchi bagnati di servo sudor;
Stringetevi cheti l’oppresso all’oppresso,
Di vostre speranze parlate sommesso,
Dormite fra i[32] sogni giocondi d’error.

Domani al destarvi, tornando infelici,
Saprete che il forte sui vinti nemici
I colpi sospese, che un patto fermò:
Che regnano insieme, che parton le prede,
51 stringon le destre, si danno la fede,
Che il donno, che il servo, che il nome restò[33].

❦

Nella copia preparata per la stampa, e vista dalla Censura, appaiono cancellati alcuni vorsi, che si leggevano pur nella seconda, e che mancano tuttora nello stampato. Essi sono i seguenti:

Atto I, sc. 2a.

desiderio.
                                              Dimenticasti
Che ogni nostro travaglio è gioja a questa

[p. 145 modifica]

Italica genìa, che diradata
Dagli avi nostri, che divisa in branchi,
Noverata col brando, al suol ricurva,
Ancor dopo due secoli, siccome
Il primo giorno, odia, sopporta e spera?
E che fra i nostri, intorno a noi, col nome
Di Fedeli e gli onor, vivono ancora
Quei che le parti sostenean di Rachi?


Coro dell'Atto III.

Str. 3a — È il volgo gravato del nome latino,
Che un’empia vittoria conquise e tien chino
Sul suol che i trionfi degli avi portò;
È il volgo che inerte, qual gregge predato,
Dall’Erulo avaro nel Goto spietato.
Nel Winilo errante dal Greco passò.
.     .     .     .     .     .     .     .     .     .     .     .     

Str. 10a — E il premio sperato, promesse» a quei forti,
Sarebbe, o delusi, rivolger le sorti,
Por fine ai lamenti d’un volgo stranier?
Se il petto dei forti pungea simil cura.
Di tanto apparecchio, di tanta pressura.
Di tanto cammino non era mestier.

Son donni pur essi di lurida plebe,
Inerme, pedestre, curvata alle glebe,
Densata nei chiusi di vinte città;
A frangere il giogo che i miseri aggrava,
Un motto dal labbro dei forti bastava:
E il labbro dei forti proferto non l’ha.

Tornate alle vostre superbe ruine,
All’opere imbelli dell’arse officine,
Ai solchi bagnati di servo sudor;

[p. 146 modifica]

Stringetevi cheti l’oppresso all’oppresso,
Di vostro speranze parlate sommesso,
Dormite fra sogni giocondi d’error.

Domani, al destarvi, tornando infelici,
Saprete che il forte sui vinti nemici
I colpi sospese, che un patto fermò;
Che regnano insieme, che parton le prede,
Si stringon le destre, si danno la fede,
Che il donno, che il servo, che il nome restò.


Atto IV, sc. 5a.

.     .     .     .     .     .     .     .     .     .     .     .     .     .     

svarto.
                                                            Guntigi, ascolta.
Fedel del Re dei Franchi, io qui favello
A un suo Fedel; ma Longobardo pure
A un Longobardo. — I Franchi, primi amici
Del re, gli amici di battaglia, intorno
Gli han posto assedio, e l’occhio han teso, e tutt
Corrono a gara, onde occupar quel posto,
Da cui balzato è un Longobardo. E un giorno
Noi qui saremo gli stranior, se uniti,
Se molti, non restiam.


Atto V, sc. 8a.

Nel discorso d’Adelchi a Desiderio, dove ora si legge:

                                                  Reggere iniqui
Dolce non è; tu l’hai provato: e fosse;


il Manzoni aveva scritto da prima:

                                                  Quel che tu perdi
Titol superbo, chi tel dava? Un patto

[p. 147 modifica]

Cogli empj, a danno degl’inermi; godi
Che gli empj il patto han lacerato. Ah! dolce
Non è il regnar: tu l’hai provato; e fosse;...


Nel discorso d'Adelchi a Cario, dove ora si legge:

                                                            Immoto
È il senno tuo; nè a questo segno arriva
Il tuo perdon. Quel che negar non puoi....


il Manzoni aveva prima scritto:

                                                            Immota
È la mente dei re, nè a questo segno
Perdonan essi mai. Quel che puoi darmi
Quantunque re, quel che negar non puoi....

Note

  1. ↑ Qui vi sono parole cancellate, impossibili a leggere.
  2. ↑ Questi versi hanno tutti molte varianti: qui si trascrivono, per lo più, nella prima lor forma.
  3. ↑ Il brano che segue, il poeta ha trasferito qui (la uno dei procedenti
    discordi di Desiderio. V. p. 120.
  4. ↑ Il poeta ha rimosso qui questo verso e mezzo, nell’intenzione
    certo, di cancellarlo sopra. — La sentenza: “tutto è leale al forte”
    ricorre poi anche più tardi, sulla bocca di Adelchi, nella soppressa
    scena 1a dell’atto V.
  5. ↑ Il Manzoni postilla: «Si dica più chiaro che i Franchi si sono
    ritirati por timore d’Adelchi».
  6. ↑ Tornano nuovamente questi versi, che prima erano, sempre in bocca ad Adelchi, nella sc. 2a dell’atto I. Ora son rimasti a metà della sc. 1a dell’atto III, ch’è stata di molto accorciata.
  7. ↑ Il Bonghi ripubblicò, con qualche diversità di varianti, questa 1a scena dell’atto III, nelle sue Horae subsecivae; Napoli, Morano 1888; p. 259-268.
  8. ↑ volgo
  9. ↑ l’oltraggio
  10. ↑ Col misero orgoglio d’un tempo che fu — Variante cancellata:
    Si mesce e discorda, confuso ed incerto,
    Col livido marchio del giogo sofferto
    L’orgoglio impotente d’un tempo che fu.
  11. ↑ Che un’empia vittoria conquise e tien chino
    Sul suol che i trionfi degli avi portò.
  12. ↑ adocchia
  13. ↑ dall’aste
  14. ↑ già senza ruggito
  15. ↑ insolenti
  16. ↑ dispersi
  17. ↑ ritta
  18. ↑ blandi
  19. ↑ pesti
  20. ↑ Trascorsero il
  21. ↑ torme
  22. ↑ il nido relitto
  23. ↑ rigose
  24. ↑ Accanto agli scudi
  25. ↑ le frecce passando fischiar
  26. ↑ pungea simil
  27. ↑ apparecchio
  28. ↑ Inerme, pedestre,
  29. ↑ dei forti
  30. ↑ Che [E] il labbro dei forti proferto non ha [l'ha]
  31. ↑ All’opere imbelli
  32. ↑ fra
  33. ↑ Che il popolo e il regno, che il nome restò.